IL 9 LUGLIO DI ZIZOU: FU VERA ONTA?

Non ho mai amato i cavilli. Li trovo stomachevoli come le scuse fuori tempo massimo. Rifuggo i sotterfugi, che nei campi da calcio sono come le talpe: scavano, sfuggono, rovinano. E aborro, con ostinata coerenza, ogni forma d’antisportività. Non quella rude, che nasce dall’istinto o dal furore tipico di un agone dell’antica Grecia, ma quella ragionata, costruita, quella che puzza di calcolo e disperazione.

Il 9 luglio 2006, il calcio mondiale visse uno di quei momenti in cui il gesto tecnico scompare, e a restare nella memoria è l’atto umano, troppo umano. Italia e Francia, finale dei Mondiali. Berlino, l’Olimpico. Le ombre dei giganti. Minuto 111, e il calcio diventa teatro dell’assurdo.

Zinedine Zidane, già leggenda, già immagine patinata e stilizzata del numero 10, abbassa la testa e colpisce il petto di Marco Materazzi. Una testata piena, plateale violenta, teatrale eppure disperata e, allo stesso tempo, liberatoria. Il francese viene espulso. Se ne va camminando con lo sguardo basso e la schiena dritta, tra le note malinconiche della sua ultima partita. Il suo ritiro. Il suo commiato, per molti indegno, dal calcio giocato.

L’episodio, negli anni, è diventato più famoso del rigore di Grosso, più rappresentativo del mondiale stesso. Una sconfitta che si scolpisce nella memoria più della vittoria. Come tutte le tragedie, ha trovato posto nei musei e nei presepi: al Centre Pompidou, a Parigi, una statua alta cinque metri firmata da Adel Abdessemed cristallizza per l’eternità quella frattura emotiva. Nel ventre allegorico di Napoli, tra i pastori di San Gregorio Armeno, il maestro presepaio Genny Di Virgilio ha modellato l’istante in scala ridotta, vendendolo anche allo stesso Materazzi. Come a dire: la storia, anche se ti prende in pieno petto, può essere esposta sul comodino.

Ma cosa accadde davvero in quel minuto 111? E perché?

La partita era tesa e Zidane, fino a quel momento, aveva incantato con la solita misura, segnando su rigore con una carezza d’autore, colpendo la traversa di testa, disegnando geometrie che pochi al mondo avrebbero potuto solo pensare. Era la sua ultima danza. Poi il contatto, la parola, lo scambio. Una provocazione.

Zidane racconterà che Materazzi gli aveva tirato la maglia, e che, alla sua risposta “se la vuoi, te la do a fine partita”, il difensore azzurro avrebbe offeso sua madre con parole gravi. Materazzi negherà, dirà che non ha mai parlato della madre, ma della sorella, con una battuta volgare, sì, ma nient’affatto blasfema. Le versioni si rincorrono, si smentiscono, si deformano. Nessuno saprà mai con certezza. Resta il gesto, l’irruzione dell’uomo dentro il mito, l’esplosione del carattere dentro l’immagine levigata.

Zidane, che per molti era il volto pulito della Francia multietnica, il figlio dell’Algeria educato al pallone e al silenzio, crolla nel momento che doveva essere il suo congedo glorioso. Un’uscita da re, trasformata in tragedia greca. Ironia del destino, gli ultimi protagonisti di quella finale restano proprio loro due: Zidane e Materazzi, due protagonisti che si fronteggiano con eguale impeto, l’artista e il difensore, l’intoccabile e il provocatore, uniti per sempre da un impatto, non da una giocata.

Quell’episodio sigillò nel peggiore dei modi la carriera di un calciatore che non può non essere ritenuto tra i migliori di sempre. Al pari di Platini, il miglior numero 10 d’Oltralpe. E dire che Zizou aveva lasciato dalla nazionale prima del revient, come titolava L’Équipe. Il ritorno. L’ultimo atto. Chiamato dalla patria, come nei miti antichi. Zizou tornò per chiudere il cerchio. Non con un gol. Ma con una testa bassa, carica di tutto il peso del suo destino. Dopo l’episodio arrivò la squalifica. Lunga ma una formalità, considerato che il fuoriclasse transalpino aveva annunciato il proprio ritiro dal calcio giocato. Giudicare è facile. Scandalizzarsi costa poco. Capire, invece, richiede silenzio e occhi capaci di vedere l’uomo, non solo il campione.

Basti pensare al titolo di Libération, il 9 luglio, nell’attesa spasmodica per l’ultimo atto di Zizou: Vénération Zidane. «Talento di Maradona, carisma di Pelé. L’Abbé Pierre e Gandhi. Martin Luther King e il Dalai Lama». Zizou, per un giorno, è stato tutto questo. E tutto il contrario. Per il cineasta belga Jean-Philippe Touissant, la malinconia di Zidane è stata la sua stessa malinconia: “la conosco, l’ho nutrita, la sento. Conosciamo bene i legami che uniscono l’arte alla malinconia.
Incapace di segnare un gol, [Zidane] segnerà le menti”.

Zidane ha disertato il copione. Ha rotto la coreografia perfetta del calcio eccessivamente mediatizzato. Quella testata, stigmatizzata da molti, è diventata un gesto di culto. Forse gli è costata il Mondiale, ma lo ha sottratto al grigiore del perbenismo globale. Un gesto che, a un occhio attento, non rappresenta la caduta di un mito ma, al contrario, lo sublima, lo porta a compimento. Zizou si è scusato ma non si è mai pentito. Per lui, quella testata era un atto difensivo. Moralmente più leale di mille provocazioni non sanzionate.

Nel momento più sacro della sua carriera, Zizou si è reso protagonista di un atto profano. Di certo, da regolamento, espulsione netta e inevitabile. Il cavillo stava altrove: nell’uso delle immagini, nei tabelloni dello stadio, in un’epoca in cui il VAR era ancora profezia e non realtà. I francesi, indignati, parlarono di giustizia a due velocità, di un intervento “non previsto” nel codice allora vigente. Avevano ragione? No, almeno secondo il parere del sottoscritto. Moralmente, fu giusto così. Non si può assestare una testata in campo senza pagarne le conseguenze. Non si può, e basta.

Eppure, e qui sta il cuore della faccenda, quella testata non fu solo una scorrettezza. Fu un gesto carico di ribellione interrotta. Come se Zidane, in quell’attimo, avesse provato a sfuggire al destino scritto per lui: quello del campione perfetto, del professionista integerrimo, del simbolo. Non ci riuscì, ma ci provò. Fu una rivolta spezzata, ma genuina.

Nel volto cupo con cui lasciò il campo, nella schiena dritta e nello sguardo basso, c’era più dignità che in molte scuse di circostanza. Zidane, taqbaylit (berbero, cabilo d’Algeria), figlio della periferia marsigliese, aveva incarnato il riscatto. Con quella testata, rivelava anche l’altro volto: la rabbia. Non di un violento, ma di un uomo stanco di sopportare.

Materazzi, dall’altra parte, non può essere assurto a idolo, come spesso si è voluto fare. Fu antisportivo nel metodo, sapiente nella provocazione. Calcolatore e probabilmente totalmente consapevole della portata del suo veleno. In quel momento, era il contrario del fair play. Si dirà: nel calcio conta tutto, anche la parola che ferisce. Il calcio dovrebbe fondarsi su valori di etica, misura e rispetto. Valori di cui Materazzi non si è certo fatto ambasciatore e portavoce. Non in quella finale dei Mondiali, tantomeno nella sua carriera.

Il gesto di Zidane resta. Più umano che sportivo (o antisportivo, a seconda della prospettiva). Una ferita mai rimarginata nel tessuto perfetto della narrazione calcistica. Una testata diventata oggetto delle opere di diversi artisti. Un gesto che parla degli esseri umani e delle loro fragilità. Del giorno in cui l’eroe non volle più essere eroe, ma solo un uomo. E fu espulso, condannato, ma anche capito. Nessun gesto umano è immune all’ambivalenza. Il suo è stato una sorta di autosacrificio in mondovisione, una celebrazione nella quale è al contempo vittima e carnefice. L’autosacrificio di una leggenda che, proprio negli ultimi scampoli di carriera, ha deciso di togliersi la corazza da eroe invincibile.

BIO:VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

2 risposte

  1. Bel racconto. Non so se e in che misura Zidane fosse consapevole di tutto questo al momento della sua reazione. L’ho sempre letta come un momento in cui la trance agonistica ha la meglio, in tutto e per tutto, sulla razionalità.
    C’è però un aspetto di non secondaria importanza che la dice lunga sulla cultura sportiva di tantissimi nostri connazionali: Materazzi diventa idolo perché uccella Zidane. E la cosa più tristemente preoccupante è che molti di questi oggi sperano che Djokovic oggi, o magari Alcaraz in finale, batta Sinner. Per malcelata invidia sociale (la residenza a Montecarlo con le ricadute tributarie, i mancati incontri con Mattarella e un papa, ecc…) e il doping! Definire doping quello di Sinner è un’idiozia che forse manco Travaglio e la Lucarelli sosterrebbero più. Una visione amish dell’esistenza (altrui, si badi bene), pronta a dissolversi alla prima testata se ti aiuta a vincere un trofeo, in un mondo o nell’altro. Lo trovo avvilente.

  2. Vincenzo,
    che io ricordi la questione è un po’ più lunga ed articolata.
    Io, ovviamente, non ero in campo e mi devo adeguare a ciò che ho sentito e raccolto all’epoca.
    La cosa nasce dal fatto che Materazzi, volendo fermare e non far partire Zidane, molto spesso lo teneva per la maglietta, Ad un certo punto Zidane direbbe a Materazzi, grosso modo: “non ti preoccupare la maglietta te l’ha do a fine partita”. Poi qualche altra battuta tra i due e la provocazione di Materazzi sulla sorella di Zidane.

    Il problema l’ha creato proprio Zidane che ha trovato un modo odioso e sibilante per dire a Materazzi gioca più corretto.

    Purtroppo, forse non sapeva che sotto quell’spetto Materazzi era più navigato di lui e l’ha punto nel riferimento alla sorella. Nulla di scandaloso, ma tra due persone che cercavano di essere più efficace dell’altro a pungere.
    Ha vinto Materazzi.

    Zidane se l’è cercata. Ma l’altra domanda importante è: “meritava quella soluzione?” No! Chiaramente una bruttissima parentesi nella sua vita. Mi dispiace molto, anche perchè come hai evidenziato tu, mai si era segnalato per comportamenti irritanti e antisportivi e meritava un uscita ben diversa dalla carriera calcistica.

    Salvo questa piccola precisazione sono molto d’accordo con il senso e nel tono complessivo del tuo articolo.

    Uso il tu, anche se non ci conosciamo, sia perchè i pugliesi come gli inglesi usano il “tu”, che il modo grammaticamente più corretto per riferirsi alla persona che si ha difronte. Poi, anche perchè il blog è un salotto aperto dove, in buona armonia, tutti dovrebbero trattarsi da amici.

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