Nel calcio si ama dare i numeri, spesso a sproposito. C’è chi attribuisce all’allenatore il trenta per cento del rendimento di una squadra, chi il quaranta, chi addirittura la metà. Altri, con l’aria di chi la sa lunga, riducono il suo peso a un modesto dieci o venti per cento. Percentuali che hanno il difetto di non dimostrare nulla.
Il ruolo dell’allenatore è cambiato profondamente. La tecnologia, le statistiche e l’analisi dei dati hanno trasformato il mestiere, sottraendogli una parte di quelle incombenze. Ai vertici del calcio professionistico, il tecnico non è più l’uomo che prepara da solo gli allenamenti, misura le energie dei giocatori e governa ogni dettaglio della loro condizione. Attorno a lui lavora una struttura articolata: preparatori, collaboratori tecnici, match analyst, medici, fisioterapisti e specialisti del recupero. Ognuno dispone di strumenti, protocolli e programmi individuali. I dati vengono raccolti, confrontati e tradotti in indicazioni operative.
Il calcio moderno ha dunque moltiplicato le competenze e ridotto, almeno in teoria, lo spazio dell’improvvisazione. Ma da questo non discende che l’allenatore conti meno. Semmai, è diventato più difficile capire quanto conti davvero. Non possiamo non essere d’accordo sul fatto che una squadra non è una somma di percentuali e il suo rendimento non dipende da una sola variabile. Contano la qualità della rosa, le risorse della società, la disponibilità degli uomini, gli infortuni, la tenuta dello spogliatoio e la possibilità di lavorare con continuità. Conta, soprattutto, il rapporto fra tutte queste componenti.
Il giudizio sull’allenatore si fa spesso sommario. Lo stesso tecnico può compiere un lavoro straordinario in una società dalle risorse limitate e fallire quando approda a una grande squadra. Un altro può trascorrere vent’anni fra esoneri e occasioni mancate, per poi trovare quasi all’improvviso la formula giusta. Un terzo, considerato un ripiego, può vincere là dove altri, più celebrati e costosi, hanno fallito. Non sempre, dunque, cambia l’allenatore, in meglio o in peggio. A volte cambia il mondo che gli sta intorno. Troppe valutazioni scambiano una coincidenza per una causa e il successo per una prova definitiva di superiorità.
E, qui, torna puntuale il leitmotiv della complessità.
Il recente Clásico non mi ha deluso. Il Real Madrid era attardato in classifica e la Liga sembrava incanalata, ancora una volta, verso Barcellona. José Mourinho, intanto, veniva ormai considerato un allenatore del passato: finito, superato, prigioniero di un calcio nel quale il possesso e l’aggressione alta avrebbero preso definitivamente il sopravvento. Questa convinzione non trova riscontro nella realtà. Si può vincere pressando alto e dominando il pallone, certo, ma anche in svariati altri modi. Le variabili sono troppe, e il contesto finisce spesso per pesare più delle teorie. Al Camp Nou il Real è passato in vantaggio, si è fatto rimontare e ha poi portato a casa la partita grazie alla seconda rete di Mbappé. Un successo costruito con una squadra compatta, pronta a riaggredire, a sfruttare gli errori avversari e a occupare con precisione i corridoi lasciati liberi. Una vittoria che ha riaperto la Liga e che, per certi aspetti, porta la firma di Mourinho. Non perché il portoghese debba essere necessariamente il modello da seguire, ma perché dimostra quanto sia miope liquidare un’idea di calcio soltanto perché non coincide con il trend odierno.
Nella stessa partita si è visto anche Camavinga, autore di una splendida cavalcata in occasione di un’azione decisiva, dopo essere finito da tempo nel mirino della critica per prestazioni giudicate poco convincenti. Un calciatore non smette di avere qualità perché attraversa un periodo negativo, così come un allenatore non perde improvvisamente il mestiere perché una squadra non risponde alle sue idee.
Il caso di Rúben Amorim è altrettanto istruttivo. Allo Sporting aveva costruito una squadra capace di esprimere un calcio stellare e di strapazzare il Manchester City di Guardiola in Champions League. Trasferitosi al Manchester United, si è trovato alle prese con una realtà profondamente diversa, per risorse, aspettative, struttura e composizione della rosa. Non è riuscito a trovare la quadra ed è stato esonerato. Il talento dell’allenatore, evidentemente, non basta a garantire che il suo sistema funzioni ovunque. Le idee hanno bisogno di uomini adatti a interpretarle, di una società che le sostenga e di tempo per diventare abitudini. Lo United è una polveriera dal post Ferguson e ha forse avuto il canto del cigno con il succitato Mourinho.
E qui si arriva a Rino Gattuso. Al Milan e al Napoli aveva mostrato di saper dare un’organizzazione alle sue squadre, senza però riuscire a compiere quel salto definitivo che trasforma un buon lavoro in una consacrazione. In seguito ha commesso errori di valutazione, accettando progetti fragili e situazioni complicate, fino ad assumersi la responsabilità della Nazionale, una patata bollente che si è rivelata troppo difficile da maneggiare. D’altronde, allenare un club e guidare una selezione sono due mestieri differenti. Nel primo caso lavori quotidianamente con i calciatori, ne osservi i progressi, correggi i difetti e condividi i principi di gioco. Nel secondo devi condensare tutto in pochi giorni, scegliere gli uomini giusti e trovare un’identità con un gruppo che trascorre gran parte del tempo lontano da te. Un’altra professione e non una variante dello stesso lavoro. Alla Lazio, invece, Gattuso sembra aver ritrovato un contesto nel quale le sue qualità possono esprimersi. La squadra sta andando oltre le aspettative e si è ritagliata ambizioni europee che pochi le avrebbero riconosciuto alla vigilia. Non significa che il tecnico sia diventato improvvisamente più bravo: significa che, in determinate condizioni, riesce a incidere meglio.
Maurizio Sarri offre un altro esempio eloquente. Ha dovuto aspettare la maturità per arrivare ai vertici del calcio italiano. Quando il Napoli cercava un successore di Benitez, molti invocavano Vincenzo Montella; la scelta ricadde invece sul tecnico di Figline, che trasformò la squadra in una delle realtà più spettacolari del campionato. Il suo calcio conquistò consensi ben oltre i confini locali. Eppure, quando passò alla Juventus dopo l’esperienza in Premier, culminata con il successo in Europa League in una finale dominata contro i cugini dell’Arsenal, non riuscì a creare lo stesso legame con uno spogliatoio di campioni. Vinse lo scudetto, ma non trovò quella sintonia che aveva fatto la fortuna del suo Napoli. Le idee erano rimaste le stesse; erano cambiati gli uomini, le aspettative e l’ambiente. E il risultato fu diverso. Vinse uno scudetto, impresa non riuscita in terra partenopea, ma quella Juve non fu mai una squadra sarriana.
Poi c’è Simone Inzaghi, forse uno degli esempi più efficaci per capire quanto il destino di un allenatore possa dipendere dalle circostanze. Sembrava destinato alla Salernitana quando Claudio Lotito lo confermò alla Lazio dopo il clamoroso dietrofront di Marcelo Bielsa, che aveva rotto con il presidente biancoceleste denunciando promesse non mantenute. L’argentino era allora un tecnico di grande richiamo, considerato da molti un maestro destinato a lasciare il segno. Inzaghi, al contrario, appariva come una soluzione di ripiego. Eppure fu lui a costruire una Lazio competitiva, prima di trasferirsi all’Inter, raggiungere due finali di Champions League e ottenere un contratto faraonico in Arabia Saudita. Bielsa, invece, non ha più raggiunto gli stessi traguardi a livello di club. Non è una sentenza sul valore assoluto dei due allenatori, ma un promemoria. La reputazione di un allenatore non coincide necessariamente con il rendimento e il suo percorso non è scritto in anticipo.
E non possiamo non citare il caso eclatante di Carlo Ancelotti. Dopo le esperienze al Napoli e all’Everton, non mancava chi lo considerasse ormai un allenatore sul viale del tramonto. Il ritorno al Real Madrid ha smentito quelle previsioni: ha conquistato altre due Champions League, confermando una capacità rarissima di gestire campioni, adattarsi alle circostanze e trovare soluzioni senza trasformare ogni partita in una battaglia ideologica.
Mourinho, Amorim, Gattuso, Sarri, Inzaghi, Ancelotti raccontano storie diverse, persino opposte, ma unite da un filo comune. Un allenatore può sembrare geniale in una squadra e inadeguato in un’altra; può arrivare tardi alla ribalta o ritrovarsi in cima dopo essere stato considerato un ripiego. Spesso non è lui a cambiare, ma cambiano le condizioni nelle quali è chiamato a lavorare.
E mi ricollego al paragrafo iniziale: ecco perché le percentuali sul peso dell’allenatore lasciano il tempo che trovano. Il tecnico conta, e non possiamo certo negarlo. Ma non opera nel vuoto, né dispone a piacimento delle variabili che determinano una stagione. Oggi ancor meno rispetto al passato. Il calcio resta un sistema nel quale qualità individuali, organizzazione, società, ambiente e momento si influenzano reciprocamente. Ridurre tutto al nome dell’allenatore significa cercare una spiegazione semplice per un fenomeno che richiama inevitabilmente al concetto di complessità, a noi tanto caro.












3 risposte
Un progetto calcistico che funziona nasce dalla buona simbiosi tra Club-Allenatore-Ambiente.
Ma ci sono club che non sanno proprio scegliere gli allenatori adatti, e ci sono anche allenatori che accettano di tutto pur di allenare subito una squadra e non rimanere con le mani vuote, gestendo malissimo la propria carriera (Pirlo è un esempio clamoroso : un morto di fame che firma ovunque, fino alla serie B di Dubai) e questo attegiamento abbassa inesorabilmente la stima nei loro confronti.
Ancelotti e Mourinho li considero da 15 anni sul viale del tramonto. E non cambio idea quando vincono con il Real Madrid. Al contrario, credo che nel calcio di oggi possano vincere solo con il Real Madrid, dove c’è un gruppo di fenomeni da gestire, non da allenare. Proprio perché Ancelotti e Mourinho sono diventati solo dei gestori di star, non degli allenatori.
Dal dopo-Milan, Ancelotti è stato bravo solo quando ha allenato il Real. In tutte le altre esperienze, quando ha dovuto costruire qualcosa e non solo gestire una rosa già pronta ha deluso (Chelsea, PSG dove dopo una campagna acquisti milionaria non ha vinto la ligue 1 e ha deluso in champions, Napoli dove ha fatto peggio sia di chi lo aveva preceduto, sia di chi gli è arrivato dopo, Everton non parliamone, la Seleçao…)
E’ un po’ la stessa cosa per Mourinho dal dopo Inter in poi. Solo i romanisti lo osannano per una Conference Cup vinta (che secondo me vale molto meno di una coppa Italia, basta vedere gli avversari incontrati).
Veramente un’ottima analisi. Complimenti
Io credo che una qualità fondamentale per un allenatore e’ quella di diventare camaleontico immergersi nell’ambiente che trova con i giocatori che trova nella città in cui è ed adattarsi lui all’ambiente.Io credo che sia tutto qui la qualità principale di un grande Coach