Nel calcio giovanile c’è una naturale, quanto complessa, evoluzione che quasi tutti sottovalutano: il primo anno di attività agonistica, il passaggio dalla Scuola calcio all’agonismo, l’Under 15. Fino a quel momento il calcio dovrebbe essere puramente gioco, attività di base. Da lì in poi diventa un percorso fatto di campionati, classifiche e selezioni. È anche il momento in cui un ragazzo entra, o non entra, nel radar dei settori giovanili più strutturati e proprio per questo l’osservazione a quell’età risulta decisiva.
Un ragazzo intercettato presto da un club organizzato e con un settore giovanile di prima fascia, ha davanti cinque o sei anni di lavoro qualificato: una metodologia, una preparazione atletica pensata per la crescita, l’analisi video, il confronto con compagni e avversari di livello. Un ragazzo con lo stesso talento che arriva in quel contesto a sedici o diciassette anni deve recuperare in pochi mesi ciò che gli altri hanno costruito in anni e spesso non ci riesce, e non per mancanza di qualità ma di tempo e strutture adeguate a coltivare quel medesimo talento.
L’abilità, le skills, nel calcio, non sono un dato fisso che basta scoprire, è un potenziale che si sviluppa o si spegne a seconda del contesto in cui cresce, e il primo fattore di quel contesto è chi lo osserva e, in un secondo momento, chi lo allena.
Il paradosso italiano e dell’attuale risultato che esce da un ecografia del nostro sistema calcio sta tutto nei numeri. Nella stagione 2023-24 i tesserati FIGC erano quasi 1,5 milioni e il calcio giovanile ne rappresentava la quota principale, con quasi 900 mila calciatori e calciatrici: quasi un ragazzo su quattro tra i 5 e i 16 anni risultava tesserato per la Federazione. In quella stagione si sono giocate 586.929 partite ufficiali, una ogni 54 secondi, su oltre 15 mila campi.
La materia prima, quindi, non manca. Manca la capacità di filtrarla e di farla crescere, svilupparla e saperla poi aspettare, senza pretendere una forzatura sui tempi o sottoponendoli a ulteriori pressioni esterne, oltre a quelle intrinseche ad uno sport con così tanti praticanti. Su questa base sterminata lavora un vertice ristretto di club professionistici, che investono nei settori giovanili meno di molti concorrenti europei. Uno studio UEFA del 2020 stimava per i club italiani un budget medio annuo per lo sviluppo dei giovani di 4,6 milioni di euro, con una forbice tra 1 e 12,5 milioni, cifra molto inferiore a quella dei club inglesi (6,1 milioni), tedeschi (5,3) e francesi (4,7).
Lo stesso studio contiene però un dato che complica il quadro. Il personale medio dedicato alla crescita dei giovani nei club italiani analizzati, circa 40 unità a tempo pieno, risultava il più alto d’Europa. Il problema, dunque, non è soltanto quante persone lavorano nei vivai, ma come sono distribuite, quanto sono formate e soprattutto cosa succede fuori dal perimetro dei club professionistici, ed è lì, nelle migliaia di società dilettantistiche dove cresce la stragrande maggioranza dei ragazzi, che il sistema mostra le sue crepe più profonde.
In teoria l’Italia avrebbe tutto per costruire una rete di osservazione capillare: migliaia di società, una passione diffusa in ogni provincia, una tradizione radicata, ma nella pratica, per molti club lo scouting giovanile resta un’area secondaria, se non, come spesso accade, del tutto assente.
Il primo problema è numerico e questo perché gli osservatori dedicati all’attività giovanile sono pochi rispetto al territorio da coprire, molti seguono intere province o regioni, lavorano nel fine settimana e (quando) vengono compensati con rimborsi per la benzina più che con uno stipendio. Per un club medio, investire in una rete di scout significa spendere oggi per un ritorno incerto tra cinque o sei anni e dunque nella logica del risultato immediato è il primo investimento che si taglia.
Il secondo problema è la professionalizzazione. La Federazione ha costruito un percorso formativo specifico: il corso per osservatore calcistico del Settore Tecnico prevede 72 ore di lezione a Coverciano, con un test d’ingresso, che rappresenta un passo importante, ma che parla di numeri ancora contenuti: un’edizione del corso, nel 2020, contava 47 partecipanti. A questo si aggiunge l’assenza di un inquadramento economico definito. Non esiste un contratto di riferimento né un compenso minimo per l’osservatore, e la figura resta spesso affidata alla passione e forza di volontà del singolo.
Il terzo problema è forse il più sottovalutato: in Italia lo scout è spesso una figura ibrida. Capita di frequente che l’osservatore sia anche allenatore di una squadra giovanile, o un collaboratore tecnico che «dà un’occhiata» alle partite nel tempo libero e che segnala singoli giocatori, più casualmente che seguendo un metodo o obbiettivo condiviso, oppure è un ex calciatore che si affida soprattutto all’intuito e alla rete di conoscenze. Si sovrappongono così due mestieri che, in un sistema maturo, sono del tutto distinti.
L’allenatore lavora sul presente di un gruppo: costruisce sedute, sviluppa principi di gioco, gestisce dinamiche collettive, prepara la partita. L’osservatore lavora sul futuro di un individuo. Deve saper leggere un potenziale, non una prestazione, e distinguere ciò che un ragazzo fa oggi da ciò che potrà fare tra cinque anni. Deve tenere conto della maturazione biologica, perché a 13 anni due coetanei possono avere anche due o tre anni di differenza nello sviluppo fisico. Deve valutare il contesto in cui il ragazzo gioca, confrontarlo con parametri oggettivi, redigere report strutturati, seguirlo nel tempo e in contesti diversi. Sono competenze differenti, che richiedono formazione, metodo e tempo dedicato.
Quando le due figure si confondono, a farne le spese è il ragazzo meno evidente. L’occhio dell’allenatore tende naturalmente a premiare chi è già pronto, il più forte fisicamente, il più decisivo la domenica, perché è ciò che serve a vincere subito. L’occhio dello scout dovrebbe invece cercare chi lo sarà, compreso il ragazzo nato a fine anno che oggi soffre il confronto fisico con i compagni nati a gennaio. Senza una figura preparata e dedicata, quel ragazzo rischia di non essere mai visto, disperdendo quel talento.
Il risultato è una rete con le maglie troppo larghe. I ragazzi delle grandi città, vicini ai centri sportivi dei club professionistici, vengono visti presto. Quelli delle province, delle aree interne, delle piccole società di quartiere vengono visti tardi o non vengono visti affatto e quindi a cambiare non è il talento, ma le opportunità, un po’ come in sempre più ambiti che compongono la società.
Il secondo anello della catena è ancora più delicato: chi allena quei ragazzi ogni giorno.
Nella grande maggioranza delle società dilettantistiche, e non di rado anche nei settori giovanili di club professionistici, l’allenatore dei ragazzi non fa questo di mestiere. Di giorno è impiegato, operaio, insegnante, libero professionista, mentre la sera, tre o quattro volte a settimana, va al campo, e nel fine settimana segue la partita. In cambio riceve un compenso che spesso ha un valore più simbolico che economico.
È il problema del doppio lavoro, ed è strutturale. Un allenatore che arriva al campo dopo otto ore in ufficio ha poco tempo per preparare le sedute, studiare, aggiornarsi, analizzare i propri ragazzi. Non per mancanza di volontà: molti di questi tecnici sono persone di enorme passione e dedizione, senza le quali non assumerebbero nemmeno tale ruolo, ma la passione non sostituisce la formazione continua, e la formazione richiede tempo ed energie che chi fa due lavori non può avere.
Le regole federali hanno fissato alcuni requisiti minimi. Le società che svolgono attività di base devono tesserare un responsabile tecnico con qualifica federale, e dalla stagione 2020-21 almeno un allenatore qualificato per ogni categoria di base, dai Piccoli Amici agli Esordienti. È un argine utile, ma resta un minimo, che riesce a garantire che in ogni categoria ci sia almeno un tecnico abilitato, non che tutti i ragazzi siano seguiti da professionisti formati e aggiornati.
Le conseguenze si vedono sul campo: sedute ripetitive, metodologie superate, poca attenzione all’individuo, un’enfasi eccessiva sul risultato della domenica a scapito della crescita e per un ragazzo di quattordici/quindici anni, due stagioni con un allenatore poco preparato possono pesare più di qualsiasi limite tecnico.
Su questo terreno, negli ultimi anni, è intervenuto anche il legislatore. Dal 1° luglio 2023 è in vigore la riforma del lavoro sportivo, il decreto legislativo n. 36 del 2021, che ha introdotto la figura del «lavoratore sportivo» senza distinzione tra professionismo e dilettantismo, e vi ha incluso esplicitamente allenatori, istruttori, direttori tecnici e preparatori atletici. È un passaggio culturale prima ancora che giuridico: per la prima volta, chi allena un gruppo di ragazzi in una società dilettantistica è riconosciuto per legge come un lavoratore, non come un volontario a cui si concede un rimborso.
Sul piano economico, la riforma ha costruito un sistema a fasce, prevedendo esenzioni fino alla soglia dei 5000 euro annui.
Gli effetti sono ambivalenti, perché se da una parte la riforma ha dato dignità e tutele, compresa quella previdenziale, a figure che per decenni hanno lavorato in una zona grigia, dall’altra ha reso più costoso e più complesso, per una piccola società dilettantistica, retribuire adeguatamente i propri tecnici. La soglia dei 5.000 euro, sotto la quale non ci sono oneri, è diventata in molti casi un tetto di fatto più che una base di partenza, si tratta di poco più di 400 euro al mese, una cifra con cui nessuno può pensare di fare l’allenatore giovanile come professione a tempo pieno.
Il risultato è che la riforma ha cambiato le regole del gioco, ma non ancora l’equilibrio economico su cui si regge il sistema. Il doppio lavoro resta la norma e finché le società non avranno le risorse, o la volontà, di investire su figure tecniche retribuite in modo da poter vivere di questo mestiere, il riconoscimento giuridico rischia di restare solo su carta.
Messi insieme, questi problemi formano una catena che si autoalimenta.
Il ragazzo talentuoso cresce in una società di provincia, allenato da un tecnico volenteroso, ma senza strumenti né tempo, nessuno lo osserva all’età giusta, perché la rete di scouting non arriva fin lì o perché chi dovrebbe osservarlo è impegnato ad allenare un’altra squadra. Quando finalmente viene notato, a sedici o diciassette anni, arriva in un settore giovanile di livello con lacune tecniche, tattiche e fisiche difficili da colmare. Molti di questi ragazzi si fermano qui: tornano nei dilettanti, cambiano strada o, molto più di frequente, smettono.
È la dispersione del talento, e il suo costo non si vede mai, non compare in nessun bilancio e non finisce in nessuna classifica, ma ogni anno l’Italia perde una quota di giocatori che, in un sistema diverso, avrebbero potuto, quantomeno, fare di più e magari, qualcuno di questi, essere professionista.
Dunque in conclusione il nodo è economico e culturale insieme. Le società destinano ai settori giovanili una quota delle risorse molto inferiore a quella che spendono per la prima squadra. All’interno dei settori giovanili, poi, la voce che soffre di più è proprio quella delle persone: allenatori, preparatori, osservatori. Si investe nelle strutture quando si può (e anche questo risulta un tema particolarmente delicato per il nostro movimento), molto meno nei professionisti che dovrebbero lavorarci dentro.
Una base di quasi 900 mila giovani tesserati è un patrimonio che pochi Paesi al mondo possono vantare, ma un patrimonio, senza chi sappia riconoscerlo e farlo crescere, resta soltanto un mero numero. La riforma del lavoro sportivo ha aperto una porta, riconoscendo che chi forma i calciatori di domani è un lavoratore. Adesso però è necessario il passo successivo: permettere a quei lavoratori di fare questo mestiere a tempo pieno, e distinguere finalmente chi allena da chi osserva.
Finché questa scelta non verrà fatta, continueremo a chiederci, a ogni fallimento della Nazionale, perché i talenti non arrivano, trovando capri espiatori differenti a seconda del momento storico e sociale, ma la risposta, spesso, si trova maggiormente in un campo di periferia di un martedì sera, dove un ragazzo di tredici anni gioca senza che nessuno lo stia correggendo o guardando.












Una risposta
Analisi lucida e profonda che fotografa il vero male cronico del nostro sistema.
Il punto centrale non è la mancanza di materia prima abbiamo una base immensa di tesserati, ma l’assenza di un filtro strutturato e di una continuità metodologica reale tra il Settore Giovanile e Scolastico (SGS) e la Lega Nazionale Dilettanti (LND).
Finché la periferia e i dilettanti resteranno un “territorio di confine” privo di strumenti, continueremo a subire un immane drop-out e a disperdere talenti purissimi.
Per invertire la rotta serve:
- Metodologia e quantificazione in campo.
L’allenatore non può più affidarsi solo all’intuizione o alla passione dopo 8 ore in ufficio.
Serve dotare i tecnici di strumenti operativi che quantifichino l’efficacia del lavoro quotidiano attraverso metriche oggettive e sistemi di rating.
– Superare il dogma dell’annata solare.
Come evidenziato nell’articolo, a 13-14 anni la maturazione biologica fa tutta la differenza del mondo.
Valutare i ragazzi solo per anno anagrafico significa bruciare i “nati a fine anno” o premere solo sui dominanti fisici precoci.
Integrare un rating basato sul potenziale evolutivo e sulla maturazione biologica cambia radicalmente le regole d’ingaggio.
- Agevolare il lavoro dello scouting.
Se diamo alle società dilettantistiche e ai tecnici di base una struttura di dati oggettivi e tracciabili, anche il lavoro degli osservatori dei club professionistici viene enormemente facilitato.
Si passa da una ricerca cieca e faticosa sul territorio a una mappatura basata su dati di performance reali.
La riforma del lavoro sportivo ha dato una dignità giuridica formale agli operatori, ma le norme da sole non bastano se non c’è un’evoluzione culturale.
Per utilizzare i dati e innovare i processi bisogna esserci predisposti, abbandonando le resistenze e smettendo di restare radicati in un passato che non produce più risposte.