Il 22 maggio 1813 la città tedesca di Lipsia diede i natali a Richard Wagner, uno dei più grandi artisti mai esistiti. La vigilia di Natale del 1837, a Como, la nobildonna e scrittrice francese Marie d’Agoult diede alla luce Cosima, figlia del pianista e compositore ungherese Franz Liszt. Il matrimonio di Cosima (già moglie d’un altro pianista, Hans von Bulow) e Richard si tenne a Lucerna nel 1870, e rese suocero e genero (pur quasi coetanei) due dei massimi musicisti di sempre; col senno di poi, e con un po’ di romanticismo (Liszt e Wagner gradirebbero), possiamo vederlo come un primo incontro fra Como e Lipsia.
Il 10 settembre 2026 Como e Lipsia si sono incontrate ancora, in un piccolo stadio sullo stesso lungolago in cui nacque Cosima. Per la prima volta sulle acque del Lario sono risuonate, dalle casse (un po’ sfiatate) del piccolo stadio Sinigaglia, le note di Zadok the Priest, inno composto per il re d’Inghilterra da Georg Friedrich Handel e riadattato da Tony Britten. Una fanfara sempre emozionante, anche nonostante la recente moda del pubblico che urla sguaiatamente “de cempion” alla fine.
“Die meister, die besten
Les grandes équipes
The champions”
Ebbene sì, tra le migliori squadre d’Europa c’è il Como, club che, come qualche maniaco delle statistiche ha ricostruito, il 10 settembre di nove anni fa vinceva per 1-0 un derby col Varese.
In serie D.
In nove anni cambiano tante cose, si pensi solo a come può stravolgersi la vita d’una persona. Una squadra di serie D che in nove anni approda in serie A sarebbe il risultato di un lavoro prodigioso. Una squadra di serie D che in nove anni comincia la Champions League da protagonista, è più di un prodigio: è un miracolo.
“Forza Como, magico Como
Dona ai comaschi gioia e dolor”
Una componente fondamentale del tifo comasco era, sino a un paio d’anni fa, la rassegnazione. La consapevolezza che il massimo cui il Como potesse ambire fosse qualche sporadica apparizione in serie A, una volta arrivati lì assistere al calcio che conta, e poi tornarsene mestamente al proprio ambito: uno stracco andirivieni tra serie B e C. Con qualche momento più alto… e qualcuno più basso. Lo stadio Sinigaglia, quello con la posizione più bella d’Italia, nei primi anni Duemila ha riassunto – con la sua fatiscenza inaccettabile – una situazione societaria a dir poco deprecabile. Una situazione che la città di Como, il Como stesso e i suoi tifosi non meritavano.
Racconta Pupi Avati che quando, abbandonata la carriera da jazzista, provava con disperazione a intraprendere quella da regista, un signore bolognese assai abbiente si offrì, in cambio dell’anonimato (rimase noto come “Mister X”), di finanziargli i primi film. Aveva molti soldi da parte e li regalava per il sogno di vivere un’avventura. Il miracolo donato a Como dai fratelli Hartono è più prosaico: non scadiamo nel cinismo, ma nemmeno nell’ingenuità. È un investimento, serio e oculato, senza nulla di sentimentale: non per nulla gli Hartono hanno mandato un delegato, Mirwan Suwarso, a occuparsi direttamente dell’affare Como. Sia come sia, c’è un sogno da vivere.
Qualcuno ha provato a guastare la festa. Finito lo scorso campionato conquistando, col quarto posto, la prima qualificazione in Europa – passando dall’ingresso principale – cominciavano in fretta e furia i lavori per adeguare uno stadio malconcio, piccolo e bruttino ai parametri per la massima competizione Uefa. Un lavoraccio, costoso e difficile, impegnativo e preciso. Si pensi quel che si vuole del Como indonesiano, del business (che profondità di pensiero pensa di avere chi dice: è tutta questione di soldi?), il lavoro altrui va rispettato. Il lavoro di qualità, anche di più. Eppure, un comitato ha provato a chiedere la chiusura dei lavori. Richiesta respinta, il Como ha vissuto la sua prima notte europea non, come paventato, a Reggio Emilia, ma… a Como. In uno stadio non del tutto rifatto, ma migliorato.
Il terreno di gioco è stato ampliato, la tribuna centrale adeguata ai requisiti imposti dalla Uefa per accogliere stampa e vip; la modifica più vistosa è stata la sostituzione dell’orrenda curva dei tifosi casalinghi, per anni appollaiati su di un inquietante trespolo fatto di tubolari, con una struttura più solida e decorosa. Poco più di 12mila posti, ridotti a 10.884 per le partite di Champions: alcune tribune sotto i distinti e la curva ospiti, ancora in tubolari, sono censurate coi teloni blu della Uefa.
Pochi posti, andati esauriti (un po’ più lentamente del previsto, dato l’obbligo di usare una data carta di debito per acquistare i biglietti): sono rimasti vuoti giusto una decina di posti nel settore ospiti. Il che ha dato a Suwarso l’idea per una operazione-simpatia azzeccatissima: lui e gli altri dirigenti hanno ceduto i rispettivi sedili in tribuna d’onore a dei tifosi comaschi over 75. Loro sono la storia del Como: la precedenza per vivere questo momento storico va offerta a loro. Un’operazione ottima, nel segno di quella sintonia fra slancio internazionale e identità locale (il motto onnipresente al Sinigaglia è “semm cumasch”) che è il fattore più intelligente del miracolo-Como.
Squillino le trombe della fanfara di Handel, in riva al lago va di scena una rappresentazione del Ring di Wagner. Nico Paz e compagni sono Brunilde e le valchirie, guidate da Fabregas/Wotan.
Le incertezze del precampionato sono state spazzate via. Il reclamo degli invidiosi contro la riqualificazione dello stadio è stato respinto; la prima partita della stagione, un pareggio a Udine, ha spinto qualche opinionista a pronosticare che questa stagione avrebbe disvelato il bluff del Como, e che la sua partecipazione in Champions sarebbe stata al massimo interlocutoria: mettere la bandierina per poter dire di aver partecipato, al costo di risultati umilianti. Poi è arrivata la vittoria a Napoli, di misura ma impartendo una lezione di calcio; ancora dopo, il Genoa reo di essere andato in vantaggio al Marassi è stato punito con una severa rimonta.
La reazione più onesta è arrivata, subito dopo lo spareggio della Champions, dal Feyenoord, che ha ammesso un certo timore: fra le squadre di quarta fascia che potevamo incontrare, hanno dichiarato gli olandesi, abbiamo beccato la peggiore. Non intesa come “più scarsa”: l’avversario più duro, più temibile. Le valchirie.
Si comincia col Red Bull Lipsia, squadra di recentissima fondazione (2009), pochissima tradizione ma un poco di blasone (due coppe e una supercoppa di Germania, oltre a una semifinale di Champions) e una tifoseria già numerosa: a Lipsia riempiono uno stadio da 45mila posti; qui i biancorossi sono in settecento, vivaci e rumorosi, attrezzatissimi con bandiere, striscioni e tante torce.

I pronostici sono a favore del Como: nel 2020 si era parlato del RB Lipsia come di una nuova “big” del calcio europeo, ma dopo la citata semifinale i risultati sono stati meno eclatanti. L’anno scorso il Lipsia non ha nemmeno partecipato alle coppe, dopo un settimo posto in campionato; ha però concluso la scorsa stagione giungendo terzo in Bundesliga, e vanta giocatori di buon livello: il centrocampista serbo Andrija Maksimovic e il marocchino El Aynaoui (in prestito dalla Roma), l’attaccante norvegese Antonio Nusa e il francese Christopher Nkunku (in prestito dal Milan). Il capitano è il tedesco David Raum; l’allenatore è l’argentino Martin Demichelis, già difensore di River Plate, Bayern Monaco, Atletico Madrid, Manchester City e della sua nazionale.
Vado alla partita con Marco Fumagalli, vecchio cuore rossonero affezionato alle sue radici comasche. Negli anni ha visto sia il Milan che il Como in B; ha visto i grandi trionfi del Milan, e ora è entusiasta della gloria che il Como si sta guadagnando. È felice di poter assistere a questo momento storico, questo debutto europeo del Como, piccola squadra provinciale diventata grande; ha giusto un poco timore d’un risultato che guasti la festa.
Un timore rivelatore: è capitato ad altre “cenerentole” di fare il debutto in Europa, e già questo bastava a festeggiare. Al Como non basta.
Marco è felice, come gli altri 10mila comaschi che hanno riempito il Sinigaglia. Come recita il titolo d’una canzone dei Metallica citata dai tifosi del Lipsia su di un loro striscione: “Nothing else matters”, non importa nient’altro.
Ai tifosi. Alla squadra no.
Il Sinigaglia è stracolmo, si sta stretti sui suoi seggiolini. La pioggia che si è abbattuta sulla Lombardia in giornata non torna, a dispetto delle previsioni; l’aria è, finalmente, un poco fresca. Gli smartphone puntano sul logo della Champions League, il tondo steso a centrocampo. Poi arriva il momento tanto atteso, l’inno della coppa: lo accompagna la coreografia della curva lariana, che forma la scritta “Como” bianca su campo blu, con in mezzo lo stemma della città (croce bianca su campo rosso). Semplice e suggestivo: esserci è una gioia.

Il Como gioca nella bella tenuta blu con stemma “vintage”; il Lipsia ha la tenuta rossa con scritte gialle e inserti neri, sembra la nazionale del Belgio. Un minuto di silenzio per le vittime dell’alluvione in Nepal.
La partita comincia in una direzione sola. Il Lipsia prova a spingere in avanti, ma Nusa si perde in qualche preziosismo e Nkunku si guadagna un cartellino giallo: nel corso della partita si calmeranno, ma i giocatori del Lipsia cominciano l’incontro picchiando. Il Como è superiore, si nota subito. Ha dei difetti: qualche leziosità, tante azioni costruite bene ma finalizzate imprecisamente (meno dell’anno scorso), un paio di retropassaggi al portiere che rischiano di finire in sciagura (ma Butez è attento). Entrambi i portieri si esibiranno in un paio di parate volanti spettacolari, ma almeno nel primo tempo gli attacchi sono a senso unico.
Le azioni del Como sono splendide, dribbling, capovolgimenti di fronte, schemi precisi, pressione spietata; la qualità tecnica è elevatissima, gli applausi risuonano in continuazione.
Al 15’ l’ennesimo assedio all’area porta a un rimpallo, un po’ confuso: è Baturina a concludere con la zampata vincente, è lui, per alcuni la star della serata, a firmare il primo storico gol del Como in Europa.
Il Lipsia prova due volte a reagire, Nusa e Maksimovic impegnano il bravo Butez, ma la frazione di gioco continua nel segno del Como, che è una squadra prepotente, feroce, che non si accontenta del vantaggio: pretende di imporre il proprio gioco, stabilisce la sua netta supremazia. Al 38’ Douvikas (grande rivelazione dello scorso campionato) trascina con cattiveria il pallone in area e scaglia in porta il 2-0.

L’atmosfera all’intervallo è festosa, a parte una discussione tra due ragazzi non c’è nessuno sugli spalti che non sorrida. Ci sono la consapevolezza di partecipare a un momento storico della comunità lariana, e per i cultori del calcio c’è la delizia di vedere una grande squadra. Il Como non è soltanto forte, è vincente ed è bello.
Al ritorno in campo il Como si presenta un po’ trasognato, la convinzione d’aver già vinto è nociva; il Lipsia prova a farsi avanti, ma Diao, che per tutto il primo tempo ha spinto il gioco del Como, non ci sta: corre in avanti, Nico Paz gli offre un assist di precisione giottesca, e Diao conclude: al 54’ è 3-0. Stremato, Diao esce poi tra gli applausi di un pubblico che lo ha aspettato a lungo.
Da Cunha spreca il poker, il Lipsia allora ribalta il fronte, la difesa comasca è ancora distratta e al 58’ Nkunku offre il pallone a Maksimovic che con un tiro potente realizza il gol della bandiera (la sua prima marcatura con la maglia del Lipsia): giusta consolazione per una squadra che, pur travolta da una squadra troppo più forte, ha offerto una prova discreta.
Nico Paz, l’idolo della piazza, assistito benissimo da Kean (nel frattempo subentrato a Douvikas), spreca poi il quarto gol. Sarebbe stato bello vedergli firmare il primo trionfo europeo della squadra di cui è il beniamino. Ancora lui e Kean (notevole la loro intesa) costruiscono l’azione che al 90’ porta Perrone a siglare il definitivo 4-1.
Forse un risultato troppo severo per il RB Lipsia; ma una celebrazione più che degna del Como, una delle squadre più belle ammirate da chi ama il calcio. Che squadra, che giocatori, e che idee il suo allenatore, Fabregas.
Gli altoparlanti del Sinigaglia magari non suonano a volume wagneriano, ma la cavalcata europea dei ragazzi di Fabregas rimbomba forte, per il terrore degli avversari e per la gioia di una città e una tifoseria che vedono realizzarsi un sogno che non hanno mai osato esprimere.
Le prossime avversarie del Como sono: Feyenoord (a Rotterdam il 14 ottobre), Manchester United (al Sinigaglia il 21 ottobre), Lens (in Francia il 4 novembre), Aek Atene (al Sinigaglia il 24 novembre), Betis (a Siviglia il 9 dicembre), Paris Saint-Germain (al Sinigaglia il 20 gennaio), Barcellona (in Spagna il 27 gennaio). Non diamo per scontata la qualificazione alla fase a eliminazione diretta. Diciamo solo: il sogno continua.

BIO: Tommaso de Brabant è nato a Milano nel 1987 ed è cresciuto in Brianza.
Ha studiato lettere e storia dell’arte, è stato addetto alla sicurezza negli stadi di Como, Milano e Monza, è comparso in tre film di Pupi Avati (“Lei mi parla ancora”, “La quattordicesima domenica del tempo ordinario” e “L’orto americano”) e ha pubblicato due libri di storia contemporanea: “La Lupa e il Sol Levante” (Firenze 2021), sulla Seconda Guerra Mondiale, e “Il garofano e la fiamma” (Sesto San Giovanni 2024), riguardante Bettino Craxi. Già tifoso del Milan, simpatizza per la Roma.










