Il carico che non vediamo: quando il portiere finisce la partita prima con la testa che con le gambe
C’è una cosa che negli anni ho imparato a osservare molto più delle parate.
Guardo il portiere quando la partita entra negli ultimi quindici minuti.
Non guardo soltanto se prende la palla o se fa una parata. Guardo come sta dentro la partita. Guardo dove guarda quando la palla è dall’altra parte del campo, quanto rapidamente torna con gli occhi sulla linea difensiva, se continua a leggere la posizione degli avversari, se comunica con la stessa precisione, se corregge la propria posizione prima ancora che la situazione diventi pericolosa.
Perché è proprio lì che, secondo me, cominciamo a capire una parte del portiere che per troppo tempo abbiamo considerato poco. Il portiere può essere fisicamente ancora integro e, contemporaneamente, essere mentalmente affaticato.
E questa differenza sul campo può diventare enorme.
Penso a una situazione molto semplice. La squadra avversaria costruisce sulla nostra fascia destra. Il nostro terzino è in pressione, il centrale stringe, l’attaccante avversario rimane alle spalle della linea. Il portiere non ha ancora toccato il pallone. Anzi, magari non lo toccherà mai in quella sequenza.
Ma sta lavorando.
Deve capire dove si trova il portatore, controllare la profondità della linea, riconoscere la posizione dell’attaccante alle spalle del centrale, leggere il corpo del giocatore che potrebbe ricevere, valutare se esiste una possibilità di passaggio verticale, capire quanto spazio c’è dietro la difesa e contemporaneamente mantenere una posizione che gli permetta di intervenire se la situazione cambia.
Poi arriva il passaggio.
Un istante.
Il ricevente può giocare di prima, può controllare, può attaccare la profondità, può andare al cross.
E il portiere deve essere già pronto.
Quello che vediamo noi è magari un’uscita, una parata, un pallone accompagnato in corner.
Quello che è successo prima è molto più complesso.
Il portiere ha raccolto informazioni, le ha selezionate, le ha interpretate e ha preparato una risposta.
È esattamente il motivo per cui, quando parliamo di portiere moderno, non possiamo più limitarci alla tecnica della parata.
La stessa UEFA, nei propri materiali dedicati al goalkeeper coaching, descrive il processo decisionale del portiere attraverso l’osservazione, la raccolta delle informazioni, l’identificazione degli elementi rilevanti, il riconoscimento degli indizi situazionali e la successiva decisione ed esecuzione.
Questa sequenza, per me, è fondamentale perché cambia completamente il modo di guardare l’allenamento.
Se vedo un portiere uscire male, la domanda più semplice è: “Perché sei uscito?”
Ma forse è la domanda sbagliata.
La domanda che oggi mi interessa molto di più è: “Che cosa hai visto prima di decidere?”
Perché magari la scelta finale è stata sbagliata, ma l’errore è nato due secondi prima, quando il portiere non ha riconosciuto un’informazione importante.
Oppure l’informazione l’ha vista, ma l’ha interpretata tardi.
Oppure l’ha interpretata correttamente, ma ha esitato.
Oppure ha deciso bene, ma non è riuscito a trasformare la decisione in un’azione efficace.
Sono quattro situazioni completamente diverse.
E se non le distinguiamo, rischiamo di allenare sempre la stessa cosa: la soluzione finale.
Io credo invece che dobbiamo iniziare ad allenare anche ciò che porta alla soluzione.
Qui entra in gioco il carico cognitivo.
Non mi interessa utilizzare questo termine perché fa più moderno parlare di neuroscienze. Mi interessa perché descrive qualcosa che noi allenatori vediamo continuamente.
Un portiere durante una partita deve sostenere continuamente processi attentivi, percettivi e decisionali. Deve mantenere alcune informazioni attive, aggiornarle quando cambia la situazione e contemporaneamente inibire quelle che non sono più utili.
In altre parole, non deve semplicemente vedere tutto.
Deve imparare a vedere ciò che serve.
E questa è una differenza enorme.
Le neuroscienze ci aiutano a capire perché.
Mathias Pessiglione e colleghi, in una review pubblicata su Trends in Cognitive Sciences nel 2025, hanno analizzato le origini e le conseguenze della fatica cognitiva, discutendo il rapporto tra il protrarsi di attività cognitive impegnative, i sistemi di controllo cognitivo e i processi motivazionali. La letteratura neurofisiologica mostra inoltre modificazioni dell’attività delle reti coinvolte nel controllo cognitivo durante stati di fatica mentale.
Ma portiamo tutto questo fuori dal laboratorio e dentro una porta di calcio. Immaginiamo un primo tempo in cui il nostro portiere ha dovuto intervenire dieci volte. Non necessariamente dieci parate. Magari due cross, tre situazioni di profondità, quattro costruzioni dal basso, un paio di palloni alle spalle della linea.
Ogni azione ha richiesto una lettura.
Ogni lettura ha richiesto attenzione.
Ogni attenzione ha richiesto una scelta.
E tra un’azione e l’altra il cervello non si spegne.
Il portiere continua a osservare.
Continua a prevedere.
Continua a correggere.
Continua a comunicare.
Continua a chiedersi, anche implicitamente: se la palla va lì, cosa succede? Se il centrale sale, cosa cambia? Se l’attaccante parte, quando devo muovermi? Se il portatore orienta il corpo in questo modo, cosa mi sta comunicando?
Questo è lavoro.
Anche se il GPS registra zero metri in quella fase.
Ed è proprio qui che secondo me dobbiamo cambiare prospettiva.
Abbiamo imparato a misurare molto bene la fatica fisica del calciatore. Distanza, accelerazioni, decelerazioni, sprint, frequenza cardiaca, carico esterno e interno.
Ma il portiere ci obbliga a fare un passo ulteriore.
Perché può trascorrere lunghi periodi con un basso carico locomotorio e contemporaneamente sostenere un elevato carico percettivo e decisionale.
Non significa che possiamo dire semplicisticamente che “il portiere ha più carico cognitivo di tutti gli altri giocatori”. Sarebbe una conclusione che la ricerca non ci consente di fare in questi termini.
Significa però che il suo lavoro cognitivo non può essere ignorato soltanto perché non produce grandi quantità di movimento.
E questa è una distinzione metodologica importante.
C’è poi un’altra cosa che mi interessa molto.
Il carico cognitivo non deve essere visto soltanto come qualcosa che affatica.
Può diventare anche qualcosa che alleniamo.
Ed è qui che, secondo me, cambia la metodologia.
Se durante l’allenamento io tiro dieci palloni uguali, dalla stessa posizione, con la stessa traiettoria, dando sempre al portiere la stessa informazione e chiedendogli sempre la stessa risposta, posso costruire una buona esecuzione tecnica.
E va benissimo.
Serve.
Ma non sto necessariamente allenando la capacità di leggere una situazione.
Se invece costruisco una situazione nella quale il portatore può andare al cross, giocare alle spalle della linea oppure calciare, il portiere non conosce in anticipo la soluzione.
Deve leggere.
Deve discriminare.
Deve riconoscere gli indizi.
Deve decidere.
Poi deve muoversi.
E se sbaglia, io non devo immediatamente correggere il gesto.
Prima devo capire dove è nato l’errore.
È una differenza enorme.
Perché il portiere esperto non è semplicemente quello che reagisce più velocemente alla palla.
È anche quello che riesce a riconoscere prima ciò che sta per succedere.
La review di Huesmann, Schorer, Büsch e Loffing pubblicata nel 2025 sull’anticipazione nel goalkeeping raccoglie 20 studi sull’expertise e 13 sul training dell’anticipazione. I risultati indicano, nei portieri più esperti, una migliore capacità di utilizzare gli indizi disponibili e, con alcune cautele metodologiche, differenze anche nei comportamenti di ricerca visiva. Gli autori sottolineano però che gran parte della ricerca è stata condotta in situazioni standardizzate, soprattutto sui rigori, quindi dobbiamo essere prudenti nel trasferire automaticamente quei risultati alla complessità della partita.
Questo per me è un punto fondamentale.
Non dobbiamo allenare il cervello separandolo dal calcio.
Dobbiamo allenare il cervello attraverso il calcio.
È diverso.
Non ho bisogno di mettere il portiere davanti a numeri, colori o stimoli casuali se poi non riesco a spiegare quale relazione abbiano con una situazione reale di gioco.
Posso creare un problema vero.
Un attaccante che parte alle spalle della linea.
Un difensore che può accorciare oppure scappare.
Un portatore che può cambiare soluzione.
Un cross che può diventare un tiro.
Una palla filtrante che può essere intercettata oppure lasciata.
È lì che nasce il carico cognitivo specifico.
È lì che il portiere impara a riconoscere le informazioni che contano.
E soprattutto impara a farlo sotto pressione.
Perché il problema vero non è soltanto decidere.
È decidere dopo aver già deciso decine e decine di volte.
Qui torno al 90° minuto.
Perché è quello il momento che mi interessa.
Il portiere ha appena subito un tiro.
Si rialza.
La squadra avversaria riparte.
Lui deve immediatamente tornare dentro la partita.
Non può permettersi di rimanere mentalmente nell’azione precedente.
Deve recuperare l’informazione nuova.
Deve riorganizzare la linea.
Deve leggere il nuovo attacco.
E magari, trenta secondi dopo, deve uscire su un cross.
Fisicamente potrebbe essere tranquillamente in grado di farlo.
Ma mentalmente?
Quanta capacità di elaborazione gli rimane?
Quanta attenzione riesce ancora a dedicare alle informazioni realmente importanti?
Quanto rapidamente riesce a passare da una situazione all’altra?
Questo è uno dei motivi per cui considero la fatica mentale una variabile interessante anche nella prestazione del portiere.
Smith e colleghi hanno dimostrato in giocatori di calcio allenati che una condizione di fatica mentale peggiorava accuratezza e velocità nel decision making specifico per il calcio. Altri lavori dello stesso gruppo hanno osservato effetti negativi anche sulla prestazione fisica e tecnica.
Una meta-analisi pubblicata nel 2026, che ha riunito gli studi disponibili sulla fatica mentale nello sport, ha trovato un’associazione con peggiori prestazioni nel tempo di reazione specifico, nella prestazione tecnica e soprattutto nel decision making.
Attenzione però.
Non significa che possiamo prendere questi risultati e dire: “Ecco cosa succede sicuramente al portiere al 90°.”
La ricerca specifica sul goalkeeper è ancora limitata.
Ma significa che abbiamo una ragione scientifica per prendere sul serio ciò che molti allenatori osservano da anni.
E cioè che la partita può consumare il portiere anche quando non lo vediamo correre.
Io l’ho visto tante volte.
Un portiere che al 70° è lucido, comunica, anticipa, accompagna la linea.
Poi arriva l’80°.
Una situazione.
Una seconda.
Una terza.
Comincia a parlare meno.
Si posiziona mezzo metro più indietro.
Arriva leggermente dopo su una palla che prima aveva letto.
Non necessariamente perché non abbia più forza nelle gambe.
Forse perché sta pagando il costo di novanta minuti di attenzione.
E allora la domanda per noi allenatori diventa inevitabile:
quanto di questa fatica possiamo imparare ad allenare?
Non possiamo simulare una partita intera ogni giorno.
Non sarebbe nemmeno utile.
Possiamo però costruire progressivamente situazioni in cui il portiere deve sostenere attenzione, percezione, interpretazione e decisione mentre la complessità aumenta.
Prima una situazione relativamente semplice.
Poi una variabile.
Poi una situazione con più informazioni.
Poi l’opposizione.
Poi la transizione.
Poi la necessità di decidere rapidamente dopo una precedente azione.
Questo, per me, è allenare il carico cognitivo del portiere.
Non significa rendere ogni esercitazione complicata.
Anzi.
Il contrario.
Prima devo insegnare. Poi devo perturbare. Poi devo chiedere adattamento.
Se metto subito il portiere dentro una situazione caotica, rischio di non sapere più se l’errore nasce dalla tecnica, dalla percezione o dalla decisione.
Se invece costruisco progressivamente il problema, posso capire dove intervenire.
Ed è qui che la metodologia torna ad essere allenamento.
Immaginiamo una semplice esercitazione.
Portiere in porta.
Linea difensiva davanti.
Un portatore laterale.
Un attaccante tra le linee e uno alle spalle della difesa.
Il portatore può crossare, giocare in profondità oppure condurre.
Io non dico al portiere cosa deve fare.
Gli dico soltanto:
“Leggi la situazione.”
Parte l’azione.
Il portiere deve guardare.
Deve riconoscere.
Deve decidere.
E dopo l’azione non gli chiedo subito:
“Perché non sei uscito?”
Gli chiedo:
“Cosa hai visto?”
“Qual è stata la prima informazione che hai riconosciuto?”
“Quando hai capito che la situazione stava cambiando?”
“Quando hai preso la decisione?”
Queste domande mi permettono di entrare dentro il processo.
E soprattutto permettono al portiere di imparare a riconoscere il proprio processo decisionale.
Perché alla fine il nostro obiettivo non è avere un portiere che esegue perfettamente ciò che l’allenatore gli ha detto.
Vogliamo un portiere capace di leggere ciò che l’allenatore non può leggere al posto suo.
Questa, per me, è una delle differenze più profonde tra il portiere che esegue e il portiere che interpreta.
Il primo aspetta la situazione.
Il secondo comincia a costruirla nella propria testa prima che accada.
E quando arriva il momento della scelta, sembra più veloce.
Ma forse non è semplicemente più veloce.
È arrivato prima alla decisione.
Ed è questa la direzione nella quale voglio portare questa serie.
Non parlare genericamente di “mentalità”.
Non dire semplicemente che il portiere deve essere concentrato.
Voglio provare a capire cosa succede realmente quando guarda, seleziona, interpreta, anticipa e decide.
Perché se il portiere moderno deve essere parte integrante del gioco, allora dobbiamo allenare anche quella parte del gioco che non compare nei dati GPS e che spesso non compare nemmeno nel video.
Quella che avviene nella frazione di secondo precedente all’azione.
E forse è proprio lì che comincia la parata.
PERCEPIRE • DECIDERE • PROTEGGERE

BIO: ANTONIO FERRARO
Allenatore dei portieri con oltre vent’anni di esperienza nel calcio, maturata in contesti professionistici e dilettantistici ad alto livello. Nel corso della carriera ha operato all’interno del settore giovanile professionistico del Torino Calcio, affiancando allo sviluppo tecnico una costante attenzione agli aspetti percettivo-decisionali della prestazione del portiere.
In possesso di Laurea Magistrale in Scienze Motorie, integra competenze accademiche e metodologiche con l’esperienza di campo, sviluppando modelli di allenamento basati sull’evoluzione del ruolo nel calcio moderno.
È abilitato UEFA A e specializzato come Allenatore dei Portieri con qualifica UEFA Goalkeeper B (UEFA GKB), titoli che certificano una preparazione avanzata nella gestione e nello sviluppo della prestazione specifica.
Nel corso del proprio percorso ha lavorato in diverse categorie, dalla Serie C ai campionati di Eccellenza e Promozione, confrontandosi con contesti competitivi differenti e contribuendo alla crescita di portieri in tutte le fasi del loro sviluppo.
L’attività è orientata allo studio e all’applicazione di modelli prestativi innovativi, con particolare riferimento ai processi di scanning, anticipazione e preparazione motoria, elementi chiave nel ruolo del portiere nel calcio contemporaneo.










