ESTASI COMO: LA GRANDE BELLEZZA (E LA SUA NEMESI)

C’è chi è contento per aver perso di misura.

Col minimo scarto.

In casa propria.

Sul manto erboso che fu di Diego.

Contento per aver apprezzato una fase difensiva in miglioramento.

(!)

Dopo aver subìto ventisei conclusioni.

E poi c’è chi afferma di dover essere contento, ma soltanto per cinque minuti.

Perché bisogna puntare ad essere più di quello che si è oggi.

Dopo aver vinto all’esordio assoluto in Champions League.

Per 4-1.

In casa propria.

Una casetta, se paragonata alla casa di cui sopra.

Sicuramente suggestiva.

Fra due catene non interrotte di monti.

Dalla capienza ridotta, quasi completamente vetusta.

Ma fulcro nevralgico di uno spettacolo globale scagliato urbi et orbi.

Ops.

Uno spettacolo?

Sarà mica un circo?

Non bisognava andare lì per lo spettacolo?

Addirittura uno spettacolo nello spettacolo?

Qualcosa di spettacolare sciorinato all’interno di un panorama mozzafiato?

Ma sia mai tanta bellezza tutta insieme?

Non siamo mica abituati in Italia.

La propensione intellettuale al bello non è un tratto distintivo.

Sarà che Como non è quasi in Italia.

Ah, ecco.

Per questo le catene non interrotte sono quelle dei monti e non quelle di due belle linee strette schiacciate a ridosso della porta da difendere.

Ah. Adesso sì.

Adesso è tutto semplice.

Qui da noi siamo Don Abbondio.

Bisogna evitare i pericoli e non prendere mai una posizione.

Bisogna essere vili.

Non coraggiosi.

Bisogna sottomettersi al più forte.

Non avere ideali.

Essere realisti.

Ma sarà che a Como non hanno mai letto il buon Manzoni?

Beh, del resto non è quasi in Italia.

Lì cedono al bello, al coraggio, allo spettacolo.

Anzi.

Allo spettacolo nello spettacolo.

Anzi.

Ora che ci penso.

Allo spettacolo nello spettacolo nello spettacolo.

Perché a rendere possibile lo spettacolo è stato proprio don Abbondio.

Dopo un’altra sconfitta di misura.

In casa propria.

E non contro intrepidi anglosassoni.

Contro sardi già salvi.

Tutto questo spettacolo ammirato in una casetta in riva al lago è stato determinato proprio dalla sua antitesi.

È stata l’antitesi a regalarci cotanta bellezza.

Antitesi e nemesi.

Ma in fondo non siamo quasi nemmeno in Italia.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

2 risposte

  1. ​Il Como di Cesc Fàbregas e l’alibi perfetto del calcio italiano.

    ​Oggi il nostro movimento guarda al modello Como come a una “mosca bianca”.
    La reazione classica del sistema di fronte a chi rompe gli schemi è sempre la stessa:
    sminuire per non dover cambiare.

    ​”Facile parlare quando ci sono le risorse.”
    “Facile quando puoi permetterti certi profili.”
    “Facile quando hai strutture all’avanguardia.”
    ​La realtà è decisamente diversa:
    ​Le risorse economiche non bastano se non si sa dove e come investirle.
    ​I giocatori non compaiono dal nulla, vanno individuati, valutati e contestualizzati.
    ​Le strutture non sono solo mattoni, ma ambienti funzionali pensati per lo sviluppo.

    ​Il Como ha dimostrato che la vera differenza la fa il coraggio di portare una mentalità diversa, rifiutando il dogmatico
    “si è sempre fatto così”.

    ​Anziché guardare con sospetto chi innova e continuare a lamentarsi della “mancanza di talenti”, il calcio italiano dovrebbe guardarsi allo specchio.
    I talenti non sono spariti è l’ambiente formativo creato dagli adulti, dirigenti, allenatori, metodologi, che spesso ne impedisce la crescita.

    ​Spostare il focus significa smettere di gestire le emergenze e iniziare a misurare la qualità dei processi.
    È qui che si inserisce la necessità di un Rating oggettivo:
    uno strumento neutrale in grado di certificare il valore reale del lavoro svolto nei vivai, valorizzare gli ambienti virtuosi e restituire tracciabilità scientifica al talento.

    ​Il cambio culturale non è una questione di budget.
    È una questione di metodo.

  2. Non sono assolutista ma relativista di formazione. Qualunque sistema, modello o quant’altro, presenta sempre punti di forza e di debolezza nonchè pregi e difetti.

    Allegri è (o tale mi appare) un assolutista dell’ex modello all’italiana, che tanto successo e denaro gli ha procurato. Pertanto, ora vive il declino del modello e quindi anche il suo.

    Io parto dal principio che se il modello è funzionale all’obiettivo e gli interpreti di quel modello sono perfetti, quel modello è efficiente e vincente se si gioca in condizioni favorevoli.

    Ad oggi, però, ho una convinzione che se non ho una rosa precisamente e correttamente costruita in funzione di un modello ed idea di gioco, la “modalità possesso palla” è la migliore, perchè è più elastica ed ecclettica dei modelli più rigidi.

    Vedo spesso il Como, poichè mi piace il suo modo di giocare, apprezzando l’amalgama che c’è tra i giocatori, oltre, ovviamente, all’efficienza notevole. Forse, peccano di eccessiva sicurezza per cui possono subire anche dei rovesci, ma in termini probabilistici, sono bassissime le percentuali di farsi male (non conseguire l’obiettivo) nell’insieme di un torneo.

    A me personalmente piacerebbe vedere la stessa squadra, nella stessa partita, cambiare frequentemente modo di giocare.

    Se si gioca sempre alla stessa maniera, si finisce di essere ben studiati dagli avversari, che prima o poi trovano le contromisure.

    La grandissima Olanda che perde la finale con la Germania; lo straordinario Brasile che viene eliminato ai quarti dall’Italia, per prendere gli episodi più clamorosi.

    C’era un proverbio francese, che racconta bene il mio pensiero: “tout casse, tout lasse, tout se remplace”. Ma a questo proverbio associo la grande elasticità organizzativa delle legioni romane e la capacità di adattarsi agli avversari, perdendo qualche battaglia e vincendo le guerre.

    I romani erano bravi a studiare le vittorie e le sconfitte, a guardare le tattiche dei nemici e il loro armamento, per cui si arricchivano sempre più di capacità bellica.

    Nel calcio, per fortuna, non si muore, ma le analogie con le battaglie (le singole partite) e le guerre (i tornei) sono notevoli.

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