Anche nel calcio, spontaneamente, tendiamo a rispondere a quella che Vittorio Gallese definisce la legge dei 2/3. Di fronte alla scelta tra cambiare il nostro modo di agire e affidarci alle abitudini consolidate, siamo naturalmente inclini a scegliere queste ultime. L’abitudine, infatti, richiede meno sforzo, comporta minori implicazioni formative e, soprattutto, non ci obbliga a mettere continuamente in discussione le nostre conoscenze.
Da qui nasce una delle principali diatribe nel mondo della formazione calcistica: è più importante possedere una solida competenza nel “saper fare” oppure essere capaci di organizzare ambienti di apprendimento nei quali possano emergere le relazioni tra giocatori, compagni e avversari?
Le domande che emergono di fronte alla legge dei 2/3 sono quindi legittime.
Che cosa è realmente più efficace per l’apprendimento dei bambini?
È necessario possedere maggiori competenze nel “saper fare” oppure nel “saper organizzare”?
Osservando sul web la grande quantità di proposte dedicate al miglioramento tecnico, all’affinamento della tecnica individuale e agli allenamenti personalizzati, spesso organizzati con rapporti di uno a uno, sorge spontanea una domanda: è davvero questa la strada più efficace?
I bambini apprendono realmente in questo modo? E, soprattutto, riescono successivamente a trasferire quelle abilità all’interno di contesti di gioco, trasformandole in competenze?
Prendiamo, ad esempio, il gesto tecnico del calcio d’interno. È una tecnica valida in assoluto? È possibile considerarla ugualmente efficace per tutti, indipendentemente dall’età, dalla struttura fisica, dalle caratteristiche individuali e dal contesto nel quale viene utilizzata?
Dalla tecnica alla scoperta
Fino a circa dieci anni fa ero convinto che la prima strada fosse quella corretta. Allo stesso tempo, però, ho sempre provato una certa insofferenza, sia da giocatore sia da allenatore, nei confronti delle metodologie basate sul continuo perfezionamento tecnico attraverso la ripetizione del gesto.
Ho sempre preferito giocare e far giocare, anche perché sono figlio del calcio di strada e di un’epoca nella quale i giochi all’aria aperta rappresentavano una parte importante della quotidianità. Successivamente, durante la mia esperienza come responsabile dell’Attività di Base del Cagliari Calcio, partecipai a una riunione formativa nella quale Filippo Galli illustrò la propria idea di calcio nel settore giovanile, supportandola attraverso i lavori di numerosi scienziati ed esperti dell’apprendimento.
Quell’incontro rappresentò per me un punto di svolta. Da quel momento iniziai ad approfondire sistematicamente il tema, dapprima attraverso testi in lingua italiana e, successivamente, anche attraverso pubblicazioni in lingua inglese, aiutandomi inizialmente con gli strumenti di traduzione.
La domanda, allora, era sempre la stessa: era davvero quella la strada giusta?
Oggi, alla luce delle conoscenze maturate nel campo delle neuroscienze e delle scienze dell’apprendimento, la mia risposta è: assolutamente no.
La ripetizione non ripetuta
Le neuroscienze e gli studi sull’apprendimento hanno contribuito a chiarire che il bambino non apprende semplicemente attraverso l’imitazione di un gesto mostrato dall’allenatore. L’apprendimento avviene anche attraverso una ripetizione che, paradossalmente, non è mai identica a se stessa.
Già negli anni Sessanta, Nikolaj Bernstein sottolineava come, negli sport caratterizzati da abilità aperte (open skills), nessun gesto tecnico venga eseguito due volte esattamente nello stesso modo. Per comprendere meglio questo concetto possiamo utilizzare la metafora del fiume: nessuno può immergersi due volte nella stessa acqua.
Allo stesso modo, una situazione di gioco non è mai perfettamente identica alla precedente e, di conseguenza, anche il gesto tecnico deve adattarsi continuamente alle condizioni ambientali.
Gli studi condotti, ad esempio, sulla schiacciata nella pallavolo hanno evidenziato l’esistenza di numerose modalità differenti di esecuzione dello stesso gesto.In questo senso, potremmo attribuire la seguente affermazione a Julio Velasco: non servono giocatori capaci di eseguire sempre la stessa schiacciata, ma giocatori capaci di mandare la palla a terra, trovando di volta in volta la soluzione più efficace.
Il ruolo dell’allenatore
A questo punto possiamo porci una domanda fondamentale.
Per un allenatore dell’Attività di Base è più semplice organizzare un’attività nella quale i bambini vengono messi in fila dietro a dei coni e invitati a ripetere un gesto tecnico, che l’allenatore osserva, controlla e corregge?
Oppure è più complesso costruire giochi nei quali i bambini, divertendosi, possano apprendere attraverso la libera esplorazione e trovare autonomamente soluzioni efficaci?
È più semplice correggere il gesto tecnico dicendo: “Metti il piede in questo modo”, oppure modificare le condizioni del gioco affinché determinate soluzioni emergano spontaneamente? Nel primo caso l’allenatore osserva, pensa e corregge.
Nel secondo caso l’allenatore deve pensare, osservare, riflettere e riorganizzare l’ambiente di apprendimento. Ed è proprio questa seconda modalità a richiedere una formazione più approfondita, una maggiore capacità di osservazione e una notevole esperienza. (esperienza=conoscenza)
Gioco, neuroscienze ed emozione
Un ulteriore sostegno a questa prospettiva arriva dagli studi delle neuroscienze. L’attivazione dei sistemi cerebrali coinvolti nell’azione appare particolarmente significativa nei momenti di gioco e tende a essere differente quando il bambino viene impegnato in esercitazioni lontane dalle caratteristiche reali della gara.
Da questa prospettiva diventa quindi importante iniziare da un’attività il più possibile vicina alla situazione di gioco, per coinvolgere processi percettivi, decisionali e motori analoghi a quelli che il bambino dovrà utilizzare in partita.
Si può quindi partire da un gioco, passare successivamente a una situazione più analitica per consolidare alcune conoscenze emerse durante il gioco e ritornare infine al gioco-partita, favorendo il trasferimento dell’abilità acquisita.
Il termine “esercizio” è forse improprio, ma rende comunque chiara l’idea. Questa prospettiva permette anche di rispondere a chi sostiene che gli allenatori che utilizzano il gioco, gli small-sided games o i large-sided games non sappiano correggere il gesto tecnico.
È esattamente il contrario.
Il processo che sta alla base di questa metodologia è spesso più complesso e più raffinato, perché richiede all’allenatore di riconoscere ciò che sta emergendo dal comportamento dei bambini e di modificare opportunamente l’ambiente affinché determinate soluzioni possano essere scoperte e consolidate.
Per fare questo sono necessarie formazione ed esperienza, dove l’esperienza deve essere intesa non semplicemente come quantità di anni trascorsi sul campo, ma come conoscenza costruita attraverso l’osservazione e la riflessione sulla pratica.
Percezione, azione e decisione
Consideriamo ora alcuni dati relativi ai tempi di elaborazione dell’azione:
• al tempo 0 l’azione si sviluppa;
• dopo circa 50-60 millisecondi il cervello registra l’informazione;
• dopo circa 100-150 millisecondi il piede, guidato dal sistema nervoso, interviene sull’azione;
• dopo circa 500 millisecondi diventiamo consapevoli di quanto è accaduto;
• dopo circa 650 millisecondi possiamo arrivare a commentare verbalmente l’azione.Al di là dell’esatta interpretazione di questi tempi, il dato fondamentale è che, in una situazione di gioco dinamica e non a palla ferma, percezione e azione sono strettamente interconnesse.
Vedo, agisco e, immediatamente dopo, posso riflettere su ciò che è accaduto. Ma la nostra coscienza è sempre allertata dalla percezione per cui si può cambiare decisione, molto rapidamente, se cambia la situazione.
Inoltre, durante il gioco interviene anche la dimensione emotiva. La componente affettiva non è separabile dall’esperienza motoria e dall’agito. Molte delle nostre azioni, quindi, sono profondamente legate all’esperienza.
Più gioco, più conosco il gioco; più conosco il gioco, più sono in grado di riconoscere le possibilità d’azione che l’ambiente mi offre; più riconosco queste possibilità, più riesco a immergermi efficacemente nel gioco.
Il limite dell’esercizio decontestualizzato
Proviamo a confrontare tutto questo con un esercizio molto diffuso nell’ambito della tecnica individuale.
Due bambini vengono posizionati uno di fronte all’altro e l’allenatore spiega loro: “Dovete fare così”, attraverso una descrizione verbale oppure, più frequentemente, attraverso una dimostrazione.
La prima domanda che dovremmo porci è: che cosa vedono realmente i bambini di quel gesto?
Osservano la rincorsa? La posizione del piede portante? La posizione del piede calciante? La postura del corpo? La coordinazione dell’intera catena cinetica?
La risposta, probabilmente, è no.
Il bambino tende a concentrarsi su alcuni elementi, trascurandone altri, perché è estremamente difficile percepire e riprodurre consapevolmente una catena cinetica così complessa.
Ma soprattutto dobbiamo considerare la distanza rispetto alla situazione reale di gara. La palla viene trasmessa a un compagno fermo o in movimento, ma generalmente senza un avversario, senza una reale direzione di gioco e, soprattutto, senza quella componente emotiva che caratterizza la competizione.
Questo tipo di esercitazione può quindi avere una propria utilità, soprattutto per un periodo limitato e con l’obiettivo di consolidare alcune conoscenze specifiche. Può essere proposta, ad esempio, per pochi minuti all’interno di un allenamento, magari dopo un’attività di gioco, o prima della seduta in forma libera e con una precisa finalità. Ciò che non dovrebbe accadere è che essa diventi il centro di un progetto di Scuola Calcio.
Come apprendono realmente i bambini?
Un proverbio cinese afferma:
“Il maestro apre la porta, ma tu devi entrare da solo.”
Il significato è particolarmente efficace per descrivere il ruolo dell’allenatore-educatore. Il maestro prepara l’ambiente, apre la porta e crea le condizioni affinché l’apprendimento possa avvenire. Tuttavia, sarà il bambino a dover attraversare quella porta, esplorare l’ambiente e scoprirne progressivamente le possibilità.
Le teorie dell’apprendimento sono numerose. Tra le prospettive oggi maggiormente rilevanti possiamo citare la teoria ecologica, la teoria fenomenologica-enattiva e la teoria dei sistemi dinamici. Pur avendo delle differenze, queste prospettive condividono un elemento fondamentale: il bambino apprende attraverso le interazioni con l’ambiente che lo circonda. (Araujo, Bronfenbrenner, Davids, Gibson)
Di conseguenza, il calcio dovrebbe formare sempre più allenatori-educatori capaci di progettare e organizzare ambienti di apprendimento nei quali il bambino possa essere coinvolto nella sua globalità. Attività che non si limitino a sollecitare esclusivamente la componente tecnica, ma che coinvolganocontemporaneamente gli aspetti percettivi, cognitivi, motori, relazionali ed emotivi (approccio sistemico).
Il parallelismo con la scuola
Potremmo fare un interessante parallelismo con l’insegnamento nella scuola pubblica. Ho insegnato per quarant’anni e ho avuto modo di osservare l’evoluzione del sistema scolastico: da un’educazione prevalentemente incentrata sull’insegnamento e sulla trasmissione dei contenuti, nella quale gli alunni venivano talvolta considerati come contenitori vuoti da riempire, a una prospettiva maggiormente orientata verso l’apprendimento e lo sviluppo di competenze trasversali.
Si tratta, tuttavia, di un’evoluzione ancora in corso.
Permane, in alcuni contesti, un’eccessiva centralità dell’insegnante rispetto a una prospettiva che potremmo definire “noi-centrica”, nella quale l’attenzione si sposta dal docente al discente e, soprattutto, alla relazione che intercorre tra docente e discente.
Anche nella scuola, per lungo tempo, il controllo è stato considerato uno degli obiettivi predominanti. In questa direzione, le riflessioni di Vittorio Gallese invitano a far evolvere i processi educativi da un’educazione basata sull’insegnamento a un’educazione basata sull’apprendimento.
Metodologie come la flipped classroom o il jigsaw si muovono proprio in questa direzione: si parte da un problema, da una situazione o da una domanda centrale e si sviluppa il tema attraverso il contributo attivo degli studenti. Grazie all’intersoggettività, l’apprendimento diventa così un processo condiviso, nel quale ciascun componente del gruppo può sentirsi parte attiva della costruzione della conoscenza.
Non è casuale che, nella sua origine latina, il termine educare sia associato al verbo educere, cioè “portare fuori”, piuttosto che semplicemente “mettere dentro”. Educare, quindi, non significa soltanto trasferire contenuti, ma creare le condizioni affinché ciò che una persona possiede in termini di potenzialità possa emergere, svilupparsi e trasformarsi in competenza.
La formazione
Questo invito dovrebbe essere esteso a tutti coloro che svolgono un’azione educativa, sia essa esercitata in ambito scolastico, sportivo o calcistico.
L’allenatore non dovrebbe essere soltanto colui che insegna un gesto, ma colui che progetta condizioni affinché il bambino possa apprendere.Il passaggio fondamentale è quindi quello dal “fare al bambino” al “far fare al bambino” e al “sapere di saper fare del bambino” dal controllo alla scoperta, dalla ripetizione del gesto alla ricerca della soluzione, dalla trasmissione della tecnica alla costruzione della competenza.
L’auspicio è che anche il calcio riesca progressivamente a liberarsi dalla logica del “si è sempre fatto così” e possa aprirsi maggiormente alla formazione, alla ricerca e alle conoscenze provenienti dalle scienze dell’apprendimento. Perché, se non siamo capaci di mettere in discussione quella che abbiamo definito la legge dei 2/3, il rischio non riguarda soltanto il futuro del calcio.
Riguarda, più in generale, il modo in cui scegliamo di educare e accompagnare la crescita.

Curriculum vitae prof. SERGIO FADDA
Servizi
• 1985-2023 Ministero della Pubblica Istruzione (docente)
Titoli di Studio
• diploma ISEF conseguito il 24.07.1983 presso l’ISEF di Cagliari con vot 110 su 110 e lode;
• diploma di specializzazione polivalente per portatori di Handicap organizzato dal provveditorato agli Studi di Cagliari nel biennio 1992 – 94 con vot 29 su 30;
• Best Disabled Grassroots Football Event – UEFA 2005
Titoli Professionali
• 1985 partecipazione al corso Nazionale per istruRori di calcio nella scuola, indetto dalla F.I.G.C. in collaborazione con il ministero della Pubblica Istruzione, con la qualifica di “Istruttore di calcio” Alghero (Ca);
• 1997 conseguimento del Itolo parificato Europeo di Allenatore di base della F.I.G.C. indetto dalla F.I.G.C settore Coverciano tenutosi a Cagliari
• 1997 conseguimento del Itolo di Formatore dei maestri elementari e degli insegnanI di educazione fisica per la F.I.G.C (massimo Itolo);
ATTIVITÀ DI CALCIATORE:
• 1970-1997 dilettanti
ATTIVITÀ DI ALLENATORE:
• 1985-89 (4 anni) istruttore di calcio CRAL PROVINCIA
• 1990-91 responsabile tecnico Scuola Calcio POL. GIALETO
• 1994-95 1995-96 (2 anni) selezionatore regionale delle rappresentaIve allievi e giovanissimi del Comitato Regionale Sardo della F.I.G.C.
• 1996-97 Sigma calcio responsabile tecnico della scuola calcio
• 1999-00, 2000-01 Squadre minori Società SporIva PSF Sant’Elena calcio
• 2001-2013allenatore delle prima squadra nel campionato di Eccellenza
• 2014-2021 Allenatore e responsabile dell’a`vità di base SpA Cagliari Calcio (Academy Cagliari)
• 2021-2026 Responsabile dell’a`vità di base Himalaya calcio










