In questi giorni c’è una notizia a tenere banco sui principali siti di informazione e che cattura l’occhio di chi come me è interessato ad analizzare l’evoluzione dello sport con una lente di genere. La Federazione Spagnola di Calcio sta portando avanti un piano di finanziamento per la crioconservazione degli ovuli per le calciatrici della nazionale. Questo fatto mi ha inizialmente colpita come una grande innovazione e come un passo avanti verso la parità di genere. È una misura che riconosce alle calciatrici il diritto di poter preservare la propria fertilità e, in qualche modo, cerca di risolvere il conflitto tra carriera sportiva e desiderio di maternità. Tuttavia, rileggendo la notizia, mi sono chiesta che cosa stiamo realmente sostenendo attraverso una scelta di questo tipo. Non perché il congelamento degli ovuli sia di per sé sbagliato, ma perché ogni politica può essere osservata da prospettive diverse e può diventare un’occasione per interrogarsi criticamente sulla realtà che contribuisce a costruire.
Il primo interrogativo riguarda proprio il significato della misura: stiamo creando le condizioni perché una calciatrice possa essere madre durante la propria carriera, oppure stiamo offrendo uno strumento che le permette di rimandare la maternità fino a quando la carriera sarà terminata?
È certamente meglio che in passato. Oggi viene riconosciuto che una donna possa essere contemporaneamente atleta di alto livello e persona con un progetto di maternità. Ma resta la questione per quelle calciatrici che, invece, desiderano diventare madri prima e continuare comunque a giocare.
Per comprendere meglio questa domanda, forse è necessario fare un passo indietro e guardare alla storia. A volte è proprio facendo un passo indietro, allargando lo sguardo sul susseguirsi dei processi storici, che riusciamo a comprendere meglio ciò che accade e ad aprire nuove prospettive di riflessione. Nel 1933, a Milano, un gruppo di giovani donne fondò il Gruppo Femminile Calcistico, nel primo tentativo organizzato di creare una squadra femminile di calcio in Italia. Le ragazze ottennero inizialmente un’autorizzazione ma il loro gioco fu sottoposto a numerose limitazioni. Dovevano infatti giocare con moderazione, con partite brevi e prevalentemente con tiri rasoterra. Dietro queste restrizioni non c’era soltanto l’idea che il calcio fosse uno sport poco adatto alle donne ma anche la preoccupazione legata al corpo femminile e alla sua funzione riproduttiva. Perché si pensava che l’attività fisica intensa e i colpi potessero danneggiare gli organi riproduttivi e compromettere la futura maternità. Pensate che addirittura si era arrivati all’obbligo di avere un uomo in porta per evitare alle donne il rischio di ricevere pallonate. Il paradosso fa quasi sorridere: per poter giocare a calcio, le donne dovevano dimostrare che il calcio non avrebbe impedito loro di diventare madri.
Quasi un secolo dopo, la logica sembra essersi completamente rovesciata. Oggi il corpo femminile non viene più escluso dallo sport per proteggere la sua capacità riproduttiva. Al contrario, la tecnologia può essere utilizzata per permettere alla donna di continuare la propria carriera e preservare contemporaneamente la possibilità di diventare madre.
Ma proprio qui nasce la domanda più interessante: abbiamo davvero superato la vecchia logica oppure ne abbiamo semplicemente invertito la direzione?
Oggi la crioconservazione può essere uno strumento di autodeterminazione e una possibilità in più ma perché la soluzione al conflitto tra maternità e carriera dovrebbe essere, almeno in parte, quella di modificare il calendario biologico della donna invece di modificare le condizioni della carriera?
Il congelamento degli ovuli riguarda soprattutto la possibilità di rimandare la maternità e questo non elimina necessariamente il conflitto tra maternità e sport, lo sposta solo nel tempo.
A onor del vero, esistono politiche che cercano di rendere possibile la maternità durante la carriera. Il contratto collettivo delle calciatrici della prima divisione femminile spagnola, pubblicato nel 2025, prevede misure specifiche di tutela della gravidanza e della maternità. Tra queste, la possibilità di rinnovare il contratto per un’ulteriore stagione in determinate circostanze, la presenza di spazi per l’allattamento e servizi di assistenza ai bambini durante allenamenti e partite. Anche la Federazione Spagnola ha introdotto misure di conciliazione per le giocatrici della nazionale, permettendo alle calciatrici con figli di avere vicino bambini, partner, caregiver e familiari durante alcune competizioni internazionali.
Il problema, però, di queste politiche resta quello di capire quanto siano realmente sufficienti a proteggere una carriera sportiva d’élite dal momento che una calciatrice deve poter affrontare la gravidanza, recuperare fisicamente e psicologicamente, tornare ad allenarsi, recuperare il proprio livello di prestazione e avere nuovamente la possibilità di competere ai massimi livelli.
È proprio su questo tema che si inserisce anche il lavoro di FIFPRO, che nel 2024 ha pubblicato una guida sul ritorno al calcio dopo il parto. Il documento parte dall’idea che la maternità non possa essere trattata semplicemente come una parentesi dopo la quale una giocatrice deve tornare in forma. Il percorso deve tenere conto di molti aspetti che spesso vengono trattati più come questioni private che mediche quali lo stato del pavimento pelvico, della parete addominale, dell’alimentazione e dell’equilibrio energetico, della salute del seno, del sonno, della salute mentale e delle conseguenze fisiche del parto. Non esiste quindi un momento uguale per tutte in cui una calciatrice può semplicemente tornare in campo ma il recupero deve essere individualizzato.
Ma soprattutto, FIFPRO sposta la responsabilità dalla singola giocatrice al sistema. Non dovrebbe essere la donna a dover organizzare da sola il proprio percorso di gravidanza e di ritorno allo sport. Il club dovrebbe essere preparato prima ancora che una giocatrice rimanga incinta, attraverso un piano individuale, professionisti sanitari adeguati, una progressione controllata dell’allenamento, supporto durante i viaggi e coordinamento tra atleta, staff medico e allenatori.
La vera questione, quindi, non è semplicemente se le calciatrici possano avere figli. È se possano avere figli senza che la maternità trasformi radicalmente le loro possibilità di essere ancora atlete professioniste. Nel 1933 il problema veniva risolto limitando il corpo femminile: non giocare, perché devi poter diventare madre. Oggi rischiamo, in una forma completamente diversa e molto più libera, di risolverlo adattando il corpo femminile al sistema sportivo rimandando la questione.
La vera parità potrebbe però consistere in un terzo modello: una donna dovrebbe poter scegliere se diventare madre a venticinque, trenta o trentacinque anni, oppure non diventarlo affatto, senza che nessuna di queste scelte determini automaticamente il suo valore o la sua possibilità di essere un’atleta.
In questo senso, il congelamento degli ovuli può essere un importante strumento di autonomia individuale, ma da solo non rappresenta una politica completa di parità. È una politica che preserva la possibilità della maternità ma la vera parità richiede che la maternità sia realmente compatibile con la carriera. Per risolvere un problema non basta congelarlo e rimandare le sue conseguenze a quando la calciatrice non farà più parte del sistema. Se vogliamo davvero affrontarlo nelle sue fondamenta allora costruiamo un calcio nel quale le donne non debbano trovare il modo di adattarsi al sistema costruito storicamente sul modello maschile ma chiediamo al sistema di cambiare per accogliere le diverse possibilità della vita delle donne.
Per citare Infantino, “il futuro è donna”. Ed è una frase che fin dal primo momento che l’ho sentita mi ha dato fastidio, una sensazione viscerale che suona come un campanello di allarme. Una frase che, apparentemente, celebra il cambiamento e riconosce alle donne un ruolo sempre più centrale nel calcio ma che apre a un interrogativo: se il futuro è donna, che cosa ne facciamo del presente?
Se oggi possiamo preservare la possibilità di diventare madri domani, che cosa stiamo facendo, invece, per rendere possibile il desiderio di diventarlo oggi?
Perché il futuro può essere pieno di promesse, ma la parità non può essere continuamente rimandata a domani. Il presente è quello in cui si parla di preservare la fertilità, ma non sempre con la stessa forza di creare le condizioni perché una donna possa essere madre e continuare, contemporaneamente, a essere un’atleta professionista. Voglio arrivare a una realtà in cui non si debba dire “c’è ancora domani” e dove non solo ci saranno più donne in campo, più donne ai vertici o più strumenti tecnologici messi a disposizione delle atlete. Ma sarà anche il punto in cui una calciatrice non deve più scegliere tra il proprio corpo, la maternità e la propria carriera.
Il futuro è donna, dunque. Ma Il presente deve essere il momento in cui smettiamo di chiedere alle donne di adattarsi al calcio e iniziamo a pretendere che sia il calcio ad adattarsi alle diverse possibilità della vita delle donne.

BIO: LAURA ZUCCHETTI
Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.











3 risposte
Articolo molto interessante e ricco di spunti di riflessione per la sua valenza sociale che va oltre l’ambito calcistico.
Leggendolo, tuttavia, mi è sorto un interrogativo: come è stata trattata la questione (sempre che ciò sia avvenuto) in altri sport di più lunga “tradizione” femminile? Penso, ad esempio, alla ginnastica.
La risposta a questa domanda potrebbe rappresentare lo spunto per un altro articolo sul tema (umile e sommesso suggerimento).
In ogni caso complimenti per l’equilibrio e l’abbondanza di elementi con cui la tematica è stata trattata, in linea con il principio ispiratore del blog: la complessità (anche) del calcio.
Caro Giovanni ti ringrazio tanto per i complimenti ma ancora di più per l’ottimo spunto!
Il Futuro è Già Qui: Trasformare il Calcio Femminile nel Presente
Il dibattito sulla crioconservazione degli ovuli e sulle tutele per le calciatrici ha riacceso i riflettori su una domanda cruciale: stiamo davvero creando parità, o stiamo solo trovando un modo tecnologico per permettere alle donne di adattarsi a un sistema nato a misura d’uomo?
Rimandare la maternità a fine carriera — tenendo presente che più si rimanda nel tempo il concepimento e più diventa biologicamente difficile averne — o peggio considerarla una “parentesi” eccezionale non basta. Il futuro non può essere uno slogan consolatorio per giustificare le lacune del presente. Osserviamo troppo spesso organi federali prodighi di parole, parole e parole, prive della minima sostanza: fumo senza arrosto. Come ci insegnava un saggio professore, la comunicazione è come un arco gotico retto da due pilastri: il COSA si comunica e il COME si comunica. Peccato che, quando manca il primo, l’intero edificio crolli rovinosamente al suolo.
La buona notizia, tuttavia, è che la soluzione esiste già.
Non dobbiamo aspettare domani per cambiare le regole del gioco. Dopo 4 anni di duro lavoro, abbiamo sviluppato una progettualità integrata che unisce i club professionistici e il territorio attraverso un ecosistema scientifico e tecnologico avanzato.
Cosa significa concretamente?
1. Protocolli medici sartoriali: La gestione post-gravidanza e la salute biologica non sono più un peso privato dell’atleta, ma parte integrante e monitorata della performance professionale.
2. Un Ecosistema tecnologico gestito in tempo reale dall’Intelligenza artificiale al servizio della persona: Un monitoraggio continuo che protegge il corpo, la biomeccanica e il benessere psicofisico senza costringere le donne a scegliere tra carriera e maternità.
3. Un sistema che si adatta: Spostiamo finalmente il focus dall’obbligo di adattamento della donna al dovere del club di accogliere la vita in tutte le sue fasi.
4. Carriera duale e Progetto Fast-Learn: Sviluppiamo percorsi di formazione a distanza con master universitari extra-calcio, docenze cattedratiche ed esami interattivi basati sul gaming cattedratico, offrendo un vero e proprio “campionato internazionale” del lavoro attraverso l’apprendistato per fare esperienza e costruire il futuro professionale in parallelo e dopo lo sport.
La parità vera non congela i problemi: li risolve alla radice. È ora di pretendere che il calcio cambi, oggi sia per le donne che per gli uomini e diventi a misura della persona non solo nelle parole ma nei fatti concreti.
Marco