Il Guerin Sportivo usciva il giovedì, era il momento della settimana che più emozionava un bambino che non vedeva l’ora di vedere “Il Film del Campionato”, ovvero la raccolta di foto a colori della giornata di Serie A precedente.
C’era anche Topolino, certo, ma gli eroi della Serie A erano altra merce.
Quel giovedì la foto di Walter De Vecchi con gli occhi indemoniati che corre.
Rimasi a guardare quella foto quasi senza respirare per un considerevole periodo di tempo. Avevo ereditato la passione per il Milan da mio padre, che stravedeva per Gianni Rivera, e ben presto feci immediatamente mio quel legame a triplo filo con le strisce sottili rosse e nere (che facevano da contraltare alle strisce nere e azzurro molto più larghe dell’Inter) e quei numeri bianchi grandi e bislunghi dietro la schiena.
La domenica prima, il 18 marzo 1979, si era giocato il Derby, momento clou .
Fu una gara rocambolesca, sotto la fastidiosa pioggerellina milanese, con i tifosi ad aprire gli ombrelli non essendo San Siro ancora coperto, e con il campo allentato ma in buone condizioni. Primo tempo con l’Inter all’attacco ma senza sbloccare il risultato, poi arrivò il secondo tempo, dove accadde tutto e di tutto. Rigore parato dal quarantenne Ricky Albertosi a Spillo Altobelli dopo pochi minuti dall’inizio della ripresa, e conseguente doppio vantaggio dell’Inter, sotto la Nord, con Lele Oriali al 50’ e con Altobelli al 78’. In quella giornata grigia e umida, ormai sembrava finita.
“Non finisce proprio niente se non l’abbiamo deciso noi” disse John Belushi alias Bluto Blutarsky in Animal House, film culto uscito pochi mesi prima, e così fu.
Dopo meno di due minuti De Vecchi accorciò le distanze con una punizione dal limite, mentre all’89’ dopo una insistita azione offensiva, De Vecchi scoccò un tiro da circa 22 metri che si infilò a fil di palo alla destra di un immobile Ivano Bordon, facendo impazzire la Sud.
Il Milan pareggiò e continuò la propria corsa verso lo Scudetto della Stella, che arrivò (finalmente) un paio di mesi più tardi.
Quella domenica, al netto della doppietta di De Vecchi, vi furono un grande e dominante Fabio Capello in cabina di regia, un grande Ruben Buriani sull’ala destra, un grande Albertino Bigon in mezzo al campo e un grande Albertosi in porta, per il Milan, mentre, in silenzio ma non troppo, vi era un ragazzino dalla immensa personalità, che stava già preparando lo scenario per i prossimi vent’anni di calcio rossonero e mondiale.
Un gigante di personalità già nel 1979.
Franco Baresi, diciottenne, era immortalato, in quella foto, di rincorsa per abbracciare De Vecchi. Era lui. I suoi occhi e un grande sorriso radioso, con un futuro da grande leader e campione di fronte a sé.
Da quel giorno di marzo 1979 sul Film del Campionato del Guerin Sportivo, rividi Franco Baresi decine di altre volte, prima dai Popolari Sud e poi, dal 1990, dal Secondo Anello Blu, e dal settore ospiti di decine di altri stadi in Italia e in Europa, lo rividi a Napoli, a Firenze, a Roma, a Verona, a Genova, a Torino, a Barcellona, a Vienna, a Monaco, a Bruges, a Brema, lo rividi laggiù in campo il 19 novembre 1989 servire a Marco Van Basten l’assist per il primo dei tre gol (nella bolgia della Fossa subito dopo il gol ho pure perso una scarpa, ritrovata solo dopo 15 minuti), un fendente a fil di palo con Walter Zenga immobile a sperare che la palla uscisse, lo rividi a Padova nella prima di campionato segnare un gol da attaccante vero il 27 agosto 1995, lo rividi alzare coppe, piangere, orchestrare, scivolare, intercettare e dominare sul rettangolo verde, lo rividi tantissime altre volte, mentre da bambino diventavo adolescente e mentre da adolescente diventavo uomo, lo rividi mentre mi dava le più grandi emozioni mai provate.
Al suo funerale quella squadra, quella fascia da capitano, quegli uomini che portavano il feretro, tutti quegli eroi sportivi di cui la mia vita è incontrovertibilmente intrìsa ancora oggi, erano lì per lui, con lui, assieme alle migliaia di tifosi rossoneri a Sant’Ambrogio e assieme ai milioni di tifosi e appassionati di calcio che hanno visto live o sui social stralci di quei momenti di indicibile intensità.
Grazie Franco, 6 per sempre.

BIO: Daniele Vecchi è un giornalista, scrittore, commentatore, TV producer e Communication Manager di Ferrara. Ha scritto 12 libri di basket, calcio e narrativa, è appena uscito il suo nuovo libro “QUANDO ERAVAMO LA PREMIER”.
Ex musicista, da sempre nel mondo dello sport, commenta la Bundesliga per Sky Sport Switzerland, il Guinness Six Nations di rugby, collabora con La Giornata Tipo, con la Lega Volley Maschile e con la CEV (Confédération Européenne Volleyball).











3 risposte
Bellissimo articolo Daniele, Chapeau! Hai scritto con dovizia di particolari l’excursus calcistico del nostro grande Piscinin!
Anch’io come tuo padre fui colto da un letterale “cou de foudre“ nel veder giocare il 18ne Gianni Rivera a Roma ed abbracciai per sempre i colori rossoneri
storia dalla quale ne trassi un articolo edito in questo blog
(Un Rossonero a Roma).
Franco Baresi è e sarà per sempre una Stella che, come un faro produce e produrrà incommisurabile luce propria!
Buona giornata!
Massimo Baldoni ❤️🖤
Bella Daniele……il Milanismo in un breve racconto
Grazie della foto splendida con Franco Baresi raggiante ! Mi ricordo bene quell’epico derby col 2-2 finale di De Vecchi!!
Ora condivido con te 2 ricordi:
un posticipo Lazio -Milan dopo nevicata con Giordano lanciato in contropiede a centrocampo, Baresi ultimo uomo , Giordano tenta un dribbling palla da un lato e lui dall’altro ma c’è un contrasto tonante, si proprio un tuono assordante si sente, e dopo il contrasto senza fallo Baresi recuperato il pallone riparte, mentre Giordano rimane a terra, un po’ frastornato.
L’altro, un Milan – Verona con una sgroppata spalla a spalla a tutta fascia di Elkjer e Baresi , le zolle volavano alte in cielo , sembravano due cavalli con gli zoccoli al galoppo , mai vista una cosa del genere … indovina di chi è stato il takle vincente ?