L’obiettivo dell’allenatore non è sorprendere. È lasciarsi sorprendere.
Credere che il talento si insegni è la seconda cosa peggiore che possa fare un allenatore. La prima è ancora più grave: perseguire questa convinzione, trasformandola nell’obiettivo quotidiano del proprio lavoro.
È da qui che nasce uno degli equivoci più diffusi nella formazione dei giovani calciatori: pensare che il talento sia qualcosa da trasferire, come se bastasse prendere ciò che un giocatore straordinario sa fare e insegnarlo a un altro.
Questa idea mi ha sempre lasciato un senso di incompletezza. Come se il talento fosse un insieme di gesti tecnici da copiare, di movimenti da riprodurre, di soluzioni da memorizzare. Ma il talento non è una sequenza di azioni: è un modo personale di interpretare il gioco.
Nessuno diventa qualcuno seguendo le orme di qualcun altro. (Cit. Marracash)
Ogni grande giocatore è diventato tale perché ha trovato il proprio modo di leggere e risolvere i problemi che il gioco gli poneva davanti, non perché ha imparato a imitare perfettamente un campione.
Eppure, ancora oggi, troppo spesso l’allenamento si trasforma nella ricerca della perfezione. Una perfezione tanto inutile quanto irraggiungibile. Si corregge ogni dettaglio, si pretende il gesto ideale, si rincorre un modello che esiste soltanto nella testa dell’allenatore. Così facendo, però, il rischio è enorme: invece di sviluppare il talento, lo si limita.
Il talento non cresce nella ripetizione di un gesto. Cresce quando il giocatore osserva, sceglie, sbaglia, si adatta e riprova. Per questo non è la ripetizione a far emergere il talento, ma la qualità dei contesti che proponiamo.
Pensiamo a un’esercitazione in cui un bambino riceve sempre la palla nello stesso modo, dallo stesso compagno e con lo stesso obiettivo. Imparerà probabilmente a eseguire quel gesto con maggiore precisione. Se invece il contesto cambia continuamente — avversari, spazi, tempi, compagni, direzioni e obiettivi — sarà costretto a osservare, decidere e adattarsi. Non starà semplicemente ripetendo un movimento, ma costruendo competenze.
I contesti formativi dovrebbero essere aperti, ricchi di variabili, capaci di mettere continuamente il giocatore davanti a problemi da risolvere piuttosto che a gesti da eseguire. È proprio in questi ambienti che il talento trova lo spazio per manifestarsi.
Anche l’errore cambia completamente significato. Non è qualcosa da evitare, ma una parte essenziale del processo di apprendimento. A una condizione: che sia inserito in un contesto che obblighi il giocatore a reagire, a cercare immediatamente una nuova soluzione, a riflettere, a modificare la propria scelta. Solo così l’errore smette di essere una sconfitta e diventa davvero un’opportunità.
Per questo diventa fondamentale il ruolo dell’allenatore. Marginale nell’addestramento, protagonista nell’apprendimento. Il suo lavoro non consiste nel riempire i giocatori di soluzioni già pronte, ma nel progettare contesti, scegliere le parole giuste, utilizzare incoraggiamenti efficaci e creare un ambiente nel quale ogni bambino possa esprimere il proprio modo di giocare.
Un allenatore dovrebbe comprendere che ciò che è realmente sotto il suo controllo non è la formazione del talento, ma la qualità dell’ambiente nel quale quel talento, se presente, potrà emergere.
Ed è qui che cambia completamente la prospettiva.
L’obiettivo dell’allenatore non dovrebbe essere sorprendere.
Dovrebbe essere lasciarsi sorprendere.
Non dalla perfezione di una ripetizione o dal numero di sequenze eseguite correttamente, ma dalla varietà delle scelte, dalla capacità di modificarle, dal coraggio di sperimentare e dalla volontà di trovare nuove soluzioni quando quelle precedenti non hanno funzionato.
Questo approccio, questo metodo e questo atteggiamento mettono in conto sia che il talento ci sia, sia che non ci sia.
Se il talento è presente, gli permettono di emergere ancora di più, assumendo una forma mai definitiva, ma dinamica, in continua evoluzione.
Se invece il talento è meno evidente, o semplicemente diverso, avranno comunque sviluppato qualcosa di altrettanto prezioso: un atteggiamento propositivo verso i problemi, la capacità di convivere con l’errore, di reagire e di cercare nuove strade senza subirne il peso.
Tutto questo non riguarda soltanto il singolo giocatore. Riguarda il modo di stare con gli altri.
Nel calcio la crescita individuale acquista valore soltanto nella relazione. Il compagno non è semplicemente un destinatario di un passaggio, ma un’opportunità. La disponibilità reciproca diventa la ricerca condivisa della soluzione migliore. Anche l’errore cambia natura: non appartiene più a un individuo, ma diventa un’occasione collettiva per reagire, adattarsi e trovare insieme una risposta più efficace.
Forse dovremmo smettere di chiederci come insegnare il talento.
La domanda giusta è un’altra:
Quali contesti stiamo creando perché ogni bambino possa scoprire il proprio modo di giocare?
Perché il talento non si insegna.
Si riconosce. Si protegge. Si alimenta.
E si manifesta solo quando trova il contesto giusto per farlo.
Creare contesti, non ripetizioni.
Forse è proprio questa la responsabilità più grande di ogni allenatore.

“Il miglior allenamento non è quello in cui tutti fanno la stessa cosa. È quello in cui ognuno trova il proprio modo di risolvere lo stesso problema.”

BIO: Gianluca Urgnani
Allenatore UEFA B dal 2009, lavora da oltre trent’anni nelle categorie dell’attività di base. Da undici stagioni è allenatore dell’FC Internazionale Milano, ruolo ricoperto nelle categorie U9, U10 e U11. Ha iniziato il proprio percorso nei dilettanti con l’Unitas Coccaglio, per poi proseguire per cinque stagioni al Lumezzane.
Autore di diversi testi sull’allenamento giovanile, oltre che di numerosi articoli e pubblicazioni, nel luglio 2026 ha pubblicato il libro -Dentro il campo, dentro il gioco-.
Da sempre appassionato di formazione degli allenatori, è relatore in convegni, workshop e seminari. Marito e Padre.











Una risposta
Sono totalmente d’accordo, alleno da 30 anni nelle scuole calcio e settori giovanili, purtroppo qui in Abruzzo sono pochissimi gli istruttori che insegnano la tecnica di base è lasciano liberi i ragazzi di trovare soluzioni in campo, io sono l’unico stupido che lascia liberi di emozionarmi i ragazzi, perché il calcio è il gioco più bello e facile del mondo, lo rendiamo difficile noi istruttori. Mister Colasante.