TRA LIBERTÀ E RESPONSABILITÀ: IL DIFFICILE MESTIERE DI ESSERE GIOCATORE

Ogni allenatore desidera giocatori idealmente liberi: di interpretare il Gioco, di trovare soluzioni impreviste, di assumersi la responsabilità di una scelta quando il tempo sembra non concederne alcuna. Eppure, “libertà” è forse la parola più fraintesa nello sport. Spesso viene confusa con l’assenza di regole, con la possibilità di fare ciò che si vuole, con l’autorizzazione a improvvisare, ma in realtà, la filosofia ci insegna da secoli che la libertà non coincide con l’assenza di vincoli, ma con la capacità di scegliere responsabilmente all’interno di essi.

Jean-Paul Sartre scriveva nel testo “L’esistenzialismo è un umanesimo”, pubblicato nel 1946, che l’uomo è condannato a essere libero, e lo faceva non come una celebrazione romantica della libertà, ma il riconoscimento del suo peso, poiché essere liberi significa non poter evitare di scegliere: la libertà del giocatore non è un premio concesso dall’allenatore, ma una responsabilità che il giocatore deve imparare a sostenere.

Per Sartre la libertà non è un privilegio, ma una responsabilità inevitabile nel Gioco questo si rivede continuamente. Ogni ricezione, ogni controllo orientato, ogni smarcamento, ogni passaggio, ogni copertura difensiva rappresentano una scelta. Il tempo dell’azione è così breve da rendere impossibile qualsiasi intervento esterno, per questo motivo l’allenatore può preparare il contesto, allenare principi, sviluppare sensibilità, ma nel momento in cui il pallone arriva sui piedi del giocatore, la responsabilità passa interamente a lui.

Egli vive una condizione esistenziale molto simile a quella descritta da Sartre: nessuno può scegliere al suo posto. Nel linguaggio comune si pensa spesso che un giocatore libero, sia un giocatore che fa ciò che vuole, ma la libertà non coincide con l’assenza di regole. Uno scrittore non è libero perchè rifiuta la grammatica, così come un pianista non è libero perchè ignora gli spartiti. Un jazzista, ad esempio, non improvvisa perchè non conosce l’armonia, ma proprio perchè la conosce cosi profondamente da poterla trascendere.

La libertà del giocatore quindi, nasce dall’aver interiorizzato i principi del Gioco fino al punto in cui questi smettono di essere istruzioni esterne e diventano parte della propria identità percettiva. È qui che il pensiero di Kant può diventare sorprendentemente attuale.

Kant distingue tra eteronomia e autonomia: l’eteronomia è agire perchè qualcun altro ci dice cosa fare; l’autonomia è agire seguendo una legge che abbiamo fatto nostra. Nel Gioco questa differenza è enorme, perchè il giocatore eteronomo aspetta continuamente indicazioni dalla panchina; il giocatore autonomo interpreta la situazione attraverso principi condivisi, senza bisogno di istruzioni continue. Di conseguenza, l’obiettivo dell’allenamento non dovrebbe essere creare esecutori perfetti, ma dovrebbe essere quello di costruire autonomie.

Questo significa inevitabilmente accettare che il giocatore venga esposto all’incertezza, poiché non può esserci vera autonomia quando la risposta è già conosciuta, quando qualcuno la suggerisce dall’esterno o quando il contesto è stato costruito affinché esista un’unica soluzione possibile. Se ogni situazione avesse una risposta corretta, riconoscibile in anticipo e applicabile attraverso una procedura, il giocatore non avrebbe realmente bisogno di scegliere e, senza questa necessità, verrebbe meno anche il peso della responsabilità.

Il Gioco, invece, lo espone continuamente a situazion nelle quali la risposta non è già contenuta nella domanda, perchè ogni azione modifica il contesto, ogni decisione produce nuove informazioni e ogni scelta, mentre elimina alcune possibilità, inevitabilmente ne apre altre. È precisamente in questa distanza, tra ciò che può essere percepito e ciò che non può essere previsto, che la libertà incontra la responsabilità: il giocatore è libero perchè può scegliere tra possibilità differenti, ma proprio perchè nessuna di esse contiene in anticipo la certezza delle proprie conseguenze, deve assumersi la responsabilità della decisione presa.

L’incertezza, allora, non dovrebbe essere considerata un difetto del Gioco da ridurre attraverso un numero sempre maggiore di istruzioni, ma una delle condizioni che rendono possibile l’apprendimento e, soprattutto, la costruzione dell’autonomia del giocatore.

In questa direzione diventa particolarmente interessante la teoria dei livelli di apprendimento di Gregory Bateson, sviluppata nel saggio The Logical Categories of Learning and Communication del 1964 e successivamente raccolta in Steps to an Ecology of Mind (Verso un’ecologia della mente, 1972), perché imparare non significa soltanto modificare una risposta sulla base dell’esperienza; a un livello superiore, può modificarsi il processo stesso attraverso il quale costruiamo le nostre risposte, riconosciamo le informazioni significative e attribuiamo senso alle situazioni.

Di fronte all’incertezza, quindi, il giocatore non dovrebbe semplicemente imparare quale soluzione utilizzare, ma trasformare progressivamente il proprio modo di cercarla, imparando a riconoscere ciò che cambia, a distinguere le informazioni rilevanti da quelle secondarie e a costruire risposte nuove davanti a problemi che non possono mai ripresentarsi esattamente nello stesso modo.

Anche l’errore assume, dentro questa prospettiva, un significato differente, perché se la decisione avviene in condizioni di incertezza non possiamo giudicarla esclusivamente a partire dal risultato che produce; una scelta può essere coerente con le informazioni disponibili e condurre comunque a un esito negativo, così come una decisione poco adeguata può occasionalmente produrre un risultato favorevole.

Non tutte le esperienze sono necessariamente educative e il loro valore dipende anche dalla capacità di influenzare positivamente quelle successive: ogni esperienza trasforma in qualche misura chi la vive, e questo nasce dall’incontro tra il soggetto e le condizioni dell’ambiente. Ciò significa, riportando questa idea al Gioco, che ogni situazione vissuta dovrebbe lasciare nel giocatore qualcosa che gli permetta di affrontare con maggiore consapevolezza non la stessa situazione futura, che non esisterà mai più nella medesima forma, ma una nuova situazione altrettanto incerta.

Il mestiere di essere giocatore porta con sé questo, come uno dei suoi passaggi più difficili: comprendere che essere autonomi non significa essere liberati dall’incertezza, ma diventare capaci di scegliere dentro di essa. L’autonomia rende possibile la scelta, l’incertezza impedisce di conoscerne anticipatamente l’esito e la responsabilità impone al giocatore di assumersi ciò che quella scelta produrrà.

In questo senso, l’autonomia kantiana non rappresenta soltanto il punto di arrivo di un processo educativo, ma anche l’inizio di una responsabilità: nel momento in cui il giocatore non ha più bisogno che qualcuno decida per lui, deve accettare il peso e, allo stesso tempo, il valore di decidere da sé.

BIO: MASSIMILIANO BELLARTE – Nato a Ruvo di Puglia il 30 novembre 1977, è allenatore e formatore. Ha assunto la guida della Nazionale Lettone di Futsal nel 2024, portandola dall’87° posto nel Ranking FIFA al 52° posto, con la quale ha partecipato ai Campionati Europei 2026. In precedenza ha allenato per 4 anni Nazionale Italiana di Futsal, sia la squadra adulta che quella Under 19. Ha allenato Club a livello internazionale, sia in Italia che all’estero (in Belgio allena gli attuali campioni dell’Anderlecht).

Fa parte dell’Advisory Group di Futsal della UEFA per la quale lavora nel Coaching Programme e come Technical Observer.

Massimiliano ha studiato lingue e parla inglese, portoghese, spagnolo e francese. Ha frequentato Sociologia all’ Universita’ La Sapienza di Roma.

3 risposte

  1. Complimenti per l’articolo, ho avuto il piacere di trarre spunti interessanti anche dal suo libro “L’allenatore e il senso del gioco “.
    Solo applausi

  2. “The first cut is the deepest” cantava Rod Stewart. Praticamente un taglio di Fontana la sensazione incarnata di incertezza che arriva ensamble a core e coratella. A questa mirabile visione che da Sartre anche discende e si fa concreta nell’articolo, repentinamente dunque faranno seguito alcune idee sparse partorite con il caldo di ferragosto ma incubate tempo fa. Blogger approvando naturalmente. Pezzo eccezionale. Di rischiosa interpretazione. Maneggiare con cura. Max sempre al top

    1. Ferragosto è passato! Il caldo no. E neanche il desiderio di leggere le tue riflessioni e idee sparse cara Simonetta! ❤️

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