Infantino decide clamorosamente (sovvertendo pericolosamente qualsivoglia logica di quieto vivere in ambito calcistico) di revocare la giornata di squalifica inflitta a Balogun, centravanti degli Stati Uniti, dopo il rosso lui sventolato nel corso della gara che ha consentito ai padroni di casa di raggiungere gli ottavi di finale da disputare al cospetto del Belgio.
Appigliandosi ad una norma la cui citazione non giustifica affatto l’incredibile e assurda scelta della F.I.F.A, la cui voragine interpretativa, le cui conseguenze abissali, sono inequivocabilmente testimonianza dell’inquietante leggerezza con cui la decisione è stata presa, a palese conferma di quanto il delirio d’onnipotenza sfugga ad un certo punto dalle mani commettendo oscenità disastrose.
Un’amenità così palesemente decisa a tavolino da non poter essere commentata diversamente.
Anzi, a commentarla ci ha pensato prontamente la Casa Bianca, vaneggiando una sorta di atto riparatorio all’ingiustizia (?) commessa sul terreno di gioco.
Con la F.I.F.A. che non ha smentito la preliminare telefonata partita da Washington a riguardo.
Ecco, siamo ben oltre la soglia del ridicolo.
Siamo davanti a qualcosa di semplicemente vergognoso, che altresì deve anche un attimino spaventare.
Non solo in questo caso, ma in contesti decisamente più importanti e dai risvolti più inquietanti, la sensazione ormai diffusa è che le regole, i diritti, la civiltà e il rispetto reciproco siano destinati inesorabilmente a soccombere dinanzi all’ingiustificabile atto di forza unilaterale perpetrato dal potere.
Infantino ha dimostrato in più circostanze di essere decisamente succube delle “voglie” di Trump, assecondandone la presenza lo scorso anno sul palco della finale del mondiale per club (con tanto di consegna del trofeo da parte del presidente americano, letteralmente stracciando un protocollo che sarà nuovamente ridicolizzato parimenti quest’anno), partecipando a Sharm el-Sheikh al summit geopolitico in cui si discuteva della “tregua” a Gaza, con il numero uno della F.I.F.A. che è stato l’unico ospite presente a non essere un capo di Stato o di governo (la sua presenza ha dimostrato come “il nostro” si muovesse ormai quasi come un membro dell’entourage personale del Presidente americano, prestando l’immagine del calcio globale quale strumento di “soft power” della Casa Bianca) e altresì consegnando a Trump un premio per la pace appositamente creato dalla federazione calcistica internazionale, il “FIFA Peace Award”, di cui il Presidente USA è stato ovviamente il destinatario ante litteram designato.
Questa relazione speciale è finita spesso al centro delle polemiche e persino sotto la lente del Comitato Etico della stessa F.I.F.A. e del C.I.O., per presunte violazioni del principio di neutralità politica dello sport.
Il Belgio ha prontamente replicato con un duro comunicato, smentendo la F.IF.A. relativamente all’applicazione dell’art.27 e citando da contraltare il 66.4 dello stesso codice, che stabilisce chiaramente che un cartellino rosso diretto comporta una squalifica automatica inderogabile per la partita successiva.
Di conseguenza, la sospensione della pena non poteva essere applicata a un’espulsione diretta sul campo.
Il Belgio si è riservato di valutare ogni possibile opzione, anche al fin di tutelare il fair-play internazionale.
Fossimo nei panni della federazione fiamminga valuteremmo seriamente la possibilità di non scendere in campo o di tornare negli spogliatoi dopo aver onorato l’inno proprio e quello degli avversari, un gesto di rivalsa tale da far sprofondare nel baratro la dignità etica del massimo organismo calcistico internazionale.
Fossimo nei panni della federazione statunitense valuteremmo la possibilità di non schierare Balogun comunque, un gesto che sarebbe esemplare e che decreterebbe definitivamente quale obbrobriosa la decisione della F.I.F.A..
Dopodiché non aspetteremmo altro che la reazione fisiognomica di Infantino alla prima inquadratura sugli spalti (ammesso ci sia o pensi bene di non esserci).
Vincerebbe il calcio.
Trionferebbe il buon senso e la voglia di onorare la nobiltà dell’essenza dello sport.
E sarebbe tutelata l’etica dei rapporti umani.
Che non devono essere basati sulla forza.
Mai.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.











4 risposte
Infantino, esempio paradigmatico di un mondo sempre più popolato da geometra Calboni di fantozziana memoria. Che tristezza!
Giusto, ma Giuseppe Anatrelli era un attore, Infantino no e questo preoccupa…
Ogni commento è superfluo l’articolo è esaustivo e delinea perfettamente la strada o meglio il baratro in cui il calcio anzi il mondo sta sprofondando.
I padroni del mondo non contenti di decidere tutto il possibile in politica ed economia ora si prendono anche il calcio
Una vergogna, ma credo che in un caso come questo la Federazione Belga non dovrebbe essere lasciata sola, la protesta dovrebbe essere condivisa da tutte le federazioni perché lo sport non può accettare queste porcherie.