MONDIALI 2026 – GRUPPO F – GIAPPONE: SOTTO IL SEGNO DI MORIYASU

Hajime Moriyasu è un uomo di continuità, uno che ha accompagnato la crescita del calcio giapponese senza sentirsi obbligato a reinventarlo ogni sei mesi. Il tecnico nativo di Shizuoka era già nello staff della nazionale a Russia 2018 come vice di Akira Nishino. Dopo quel Mondiale ha preso il timone senza strappi, quasi fosse la naturale prosecuzione di un lavoro iniziato anni prima. Da allora ha conquistato due Coppe dell’Asia Orientale e soprattutto ha dato al Giappone una dimensione internazionale sempre più credibile.

Non chiamateli exploit

Il Mondiale qatariota, in questo senso, ha rappresentato la definitiva consacrazione. Battere Germania e Spagna nello stesso torneo non può più essere archiviato come una simpatica sorpresa asiatica. Il Giappone è uscito soltanto ai rigori contro la Croazia, nazionale esperta e finalista quattro anni prima in Russia. E per lunghi tratti di quella partita i nipponici avevano persino dato la sensazione di poter completare il salto definitivo.

Sembra trascorsa un’eternità da quando il calcio giapponese veniva raccontato quasi come un prolungamento animato di Holly e Benji. Per molti europei il Giappone calcistico era soprattutto quello: tiri impossibili, campi interminabili e cartoni animati. Poi arrivò Francia ’98 e qualcosa cambiò. Quella nazionale venne accolta con sufficienza, quasi come una presenza ornamentale utile a colorare il torneo. Eppure bastò guardarla giocare contro l’Argentina per capire che sotto il folklore stava nascendo altro.

Nakata guidava le ripartenze con una personalità sorprendente, Nanami dava ordine al centrocampo, Soma spingeva sulla fascia senza timori reverenziali e Okano, entrato dalla panchina, pressava come un ossesso. A un certo punto il telecronista, quasi stupito, disse: “Questi hanno ancora birra”. Ed era vero. Il Giappone stava mettendo alle corde l’Albiceleste. Finì 1-0 per gli argentini, però quella sera il mondo del calcio smise di considerare il Giappone una semplice comparsa.

Da allora sono passati quasi trent’anni e il progresso è stato costante, quasi metodico, come spesso accade nelle cose giapponesi. Sempre più calciatori hanno attraversato il mare per approdare in Europa. L’Italia ne ha accolti relativamente pochi, mentre la Bundesliga è diventata il loro habitat naturale: un campionato intenso, organizzato, rapido, perfetto per esaltare disciplina tattica e corsa.

In sette partecipazioni il Giappone ha superato quattro volte la fase a gironi, fermandosi però sempre al primo ostacolo della fase a eliminazione diretta. Un limite diventato quasi ossessione nazionale. Nel 2002, giocando in casa, raggiunse per la prima volta gli ottavi, arrendendosi alla Turchia. In Sudafrica 2010 fu il Paraguay a eliminarlo ai rigori. In Russia 2018 il Belgio, forse la squadra più talentuosa della propria generazione, si trovò incredibilmente sotto di due reti prima di rimontare nel finale. In Qatar, invece, la Croazia sopravvisse ancora una volta ai rigori.

Ecco perché il Mondiale del 2026 potrebbe rappresentare qualcosa di diverso per il Giappone. Non più la nazionale simpatica, organizzata e fastidiosa che mette in difficoltà le grandi, ma una squadra finalmente pronta a raggiungere i quarti, calendario permettendo.

Un girone abbordabile?

Il girone F è uno di quei raggruppamenti dove ogni squadra possiede caratteristiche capaci di complicare tremendamente la vita alle altre. L’Olanda parte inevitabilmente davanti a tutti. Cambiano gli allenatori, cambiano le generazioni, ma resta quell’idea di calcio aggressivo e tecnico che accompagna gli Oranje da mezzo secolo. Contro il Giappone saranno probabilmente loro a fare la partita, obbligando i nipponici a una delle cose che riescono meglio: correre negli spazi lasciati dagli altri.

Molto diverso sarà invece il confronto con la Svezia, che rappresenta il tipo di avversario storicamente più scomodo per le squadre asiatiche. I nordici non hanno la brillantezza tecnica dell’Olanda, ma possiedono quella durezza ordinata che spesso nei tornei brevi vale quasi quanto il talento. Difendono bassi senza vergogna, riempiono l’area di uomini e trasformano ogni calcio piazzato in una specie di bombardamento medievale. Per il Giappone, che vive di ritmo, interscambi rapidi e aggressione collettiva, affrontare una squadra del genere significa spesso sbattere contro una porta chiusa.

E poi c’è la Tunisia, che forse è l’avversaria meno celebrata ma non necessariamente la meno pericolosa. È una squadra che concede poco e che sa sporcare le partite, trascinandole dentro un territorio nervoso e intermittente. Proprio per questo la seconda giornata contro i tunisini potrebbe diventare il vero spartiacque del girone. Quelle partite che non hanno il fascino mediatico delle grandi sfide ma che finiscono per decidere quasi tutto. Ed è proprio questo il tipo di girone in cui il Giappone potrà misurare definitivamente la propria maturità. Perché battere una grande squadra in una serata ispirata può capitare. Farlo con continuità, sopravvivendo anche alle partite brutte, è invece ciò che separa le outsider dalle nazionali davvero grandi.

Qualità ed esperienza

La forza del Giappone, oggi, non sta nel singolo fenomeno destinato a monopolizzare copertine e pubblicità. Non esiste più il volto simbolico alla Hidetoshi Nakata, il calciatore che da solo incarnava l’ambizione internazionale di un intero movimento. Questa nazionale è meno iconica forse, ma molto più profonda. Basta leggere la lista dei convocati per accorgersi di quanto il calcio giapponese abbia ormai esportato sé stesso stabilmente dentro i grandi campionati del continente. Premier League, Bundesliga, Eredivisie, Ligue 1: i nipponici non arrivano più in Europa come esperimenti esotici o operazioni di marketing, ma per giocare, spesso da titolari.

Emblematico, in questo senso, è il caso di Yuto Nagatomo. Quando ha ricevuto la convocazione per il Mondiale, il quasi quarantenne ex Inter e Cesena è scoppiato a piangere davanti alle telecamere. Una scena persino commovente nella sua semplicità. Nagatomo appartiene alla generazione che ha aperto la strada, quando i giapponesi in Europa erano ancora guardati con curiosità. Ed è significativo che sia uno dei pochissimi convocati provenienti dal campionato giapponese. Il resto della rosa vive e cresce dentro il calcio europeo. Sei giocatori arrivano dalla Bundesliga, tre dalla Premier League, altri dall’Olanda, dal Belgio, dalla Francia. Non è una squadra giovanissima, ma nemmeno una nazionale a fine ciclo. È probabilmente nel punto ideale della propria maturità: abbastanza esperta da reggere la pressione, abbastanza fresca da correre ancora più degli altri.

Moriyasu dovrebbe confermare il suo 3-4-2-1. In fase di non possesso la squadra si abbassa con ordine e densità; quando recupera palla, invece, tutto accelera improvvisamente. Dietro, Ko Itakura e Takehiro Tomiyasu garantiscono fisicità e aggressività preventiva. Tomiyasu, se integro, resta forse il difensore giapponese più completo mai apparso in Europa: rapido, disciplinato, forte nell’uno contro uno e capace persino di costruire gioco pulito da dietro. Hiroki Ito del Bayern Monaco aggiunge invece qualità tecnica e capacità d’uscita palla al piede.

In mezzo al campo il cuore pulsante resta Wataru Endo. Al Liverpool hanno imparato presto ad apprezzarne il lavoro sporco: recupera palloni, copre spazi, dà ordine senza bisogno di estetica. È il classico centrocampista che gli allenatori adorano e il pubblico nota meno fino a quando manca. Accanto a lui Ao Tanaka garantisce corsa continua e tempi di inserimento, mentre Daichi Kamada, rigenerato in Premier League dopo il mezzo flop alla lazio, agirà qualche metro più avanti cercando di legare centrocampo e attacco.

E poi c’è Takefusa Kubo, probabilmente il talento più raffinato della rosa. Cresciuto tra Barcellona e Real Madrid, Kubo non ha ancora raggiunto lo status del campione dominante, ma possiede quella leggerezza tecnica che può cambiare una partita improvvisamente. Davanti il riferimento offensivo sarà Ayase Ueda, centravanti del Feyenoord. In Belgio lo definivano “l’attaccante completo”: forte in area, mobile, generoso nel pressing e più tecnico di quanto il fisico lasci immaginare. Sulle fasce agiranno esterni rapidissimi come Ritsu Doan e Junya Ito, specialisti nell’attaccare gli spazi e nel trasformare le transizioni del Giappone in una scarica elettrica.

Ed è forse proprio questa la caratteristica più interessante della squadra nipponica: non possiede il genio assoluto, ma quasi nessun punto debole evidente. È una nazionale veloce, tecnica, organizzata e soprattutto convinta della propria identità. I giocatori si conoscono, si aiutano, si muovono con sincronismi ormai consolidati. Moriyasu, in patria, viene trattato con un rispetto quasi istituzionale e molti allenatori europei hanno iniziato a studiarne seriamente il lavoro.

Per questo il Giappone non può più essere definito una sorpresa. Qui invece siamo davanti a un progetto consolidato che dura da quasi trent’anni e che oggi presenta il conto al calcio mondiale. Il nuovo format a 48 squadre allargherà le possibilità, ma renderà anche più crudele la fase a eliminazione diretta. Arrivare primi o secondi nel girone significherà evitare incroci prematuri contro le superpotenze del torneo. E il Giappone, stavolta, sembra avere qualcosa in più rispetto al passato. I quarti di finale, che sembravano un soffitto invalicabile, non appaiono più fantascienza.

I convocati

Portieri: Zion Suzuki (Parma), Keisuke Osako (Sanfrecce Hiroshima), Tomoki Hayakawa (Kashima Antlers)

Difensori: Yuto Nagatomo (FC Tokyo), Shogo Taniguchi (Sint-Truiden), Ko Itakura (Ajax), Takehiro Tomiyasu (Ajax), Hiroki Ito (Bayern Monaco), Tsuyoshi Watanabe (Feyenoord), Yukinari Sugawara (Werder Brema), Ayumu Seko (Le Havre)

Centrocampisti: Wataru Endo (Liverpool), Takefusa Kubo (Real Sociedad), Daichi Kamada (Crystal Palace), Ritsu Doan (Eintracht Francoforte), Junya Ito (Genk), Ao Tanaka (Leeds United), Keito Nakamura (Reims), Yuito Suzuki (Friburgo), Kaishu Sano (Magonza), Junnosuke Suzuki (Copenaghen)

Attaccanti: Ayase Ueda (Feyenoord), Daizen Maeda (Celtic), Koki Ogawa (NEC Nijmegen), Kento Shiogai (VfL Wolfsburg), Keisuke Goto (Sint-Truiden). 

CT: Hajime Moriyasu

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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