Ogni volta che la Nazionale inciampa contro una squadra considerata “minore”, in Italia si riapre puntualmente lo stesso dibattito. Israele ci mette in difficoltà? La Norvegia gioca un calcio moderno e organizzato? Una nazionale emergente mostra qualità tecniche superiori alle nostre? Ecco che torna il ritornello: “Bisogna tornare a insegnare la tecnica”.
Una frase che ormai sentiamo con la stessa frequenza con cui sentiamo parlare di giovani che non hanno voglia di lavorare, di pomodori che non hanno più il sapore di una volta e di estati che sono sempre più calde. Temi diversi, stessa nostalgia.
Ma siamo sicuri che il problema sia davvero la tecnica?
Un dibattito fermo agli anni Novanta
La cosa curiosa è che mentre in Italia discutiamo ancora se sia meglio il passaggio al muro o il controllo orientato fatto in fila indiana, il resto del mondo ha iniziato a cambiare paradigma più di trent’anni fa.
Già nei primi anni Novanta, il professore portoghese Victor Frade sviluppava la teoria della Periodizzazione Tattica, una metodologia che mette il gioco al centro del processo di lavoro. Parallelamente, studiosi e preparatori come Paco Seirul·lo promuovevano una visione integrata dell’allenamento, superando la tradizionale divisione tra tecnica, tattica e preparazione fisica.
Mentre molti paesi hanno progressivamente adottato questi principi, in Italia continuiamo spesso a ragionare come se il problema fosse semplicemente scegliere tra l’interno piede e l’esterno piede.
Il mito del muro salvifico
Quando si parla di tecnica, emerge sempre la stessa ricetta: tornare alla ripetizione di esercizi analitici.
Il muro.
La forca.
Le file.
I passaggi ripetuti.
I colpi di testa.
Le sequenze infinite di interno, esterno e collo del piede.
Attenzione: non c’è nulla di sbagliato in queste esercitazioni. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario.
Il punto è un altro.
Siamo davvero convinti che riproporre oggi gli stessi esercizi produca gli stessi risultati che producevano trent’anni fa?
Probabilmente no.
Perché stiamo osservando il finale del processo dimenticandoci tutto ciò che veniva prima.
La vera scuola calcio era fuori dalla scuola calcio
Prima di arrivare al campo di allenamento, la nostra generazione aveva già accumulato migliaia di ore di esperienza.
Si giocava nei cortili.
Nelle piazze.
Nei parchi.
Davanti alla palestra prima del karate.
Fuori dall’aula di musica.
Durante l’intervallo a scuola.
Oggi, paradossalmente, in molte scuole usare un pallone durante la ricreazione è diventato quasi un atto rivoluzionario. In alcuni casi è vietato; in altri si può usare, purché rigorosamente senza i piedi. Una soluzione che, applicata al calcio, è più o meno come insegnare nuoto senza acqua.
Eppure era proprio lì che nasceva il calciatore.
Non esistevano mister.
Non esistevano preparatori.
Non esistevano pettorine.
Spesso si giocava venti contro venti e, incredibilmente, si riusciva comunque a capire chi fosse nella propria squadra. Se mancava il portiere, si inventava il portiere volante. Se una squadra era troppo forte, il giocatore migliore passava dall’altra parte e giocava in inferiorità. Le regole cambiavano continuamente per garantire equilibrio e divertimento.
Senza rendercene conto, stavamo apprendendo.
Il gioco come insegnante
In quelle partite improvvisate affrontavamo problemi reali.
Avversari più grandi.
Più forti.
Più veloci.
Più aggressivi.
Nessuno ci spiegava come risolverli.
Dovevamo trovare da soli una soluzione.
Provavamo un dribbling.
Fallivamo.
Ci riprovavamo.
Ne inventavamo un altro.
Sbagliavamo ancora.
Fino a quando non trovavamo il modo di superare quell’avversario.
Era un apprendimento autentico, basato sull’esperienza e sulla necessità.
Quando poi arrivavamo in una squadra organizzata e l’allenatore ci faceva eseguire esercizi tecnici, quei gesti risultavano relativamente semplici. Perché il grosso dell’apprendimento era già avvenuto altrove.
La tecnica non nasceva dall’esercizio.
L’esercizio rifiniva una tecnica che il gioco aveva già costruito.
La scienza dice ciò che il cortile sapeva già
Le moderne teorie dell’apprendimento motorio e le metodologie contemporanee convergono sempre più su un concetto fondamentale: si impara giocando.
L’apprendimento emerge dalla risoluzione continua di problemi, dall’adattamento all’ambiente e dalla ricerca autonoma di soluzioni.
In altre parole, ciò che oggi chiamiamo “approccio ecologico”, “allenamento situazionale” o “game-based learning” assomiglia sorprendentemente a quello che milioni di bambini facevano spontaneamente nei cortili.
La scienza ha semplicemente dato un nome elegante a qualcosa che il pallone aveva già scoperto da tempo.
Non serve tornare indietro
Chi sostiene che sia necessario migliorare la tecnica probabilmente ha ragione.
Chi sostiene che servano più giocatori capaci di saltare l’uomo ha ragione.
Chi chiede maggiore qualità individuale ha ragione.
Il punto di disaccordo riguarda il percorso.
La soluzione non è tornare a un modello esclusivamente analitico e meccanicistico, come se bastasse aumentare il numero di passaggi al muro per generare nuovi campioni.
Perché il muro non ha mai creato il talento da solo.
Quel talento nasceva dalle infinite ore di gioco libero che precedevano l’allenamento.
E qui sta forse l’equivoco più grande del dibattito italiano: continuiamo a cercare nell’allenamento ciò che un tempo nasceva dalla società.
I cortili si sono svuotati. Le piazze non sono più luoghi di aggregazione spontanea. I ragazzi hanno meno spazi, meno tempo e meno occasioni per giocare liberamente. Non possiamo semplicemente riavvolgere il nastro e pretendere che il contesto sociale degli anni Ottanta o Novanta ritorni per magia.
La vera sfida, allora, non è riproporre il passato.
È ricrearne gli effetti.
Se il cortile non esiste più, dobbiamo costruire ambienti che ne riproducano le caratteristiche: libertà di esplorazione, gioco spontaneo, decisioni autonome, confronto continuo con problemi reali e possibilità di sbagliare senza paura.
Perché il problema non è che abbiamo tolto il muro.
Il problema è che abbiamo perso il cortile.
E il futuro del calcio italiano non dipenderà dalla capacità di riportare i ragazzi davanti a una parete a fare cento passaggi di interno piede, ma dalla nostra capacità di ricreare quell’ecosistema di esperienze che, per generazioni, ha insegnato il calcio prima ancora che arrivasse un allenatore a spiegarlo.

BIO: LUCA CONTIERO
Consulente creativo nel campo della comunicazione. Allenatore Uefa B.
Autore con Mirko Melis del libro “Il Modello Anima” persone migliori fanno sportivi migliori.
Appassionato del modello spagnolo, ha seguito e filmato per una settimana gli allenamenti del Bayern di Pep Guardiola ad Arco di Trento. Ha partecipato come relatore al convegno “Lo sport coaching: dall’educazione di base alla preparazione di alto livello” Organizzato dalla scuola di Gestalt Coaching di Torino e su invito del direttore Franco Gnudi ha portato l’esperienza del Modello Anima agli allievi del Master in Gestalt Sport Coaching.











2 risposte
Concordo in toto.
30-40 anni fa la scuola calcio (chi se la poteva permettere) affinava la tecnica, ma il gioco vero e proprio era fatto in mezzo alla strada.
Prima pochi si potevano permettere un pallone da calcio vero (dopo sono arrivati i supertele) e quindi facevano da aggregatore.
Oggi tutti si possono permettere un pallone ed è una realtà da sfruttare.
Ai miei ragazzi dico: “Dovete fare i compiti a casa”, nel senso che in allenamento cerchiamo di ricreare sin da subito “il gioco”, e finiamo con “il gioco”, con l’obiettivo di insegnare “il gioco”.
Ma a casa devono fare i “compiti” ossia, tantissimo lavoro individuale per migliorare aspetti che toglierebbero tempo all’apprendimento del gioco del calcio.
Buongiorno sig. Contiero
complimenti per l’articolo che invita a profonde riflessioni.
Un quesito per approfondire l’argomento: come mai secondo la sua opinione in molti affermano che il miglior ambiente di apprendimento è il “gioco” ma poi nella pratica di campo vengono allestiti veri e propri “percorsi obbligati” con delimitatori coni ostacoli di ogni dimensione e attrezzature che con il gioco del calcio hanno gran poco a che fare?
Mi permetto inoltre di aggiungere, a tutte queste “pseudo scuole calcio” affidate a istruttori occasionali per quale motivo è consentito accettare l’iscrizione di un numero di bambini elevatissimo quando gli spazi disponibili sono limitati?
Ringrazio e cordialmente saluto