A dodici anni di distanza dall’edizione francese, che aveva momentaneamente decretato l’Italia quale ideale custode, raffigurazione suprema e vessillo iconografico del calcio planetario, in virtù dei due consecutivi successi ottenuti nella pressoché neonata competizione, il campionato del mondo riaprí i battenti successivamente agli orrori della seconda guerra mondiale.
La rassegna ripartí dal Sud America, precisamente dal Brasile, con l’Europa devastata dal conflitto e ragionevolmente impossibilitata a soffermarsi sull’organizzazione della manifestazione.
L’Italia, a differenza di Germania e Giappone, preventivamente escluse quali nazioni riconosciute colpevoli dell’esplosione del tetro scenario planetario, fu invitata quale campione in carica e per il ben operare di Ottorino Barassi, presidente della Federcalcio e vice presidente della FIFA, che si preoccupò di custodire la Coppa Rimet durante gli anni della guerra.
Gli azzurri, dopo l’allora recente tragedia di Superga, decisero di raggiungere l’America latina in nave e non in aereo: comprensibilmente i giocatori, dopo tre settimane di viaggio, risultarono stanchi e poco allenati, aspetti che influirono notevolmente, va da sé, sul mancato raggiungimento dell’atto conclusivo.
Il torneo prevedeva infatti un girone finale a cui approdarono il favorito Brasile, l’Uruguay, la Svezia e la Spagna: l’ultima gara designata, fra i padroni di casa ed i vincitori della prima edizione, si trasformò in una finale, con la differenza che ai verde-oro, al Maracanà, davanti a quasi 200.000 spettatori, sarebbe bastato pareggiare per aggiudicarsi il titolo.
Il preventivabile giorno di gloria sì tramutò, inaspettatamente, nel “Maracanazo”: l’Uruguay ebbe infatti la meglio per 2-1 grazie al gol di Ghiggia.
Scene deliranti si verificarono allo stadio e nel paese: decadde tutto ciò che era già stato preparato al fin di celebrare il titolo carioca e il Brasile proclamò tre giorni di lutto nazionale.
L’Uruguay raggiunse l’Italia in vetta all’albo d’oro.
Il primo mondiale trasmesso dalle televisioni si tenne in Svizzera quattro anni più tardi e fu vinto a sorpresa dalla Germania Ovest: i tedeschi occidentali prevalsero sulla favoritissima Ungheria che nel corso del torneo li aveva battuti per 8-3, un risultato a dir poco roboante che sembrava sancire inesorabilmente una supremazia che avrebbe dovuto agevolmente condurre il Paese dell’Europa orientale verso il titolo mondiale.
Fra le fila magiare vi era gente del calibro di Ferenc Puskás, Gyula Grosics, Nándor Hidegkuti, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis (capocannoniere della manifestazione con undici reti), elementi di assoluto calibro grazie ai quali l’Ungheria ebbe modo di consegnare alla storia la lodevole statistica di prima selezione capace di violare Wembley, riuscendo nell’impresa di battere l’Inghilterra nel mitologico teatro domestico.
Quanto alla finale, i tedeschi furono favoriti dal terreno allentato dalla pioggia, facendo prevalere la superiore prestanza atletica, e ribaltarono un incontro che dopo soli otto minuti li vedeva sotto di due reti, un avvio che supponeva lasciare inevitabilmente presagire il medesimo andamento verificatosi nella sopracitata gara avvenuta lungo il percorso.
“Il miracolo di Berna” privò gli ungheresi di una coppa sostanzialmente già in bacheca che, or dunque, prese la strada di Berlino e della divisa nazione teutonica.
Dopo alcune settimane si diffusero però le prime voci relative all’assunzione di sostanze dopanti da parte della Germania. Pochi giorni dopo la finale alcuni giocatori della nazionale tedesca occidentale, in effetti, vennero ricoverati in ospedale per una misteriosa infezione.
I dubbi non vennero mai fugati.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.











3 risposte
Dal giorno del Maracanazo il Brasile mai più in maglia bianca! Il 16 luglio 50 è pieno di aneddoti, Varela capitano Uruguay ai compagni dice : “los afuera son de palo” quelli sugli spalti non giocano, pensando ai 200.000 brasiliani allo stadio per caricare la squadra, ciaooo!
Ciao Ambrogio, hai perfettamente ragione, tantissimi aneddoti… è uno di quei casi dove la pressione è stata subìta da chi non poteva e non doveva sbagliare. Sai di non poter fallire davanti ad un Paese intero e quelle 200.000 persone sono lì a ricordarlo. Per gli altri, anche se costretti a vincere in quelle avverse condizioni atmosferiche, c’è paradossalmente maggiore leggerezza. Per questo vestire alcune maglie, in particolare in alcuni momenti, non è da tutti. Tuo fratello docet. Cari saluti.
Applausi!