PSG – BAYERN, ALCUNI LUOGHI COMUNI DA SFATARE

PSG – BAYERN è una di quelle partite che gli appassionati contemplano. Una gara che recava con sé la sensazione che il calcio, per una volta, non stesse chiedendo permesso a nessuno. Né ai tatticismi né agli opinionisti.

Minuto dopo minuto, quella partita ha preso forma come un racconto che non vuole finire, nemmeno sul parziale di 5-2 per i padroni di casa. Due squadre che si affrontano senza prudenza, quasi con una forma di incoscienza lucida. Una sublimazione del “gioco a viso aperto”. Questa che chiamiamo, per comodità, “finale anticipata”, è sembrata un’opera aperta più che una semplice semifinale d’andata di Champions. Un’orchestra senza spartito rigido, in cui ogni giocata era una variazione e ogni errore forzato era foriero di giocate emozionanti con altissima probabilità di concludersi con una rete.

E alla fine, come nei grandi spettacoli, resta quella strana gratitudine che ti prende quando capisci di aver visto qualcosa che ti rimette in pace con il gioco. Soprattutto se arrivi da un periodo in cui il nostro campionato sembra aver dimenticato il coraggio. Ma su questo — sul talento che anche da noi c’è e viene trascurato — conviene tornare con calma nell’ultima parte del pezzo.

Negli ultimi giorni mi è capitato di leggere e ascoltare commenti pieni di luoghi comuni. Arrivano da giornalisti, ma anche da ex calciatori. Nel primo caso, si può anche archiviare tutto come provocazione. Quando però certi concetti arrivano da chi il calcio lo ha giocato ad altissimo livello, la cosa merita più attenzione.

Prendiamo il giornalista Tancredi Palmeri, che sostiene che un Milan di Capello o una Juventus di Lippi dominerebbero contro PSG o Bayern di oggi. È un’opinione, discutibile, a mio avviso agli antipodi della realtà, ma proferita da una persona che prende alla leggera le sue proprie parole.

Diverso il discorso per Antonio Cabrini. Il “bell’Antonio” ha dichiarato: “Se una gara finisce 5-4, vuol dire che c’è stata una catena di errori. Ai miei tempi vedere 9 gol in 90 minuti era improbabile. Sarebbe l’ora di tornare a insegnare ai difensori a difendere. Con la dedizione in difesa noi abbiamo vinto due Mondiali”.

Il problema sta già nell’attacco: “ai miei tempi”. È il modo più rapido per uscire dal presente senza accorgersene. A Cabrini è stato risposto parlando di intensità, ed è il punto giusto. Il calcio di oggi è più veloce, più denso, più continuo. Le giocate che trent’anni fa sembravano complesse oggi sono routine, perché il tempo per pensare si è ridotto drasticamente. Un attaccante una volta aveva l’uomo alle calcagna, ma dentro un ritmo più lento. Oggi ha meno tempo per pensare, e questo cambia tutto. Cambia il modo di attaccare e, soprattutto, di difendere.

Concetti come occupazione degli spazi, transizioni half-spaces, terzo uomo non sono mode. E spiegano perché il lavoro di un centrocampista come Joshua Kimmich o Vitinha non è paragonabile a quello di un interno degli anni Novanta. Andrea Pirlo, in questo senso, è stato un passaggio chiave: grazie prima a Mazzone, poi ad Ancelotti, il fuoriclasse bresciano ha portato a un livello alto un modo di difendere di posizione che prima non esisteva in quella forma. Da allora il gioco ha continuato a evolversi.

Ridurre tutto a “i difensori non sanno più difendere” è una semplificazione. Il calcio di oggi è più complesso: è squadra, contesto, transizioni. È un sistema in cui ogni fase dipende dall’altra. Giudicarlo con categorie e canoni di trenta o quaranta fa porta sempre fuori strada.

Quando rispondo ai nostalgici, dico una cosa che suona provocatoria ma non lo è: una grande squadra degli anni ’80 o ’90 oggi perderebbe nettamente contro una delle finaliste di Champions, probabilmente in doppia cifra. Non perché mancassero i campioni. Ruud Gullit, Franco Baresi, Dejan Savicevic restano fuoriclasse fuori discussione. Il punto non è dato dal talento individuale ma dal contesto. Oggi il calciatore è inserito in un sistema tattico che evolve a una velocità che il calcio di allora non conosceva. Le distanze sono diverse, le letture più rapide, gli errori meno tollerati. Tutto rimanda a una questione di struttura.

Poi c’è il dato fisico, che è ancora più difficile da aggirare. Negli ultimi anni è aumentato il numero di giocatori che superano i 35 km/h. Non solo élite assolute come Kylian Mbappé o Vinicius Junior, ma anche profili come Micky van de Ven o Anthony Gordon. Ousmane Dembele, protagonista di questa appassionante semifinale, ha toccato picchi intorno ai 37 km/h.

Ma la velocità di punta è solo una parte. Il calcio di oggi è fatto di sequenze continue: sprint, frenate, ripartenze. In un passato recente i giocatori più “corridori” stavano sui 10-11 km a partita. Oggi non è raro vedere 12 o 13 km, dentro ritmi più alti e più continui. Questo cambia tutto: Cambia il tempo di gioco, cambia lo spazio, cambia le decisioni, rendendo i confronti diretti con il passato, più che ingenerosi, semplicemente sbagliati.

Questo discorso porta inevitabilmente all’Italia, spesso descritta come un campionato arretrato, lento, incapace di produrre talento. È una lettura parziale, vera in parte. Negli ultimi anni la Serie A ha continuato a essere un passaggio formativo per giocatori che poi hanno fatto il salto nelle grandi d’Europa. Khvicha Kvaratskhelia, Fabian Ruiz, Achraf Hakimi. E prima ancora Mohamed Salah, che a Roma era già fortissimo ma a Liverpool è diventato un fuoriclasse, vincendo la Champions da protagonista. La Serie A resta un campionato selettivo, che espone i giocatori a una complessità tattica che altrove spesso arriva dopo. Al contempo, sarebbe miope negare i limiti: il ritmo medio è più basso, l’intensità meno continua, la qualità tecnica distribuita in modo disomogeneo. È qui che nasce la distanza con le migliori squadre europee, più che da una presunta mancanza di talento.

Perché il talento c’è. Nico Paz e Kenan Yildiz, 22 e 21 anni, sono tra i profili più interessanti del campionato. Liquidarli sostenendo che emergono solo perché il livello è basso è un errore già visto. La storia recente dice il contrario: certi giocatori non vengono ridimensionati quando salgono di livello, ma si amplificano. Il punto è quindi il contesto in cui quel talento viene inserito, sviluppato e messo alla prova. Ed è qui che il confronto con Bayern-PSG torna utile: non per stabilire chi sia superiore in astratto, ma per capire dove il calcio corre più veloce, e dove invece fatica ancora a stare al passo.

A questo punto vale la pena rispondere anche a Stefano Colantuono, che ha liquidato Bayern-PSG come una “fabbrica degli errori”, buona per il tifoso ma non per un purista, e poco esportabile a Coverciano. Questa osservazione parte da un presupposto discutibile: che l’errore sia una deviazione dal sistema, e non una sua conseguenza. A quei ritmi, con quelle distanze, con quella pressione costante, l’errore non si elimina viene gioco forza spostato e accettato. Le squadre che abbiamo visto non giocano così perché “difendono male”. Giocano così perché cercano un vantaggio più grande: recuperare palla più in alto, accorciare il campo, aumentare il numero di situazioni offensive. È una scelta che, come ogni scelta, ha un costo.

Ridurre tutto a “posizioni sbagliate” è una lettura che guarda l’effetto e ignora la causa. Quanto a Coverciano, forse il problema è proprio questo: si continua a giudicare il calcio che cambia con categorie che non cambiano da anni. Si insegna ancora a evitare l’errore, quando il gioco moderno chiede di gestirlo.

Nessuno sostiene che nel passato non ci fosse nulla da imparare. Tuttavia, usare il passato come misura del presente porta a conclusioni prevedibili e, spesso, sbagliate. PSG-Bayern non sarà stata la partita perfetta, ma una partita che mostra dove sta andando il calcio. E, soprattutto, dove e come stiamo rimanendo indietro come movimento calcistico italiano.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

3 risposte

  1. Bravo Vincenzo, tutto ciò fra l’altro nel momento in cui il Milan stabilisce l’incredibile record storico negativo di un solo gol siglato nelle ultime cinque partite…ah, ma sono gli attaccanti a non essere all’altezza 🤔

    1. Solo un appunto: se le squadre a cavallo fra gli anni ottanta e novanta fossero catapultate magicamente nel calcio odierno ed allenate ( tatticamente, fisicamente, per ritmi ed intensità) secondo i parametri, le richieste e le competenze attuali, beh…in questo caso credo che in doppia cifra andrebbero loro! La concentrazione di molti fra i più grandi fuoriclasse della storia in quei decenni farebbe pendere l’ago della bilancia dalla loro parte. Il valore assoluto, individualmente, oggi è inferiore.

  2. Ell articolo ma purtroppo in Italia siamo ancorati esclusivamente alla fase difensiva pensando che sia la soluzione anziché pensare che il calcio si è evoluto secondo un altro teorema che sta nel valutare i vantaggi svantaggi di una certa impostazione…. Del tipo la costruzione dal basso favorisce spazio in zone del campo utili per far male alla squadra, il tiki taka serviva per stanare gli avversari e cercare lo spazio che si creava nelle squadre avversarie… attualmente l evoluzione è quella di cercare spazi diversi magari svuotando il centrocampo per far arrivare i giocatori dalla fase offensiva… l evoluzione sarà cercare gli spazi e migliorare nello stretto o nell abilità del dribbling che fa la differenza… quello che dobbiamo capire ma sarà difficile visto che gli addetti ai lavori ed ex calciatori di un altro tempo non hanno compreso l evoluzione del calcio e delle metodologie… spero solo che possiamo in futuro capire dove andrà il futuro per migliorare….l errore da noi non è concepito mai ma come dice velasco non devo cercare il colpevole dell errore ma devo imparare a gestire l errore come detto …. Quindi non mi lamento con l alzatore che ha sbagliato a fare l alzata ma devo capire come poter gestire quella palla che non è messa bene…. Mah secondo me conoscendoci sarà impossibile se non con le nuove generazioni!!

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