SASSUOLO – MILAN: “DAL MILAN CLUB NEW YORK CITY È TUTTO”

New York, 3 maggio 2026. La sveglia a Manhattan non ha il suono dei clacson, ma quello del battito del cuore rossonero che attraversa l’Oceano. Sono le 8:45 del mattino e mentre la città che non dorme mai inizia a sorseggiare i primi caffè lunghi, un angolo della 33esima strada si tinge di rosso e di nero. È una domenica particolare: le vie sono invase da decine di migliaia di ciclisti per la storica “TD Five Boro Bike Tour”. Per una volta le auto tacciono, le strade sono bloccate, si pedala. Ma per il popolo milanista di Gotham, il traguardo non è a Staten Island, è al civico 6 West.

Il punto di ritrovo è il Legends Bar, a due passi dall’Empire State Building. Sopra pulsa la vita frenetica dei turisti, ma scendendo le scale si entra nella Football Factory, il tempio del calcio a New York. Qui, tra sciarpe di ogni latitudine, batte l’anima del Milan Club NYC. Entrare qui significa respirare un’appartenenza che non conosce fusi orari.

Il direttivo globale: da Trieste a Hong Kong

Fondato nel 2008, il club è un’istituzione guidata da un trio che sembra uscito da un romanzo: Franco Zagari, insegnante italo-americano di origini calabresi nato qui; Alessandro Rimoldi, triestino della finanza; e Francesco Campari, milanese di via Turati — sì, proprio quella via — attore e produttore.

FRANCO ZAGARI

“Siamo arrivati ad avere 600 persone per lo scudetto,” racconta Zagari mentre ci sediamo ai tavoli, gli occhi fissi alle TV. Bandierone rossonere dividono gli spazi, sul soffitto le sciarpe dei club di mezzo mondo: chi passa di qua la dona, entrando in questo museo (spicca quella del Milan Club Treviso “Pioli is on Fire”). Sul tavolo c’è il megafono, pronto a guidare i cori quando l’entusiasmo sale.

In questo scantinato di lusso, i milanisti convivono “divisi” dai tifosi di Chelsea o PSG, ognuno nel suo spazio, uniti dalla stessa sacra ossessione. C’è spazio anche per il folklore: come quel cugino interista che provò a infiltrarsi perché “l’Inter club non mi rispondeva, voi almeno siete gentili”. Zagari lo accolse basito nella tana del lupo.

I ricordi e il distacco da RedBird

Qui sono passati Scaroni e Furlani, ma i cuori battono per gli emblemi: Baresi, Massaro, Tonali (che “spezza ancora il cuore vederlo lontano”), fino a Gabbia e Pobega. Il beniamino locale? Ovviamente Christian Pulisic. “Che bello vedere uno statunitense nel Milan”.

Accanto a Zagari, nel direttivo, c’è la New York più autentica: Derrick, di Hong Kong, che veste la seconda maglia, quella nera; Ahmed, egiziano in divisa bianca; e un imbianchino di Pordenone che per amore di una newyorkese ha mollato tutto, tranne quel Diavolo che “non ha tradito mai”. Sono tra i più attivi nella raccolta di fondi per Fondazione Milan.

C’è però un punto fermo: l’autonomia. Nonostante la sede di Gerry Cardinale e RedBird sia a pochi minuti a piedi, verso la 5th Avenue, la distanza sembra di anni luce. “Siamo autonomi, non abbiamo sostegno da parte loro e non credo molti fan siano affini al loro comportamento,” spiega Zagari secco. “A noi interessa vincere, non far quadrare i bilanci. Cardinale qui non è mai venuto, anche se invitato”.

Il match: sofferenza al Mapei

Oggi l’atmosfera è tesa. Sassuolo-Milan evoca il 19° scudetto, ma stavolta il Mapei Stadium è ostile. Al Legend ci sono 60 fedelissimi, tra cui un paio di ragazzi della Sud (eroi da “ci facciamo i chilometri”) e volti noti come Carlo Gorla di Mediaset, qui in vacanza: “Forza Milan”, e si è subito fratelli.

La partita però è un incubo. Dopo 5 minuti Berardi punisce il Diavolo: un silenzio di frustrazione scuote il seminterrato. Poi il rosso a Tomori e il raddoppio di Laurienté. Finisce 2-0, un punteggio punitivo che affossa un Milan distratto.

Nonostante tutto, la fratellanza non scema. Ci si ferma per una birra — sì, è mattina, ma le regole della partita tra amici sono sacre — e si spera in un futuro migliore, col Milan di nuovo sul tetto del mondo con il “bel giuoco” che tanto caro fu a Silvio. La partita è finita, si torna fuori nelle strade di una New York che ricomincia a ruggire di auto. Il Milan perde, ma sulla 33esima strada la passione rossonera non retrocede di un centimetro.

Mauro Pigozzo (Castelfranco Veneto, 9 gennaio 1980) è  giornalista appassionato narratore di storie legate al running (ne scrive su corriere.it), al vino e al territorio veneto (su Corriere del Veneto). Rossonero fin dalla nascita, sogna ancora i gol di Van Basten e quando si sveglia vede gli occhi di Sheva prima di quel rigore. Il paradiso esiste, è San Siro che canta… non ti ho tradito mai. 

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