IL RISULTATO COPRE TUTTO FINO A QUANDO NON SCOPRE TUTTO

Si può ancora, nel calcio moderno, educare a non rischiare?

È mai possibile accogliere ancora oggi la percezione che la proiezione di chi guida una compagine storicamente chiamata al tentativo di vincere e convincere sia insegnare ad evitare di prendersi responsabilità che contemplino il rischio?

Scegliendo di seminare e coltivare più che altro l’educazione alla paura di soccombere come principale stato emotivo? Al fin di tutelare quel minimalismo anacronistico che ha come unico approdo la speculazione? Che si trincera dietro il raggiungimento a questo punto inevitabilmente casuale di risultati sul campo diverse volte nemmeno meritati (in alcuni casi clamorosamente non meritati), i quali poi (anch’essi) vengono inevitabilmente meno?

Tranne poi reclamare fra le righe di non poter fare verosimilmente di più? Dichiarando or dunque intrinsecamente che l’aspettativa deve abbassarsi perché il livello deve essere sminuito puntualmente? Riducendo la crescita, quell’esaltazione volta al superamento dei propri limiti i cui confini non sono nemmeno allenati?

È mai possibile che mai si possa andare oltre un’esecuzione concettuale che denigra a priori i valori individuali e collettivi?

Il cui unico messaggio che viene lanciato è “di più non si può fare”?

Tutto può essere fatto in più se ciò che viene esplicato è esclusivamente una condizione che dovrebbe rappresentare la base di qualsivoglia idea calcistica da sciorinare.

Come può essere possibile oggigiorno scegliere di escludere la possibilità di incrementare le proprie velleità?

Come può essere possibile tollerare che ciò possa avvenire guidando un top club e non già su di una panchina costretta a fare di necessità virtù e in alcune circostanze doverosamente incline all’accettazione di dover subire l’altrui proposta?

È mai possibile avallare l’inconcepibile scelta di rendersi protagonisti di un atteggiamento oltremodo attendista, limitante, minimalista, speculativo, volto a subire la proposta altrui indipendentemente dall’avversario di turno?

Costretto, insomma, a continuare a rimanere inferiori a sé stesso, alle proprie potenzialità e ad apici effettivamente mai ricercati ed allenati (difficile supporre che una squadra con le individualità del Milan non possa sciorinare un certo tipo di calcio, principalmente, innanzitutto, attraverso una mentalità dominante che è per antonomasia, secolarmente, il tratto distintivo di un top club e che sembra dispersa a causa dell’impostazione concettuale attuale), il Milan rischia di non espletare mai completamente la propria forza.

Anche l’idea di rinunciare, di base, ad un tridente offensivo con pochi paragoni nostrani è letteralmente inconcepibile.

Scontato risultare poi in alcuni momenti spaventati, svuotati, incapaci di orchestrare una contro-proposta che è totalmente assente nell’ “idea” di un allenatore che spesso attuare un’estenuante, aprioristica, oltranzista fase difensiva.

Ci sono diversi posti al mondo dove si può decidere preliminarmente di tentare di non vincere o di farlo solo “se poi l’episodio è dalla tua parte”: uno di questi non è il Milan.

Ci sono diversi posti al mondo dove un piano gara (!) può prevedere l’idea di (non) agire con la sola finalità di non perdere: uno di questi non è il Milan.

Può essere possibile tollerare un atteggiamento che non collima minimamente con una dichiarata mentalità vincente, che non ha nulla a che vedere con le peculiarità del concetto di “imporsi” che differentemente dovrebbero sottintendere coraggio, voglia di primeggiare nel corso degli incontri e sul corso degli eventi?

La mentalità vincente non è figlia della semplice vittoria ma è il prodotto di uno spessore calcistico e caratteriale, foriero di personalità e voglia di prevalere, improntato su un’espressione che contraddistingue le grandi squadre da chi tenta di vincere paradossalmente “subendo” la vittoria.

Perché una vittoria raggiunta attraverso alcune modalità che preliminarmente la rinnegano è probabilmente la peggiore delle sconfitte.

Il risultato copre tutto fino a quando non scopre tutto.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

2 risposte

  1. Bielsa ha più volte detto che il pubblico paga un biglietto non solo per vedere il risultato finale, ma per apprezzare lo spettacolo, l’impegno e la proposta di gioco di una squadra. Al Milan dovrebbe essere un’ obbligo il come si vince e non solo il fine. Dovrebbe trasmettere cultura come fa il Barcellona in Spagna e nel Mondo.

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