THE OUT-SKIRT OF FOOTBALL – 29 – USARE IL VINCOLO

Quando ero piccola, al minibasket, spesso questa era la dinamica: la palla diventava quasi un’estensione del corpo e l’obiettivo era uno solo ovvero arrivare a canestro da soli. L’allenatore, vedendo questa situazione proporsi e riproporsi, figlia anche dell’età evolutiva che stavamo attraversando, ha deciso di intervenire in un modo molto semplice. Ha cambiato la regola del gioco:
“niente palleggio.”

All’improvviso, da soli non si poteva più fare nulla. Con la palla in mano non posso muovermi e il canestro è ancora distante, con un tiro non ci posso arrivare. Allora ecco che bisognava alzare lo sguardo, cercare l’altro e passare. Quel passaggio ha gettato il seme per qualcosa di nuovo.

Il limiti che l’allenatore ci ha posto non era un divieto casuale, né permanente. Era un dispositivo intenzionale, inserito in un percorso di apprendimento più ampio, pensato per far emergere una competenza che ancora non avevamo sviluppato.

Questa immagine offre una chiave di lettura efficace per interpretare alcune politiche contemporanee in materia di equità di genere, come il recente provvedimento della FIFA che introduce l’obbligo di includere almeno una donna nello staff tecnico delle squadre femminili. Questo vincolo assomiglia a quel “niente palleggio”: non è la soluzione definitiva e nemmeno il gioco ideale  ma crea le condizioni perché qualcosa inizi ad accadere. Si tratta, in fondo, di “giocare sul vincolo”.

Interventi di questo tipo si collocano nella logica della gender equity: misure correttive e temporanee che cercano di riequilibrare una situazione di partenza diseguale. Diversamente, la gender equality implica trasformazioni strutturali di lungo periodo  sul piano culturale, educativo e  organizzativo che richiedono tempo e continuità. Nel frattempo, però, non possiamo limitarci ad aspettare, è necessario intervenire anche con soluzioni immediate.

Le critiche a questi strumenti di gender equity si fondano spesso su un’idea di meritocrazia che, tuttavia, risulta problematica alla luce delle evidenze sociologiche. Numerosi studi dimostrano come stereotipi di genere, bias impliciti e giochi politici influenzino in modo significativo i processi di selezione e promozione, rendendo la competizione tutt’altro che neutrale.

Il campo non è neutro, non lo è mai stato. Non tutti partiamo dalla stessa linea.

Le quote, allora, non sono un privilegio ma un’interruzione. Un modo per dire: così non stiamo lavorando per superare un problema, cambiamo le regole e vediamo cosa succede. Le quote, quindi, non rappresentano una negazione del merito, ma un tentativo di correggere distorsioni sistemiche che ne compromettono l’effettiva applicazione.

Eppure, proprio come nel minibasket, il vincolo da solo non basta. Se isolato, rischia di diventare un gesto simbolico, una risposta superficiale, ciò che oggi definiamo pink washing. Se invece è inserito in una strategia più ampia, può diventare un catalizzatore di cambiamento. Abbiamo però bisogno di due condizioni. Da un lato, la temporalità: le quote devono essere pensate come strumenti transitori, accompagnati da momenti di verifica e adattamento. Dall’altro, l’integrazione sistemica: devono convivere con politiche di lungo periodo orientate alla gender equality, capaci di agire sulle cause profonde delle disuguaglianze.

Come nel minibasket, la richiesta dell’allenatore “niente palleggio” non era la versione definitiva del gioco. Era un passaggio necessario. Serviva a insegnarci qualcosa che, una volta appreso, non aveva più bisogno di essere imposto.

Allo stesso modo, le quote rosa funzionano quando non diventano un fine, ma un mezzo: uno strumento per cambiare le condizioni del gioco finché giocare insieme riconoscendo l’altro e passandosi la palla non diventa finalmente la normalità.

BIO: LAURA ZUCCHETTI

Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.

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