C’è una narrazione tossica che sta avvelenando la formazione calcistica giovanile: il finto martirio dei “santoni della tecnica”.
Sui social prospera un business basato su una falsa dicotomia. Da una parte ci sono loro, autoproclamatisi paladini del talento libero e del dribbling; dall’altra tutti gli altri allenatori, descritti come tiranni ossessionati dal risultato che bloccano la creatività dei bambini.
È una mossa di marketing emotivo, non di metodologia.
Costruire il proprio posizionamento sminuendo un’intera categoria per vendere corsi di tecnica decontestualizzata è intellettualmente disonesto. Ma soprattutto, è un danno enorme per lo sviluppo dei ragazzi.
Juan è un nostro giocatore che ogni volta che può tenta la “lambretta”, senza mai ricevere urla da parte di nessuno. Da allenatore lo sostengo, sia che gli riesca sia che non gli riesca. Attenzione però, non lo incito per creare materiale da reel o per assecondare il feticismo del gesto tecnico fine a se stesso. Lo incito perché stiamo allenando la sua intelligenza contestuale.
Il calcio è un sistema complesso. Il dribbling non è lo scopo del gioco, ma uno strumento per rompere linee di pressione e creare superiorità numerica. Se insegni a un ragazzo a “saltare l’uomo” senza fornirgli gli strumenti cognitivi per capire quando, dove e perché farlo, non stai formando un calciatore. Stai creando un solista meccanico, incapace di leggere le variabili dell’ambiente circostante (spazio, tempo, compagni, avversari).
La tecnica isolata dal contesto cognitivo è un’illusione ottica.
Un dribbling riuscito nella propria area di rigore, circondato da tre avversari e con un compagno libero, non è “coraggio”. È un errore decisionale grave. Saper eseguire una finta perfetta tra i cinesini è inutile se il cervello non sa processare le informazioni in tempo reale sotto stress agonistico.
Il nostro compito come formatori non è scegliere la ridicola semplificazione del “vincere con soldatini obbedienti” o “perdere con giocolieri coraggiosi”. Un professionista non accetta questo compromesso al ribasso.
Il nostro dovere è formare giocatori che sanno usare la tecnica come mezzo per risolvere problemi tattici in campo. Certo che accettiamo l’errore nel tentativo, ma quell’errore va analizzato oggettivamente per migliorare il processo decisionale futuro e non celebrato ciecamente in nome di una presunta libertà.
Smettiamola di abboccare a chi usa la retorica del “calcio di strada” o dei bambini oppressi per alimentare il proprio ego e il proprio portafoglio.
Eleviamo lo standard. Il talento ha bisogno di rigore, scienza dell’allenamento e competenza metodologica. Non di slogan populisti.

BIO: MARCO PUTZOLU
Laureato in Scienze Ambientali e originario di Sedilo, trasferisce l’approccio ecologico e basato sui vincoli alla formazione calcistica. Allenatore UEFA B (Master Real Madrid), vive attualmente a Madrid dove allena e sta ottenendo la licenza UEFA A (RFFM), unendo ricerca scientifica e pratica in campo.











26 risposte
Marco, sappi che vorrei abbracciarti!
Grande Marco
Condivido appieno il tuo pensiero, lo sposo e anzi, lo amplio.
Io come allenatore di pallavolo mi sentirei di dire molte, moltissime cose sulle “metodologie” e “processi di apprendimento e crescita” nelle varie giovanili calcistiche in cui sto vedendo crescere i miei figli (2010-2011-2013)…
Io, da allenatore, MAI E POI MAI mi permetterei di ergermi e propormi durante la stagione ad ALLENARE INDIVIDUALMENTE un/a ragazzino/a che si allena, gioca, lavora e segue un percorso formativo (più o meno corretto) di un altro allenatore, IN UN CONTESTO DI SQUADRA.
Gli insegnanti che danno lezioni di ripetizione nel doposcuola, aiutano uno studente a superare difficoltà individuali per un proprio percorso scolastico…
Un allenatore insegna a singoli atleti ma progetta un sistema di gioco di squadra, delle dinamiche e delle situazioni in cui tutti devono essere consapevoli del loro ruolo e di ciò che il mister chiede loro di fare all’interno di un gruppo.
Questo tipo di business nato e creato nel calcio è qualcosa a mio avviso di orribile, spinto da una smania di protagonismo ed individualismo che nulla appartengono a nessuno sport di squadra.
super
Semplicemente perfetto. Grazie
Complimenti Marco, ineccepibile e scientificamente verificato.
Purtroppo si torna indietro perchè avanzare presuppone mettere in discussione le proprie archaiche convinzioni.
Complimenti. La cosa , a mio avviso, grave è che la colpa è perchè non si gioca piu’ nelle piazze e loro allenano all’opposto di quello che è il gioco all’interno del calcio in strada.
Ineccepibile quanto chiarissima analisi. Grande Marco.
Complimenti. Il pensiero che sta passando è che la mancanza di giocatori tecnici deriva di non poter piu’ giocare nelle strade, e loro che fanno li allenano con metodi, analitici, lonatni da quello ceh è il concetto del calcio in strada, e cioè s’impara giocando
Complimenti condivido pienamente! 💪⚽
Sono perfettamente allineato a ciò che hai scritto. Più chiaro di così non si poteva essere. La speranza è che qualcuno abbia la voglia di formarsi un pochettino di più per cercare di comprendere la giusta direzione per i nostri ragazzi e di trovare ambienti favorevoli che ci consentano a noi di lavorare nella maniera corretta. Oggi devo dire ce ne sono davvero pochi in giro.
la scienza dell’allenamento moderna ci dice che il miglior modo per “analizzare e risolvere” è smettere di parlare sopra il gioco e iniziare a disegnare il gioco affinché parli ai ragazzi.
Sono loro,grazie ai vincoli e alla nostra “architettura degli allenamenti” , a contesti pieni di affordance a fare emergere la loro soluzione del problema.
Complimenti, articolo azzeccatissimo!
Come posso solo minimamente pensare da allenatore di insegnare individualmente ad un atleta una cosa che SECONDO IL MIO PUNTO DI VISTA va fatta in quella maniera, “scavalcando” così magari anche quanto il proprio allenatore all’interno di un gruppo squadra richiede?
Purtroppo spuntano come funghi queste nuove figure, ESCLUSIVAMENTE NEL CALCIO, perché pensano che ci sia la possibilità di fare tanti soldi in questo mondo che pare dorato… e i genitori che mandano i propri figli da queste figure pensano altrettanto che emergendo individualmente possano diventare professionisti di alto livello, arricchendosi.
Questa purtroppo è la nuda verità.
Perché in nessun altro sport di squadra ci sono figure ESTERNE AGLI STAFF che si propongono dietro lauto compenso ad insegnare tecnicamente individualmente.
È contro ogni etica sportiva da allenatore, secondo me.
Altra cosa sul discorso individuale di ogni singolo atleta: è sicuramente importante e fondamentale, a mio avviso, che venga loro insegnato anzitutto a SAPER SCEGLIERE.
A me hanno sempre spiegato ed insegnato ai giovani a:
1) insegnare bene una cosa e fargliela eseguire correttamente
2) insegnare una seconda cosa alternativa
3) insegnare a VALUTARE E SCEGLIERE la cosa migliore da fare tra le prime due
4) poi da qui in avanti insegnare ed insegnare altre cose nuove, aumentando il bagaglio tecnico dell’atleta, perché a questo punto ha già appreso la capacità di scegliere la cosa migliore da fare
Caro Marco.
Il problema da te evidenziato è corretto peccato che non sia nulla rispetto cosa poi deve affrontare il ragazzo. quando arriva a fare il salto tra i grandi…
Prova a chiedere quali sono i ragazzi “Valorizzati” e quali i ragazzi “Non Valorizzati” e poi verifica chi fa più strada e chi meno… ma prima guardali giocare… e capirai che la tecnica, il fisico, il talento non contano nulla… e così non arrivano i migliori ma solo i “Valorizzati”.
Questo è il nostro calcio…. e poi i tedeschi e i norvegesi ci sotterrano di Goal…..
però abbiamo il record di direttori e i procuratori che si dividono il “Valore” e hanno la pancia grossa e le tasche piene…..
C’e’ nell’articolo un errore concettuale enorme, che la dice lunga sul modello formativo perseguito.
Non si puo’ insegnare a un calciatore a saltare l’uomo.
Nemmeno chi, questa straordinaria abilita’ l’ha in dote, sa quando e come saltera’ o provera’ a saltare l’avversario ( le abilita’ essendo implicito-procedurali non hanno nulla di cognitivo-cosciente ).
E’ un concetto fin troppo elementare.
Quell’abilita’ e’ allenabile solo nel e attraverso il gioco. Punto.
Ciao Nicola, grazie per lo spunto. In realtà, il paradosso è che stiamo sostenendo l’esatta stessa tesi sull’applicazione pratica, ma partendo da presupposti teorici diversi.
Quando scrivi che quell’abilità è ‘allenabile solo nel e attraverso il gioco’, stai riassumendo perfettamente il cuore del mio articolo, che nasce proprio per criticare chi pretende di insegnare il dribbling in modo analitico e decontestualizzato.
Dove la scienza dell’allenamento moderna (Dinamiche Ecologiche) si distacca dalla tua affermazione è sulla separazione tra procedurale e cognitivo. Affermare che il dribbling ‘non ha nulla di cognitivo’ è un retaggio del dualismo cartesiano. Oggi sappiamo che l’azione è indissolubilmente legata alla percezione (Perception-Action Coupling).
È vero che il giocatore d’élite non pensa in modo ‘cosciente e verbale’ ai movimenti biomeccanici mentre salta l’uomo, ma il suo processo è profondamente cognitivo-percettivo: il suo sistema capta un’informazione dall’ambiente (un’affordance, come il peso del difensore sulla gamba sbagliata) e vi si adatta implicitamente e istantaneamente.
In sintesi: non si ‘insegna’ il dribbling in modo esplicito, ma lo si allena progettando contesti (il gioco) che stimolino proprio quel riconoscimento cognitivo e percettivo. Su questo, direi che siamo assolutamente d’accordo.
Ma se non sai le basi, è impossibile poi in partita fare il gesto …siete ossessionati dal situazionale, senza capire che i gesti si apprendono e poi si eseguono cognitivamente…si apprende a scrivere imparando le lettere, non scrivendo dall’ inizio frasi intere ( questo non blocca il futuro progresso dello studente, ma al contrario lo sostiene) … la tecnica analitca non è il male che blocca il ragazzo poi in partita, è invece uno strumento per la futura situazione …sono 20 anni che si pretende di insegnare tutto in un contesto situazionale e purtroppo questi 20 anni sono un palese fallimento…mettersi davanti ad un muro, usare dei cinesini non è svilente, è uno strumento, strumento oserei dire fondamentale per poi eseguire quel gesto in situazione…fatevene una ragione …non è nero e bianco, è un caleidoscopio di colori …il calcio non si apprende dal nulla ma per piccoli e continui passaggi…Circa l’ ossessione per la struttura fisica e la forza esplosiva, sempre anteposte alle capacità tecniche e cognitive, basta vedere le under 13 e 14 di qualsiasi squadra pro, tutte piene di ragazzi con corpi di 18 anni e conoscenza del calcio palesemente nulla
Perdonami Giuseppe,ma l’apprendimento di cui parli è stato superato non da chi scrive nè da me ma da studi, ricerche, evidenze e pratiche. Non mi venire a dire che ora la colpa sia del situazionale perchè da 20 anni si pretende di…non scherziamo per favore. Non voglio imporre un’idea diversa dalla tua ma credo che non si migliori l’ecosistema calcio proprio perchè si rimane ancorati a conoscenze ormai superate. La ragione ce la dovremo faremo perchè come te ce ne sono tanti, tantissimi. Rispetto il tuo pensiero ma non lo condivido. Mi fermo qui.
Grazie per il tuo contributo
Filippo
Bravissimo Marco: la tecnica non è un oggetto, ma una funzione situata.
Non esiste “in sé”, esiste solo dentro il gioco, non si parte dal gesto per arrivare al gioco, ma dal gioco per trasformare il gesto.
Il cuore del tuo testo è una denuncia forte ma necessaria: la trasformazione della tecnica in merce. Il “corso di tecnica” venduto come prodotto separato dal contesto di squadra rappresenta una frattura epistemologica prima ancora che metodologica. Significa trattare il calciatore come un insieme di parti da ottimizzare, ignorando che la sua intelligenza emerge nell’interazione continua con ambiente, compagni e avversari.Allenare la tecnica fuori dal gioco equivale a costruire un linguaggio senza grammatica: parole anche perfette, ma incapaci di generare senso. E infatti il risultato è quello che descrivi con lucidità: solisti meccanici, esteticamente brillanti ma cognitivamente poveri, incapaci di leggere spazio, tempo e relazioni.
La questione dell’“individuale” è altrettanto cruciale. Non è l’individuale in sé il problema, ma quale individuale. Se è sganciato dal sistema di gioco, diventa un esercizio narcisistico; se invece è progettato dentro vincoli rappresentativi del gioco reale, allora diventa uno strumento potentissimo di sviluppo. L’individuale non deve isolare il giocatore dal contesto, ma intensificare la sua capacità di stare nel contesto.Molto centrata anche la critica alla retorica del “calcio di strada”. Spesso viene usata come scorciatoia ideologica: o anarchia creativa o disciplina sterile. Ma questa è una falsa dicotomia. Il vero professionismo, come sottolinei, sta nel tenere insieme libertà e responsabilità, creatività e pertinenza, rischio e lettura situazionale.
L’esempio del dribbling in area è emblematico: smaschera definitivamente l’equivoco romantico del gesto tecnico come valore assoluto. Nel calcio, ogni azione è giusta o sbagliata in relazione al contesto, non alla sua estetica.
Infine, il richiamo alla responsabilità del formatore è decisivo. Accettare l’errore non significa celebrarlo indiscriminatamente, ma usarlo come leva per affinare i processi decisionali. Qui entra in gioco la competenza: osservare, interpretare, restituire senso. È questo che distingue un educatore da un venditore di esercizi.
Grandissimo Marco! Sono perfettamente d’accordo!!! È da una vita che lo sostengo, e ho preso sempre pesci in faccia stretto dalla morsa tra chi sostiene una corrente e chi l’altra! Ho sempre detto che la Formazione del Giovane Calciatore passa da un lavoro svolto a 360 gradi, specialmente partendo dall’attività di base, dove è assolutamente necessario programmare in maniera efficace il raggiungimento degli obiettivi per categoria! E questo comporta un lavoro sinergico tra Attività Motoria Coordinativa, Tecnica e Tattica Individuale, Aspetto Cognitivo Emozionale! Quindi il lavoro si fonda su 4 Contenitori Fondamentali:
– Fornire un’adeguato lavoro motorio coordinativo per aiutarli ad eseguire bene il gesto tecnico ;
-Lavorando sulla Tecnica Analitica e Funzionale per migliorare il gesto tecnico;
-Tutto il lavoro tecnico svolto deve essere messo in campo con esercitazioni situazionali mirate;
-Mettere nelle condizioni il ragazzo di avere più esperienze situazionali possibili in modo da poter distinguere e scegliere il momento in cui potrà utilizzare quello che ha appreso (lavoro Cognitivo).
E questo lavoro, eseguito mediante una programmazione didattica efficace e mirata, deve essere fatto sempre. Ogni categoria con i suoi obiettivi!
Se costruisci una piramide con una base larga e solida, potrai elevarla verso alte vette. Se la base è stretta non potrai pretendere che la piramide arrivi molto in alto!
Ciao Nino, la tua è una visione ancora riduzionista. Il gesto tecnico deve essere efficace e, per esserlo, non necessariamente, deve essere “fatto bene”. Non c’è un prima (analitico) e un dopo (situazionale), l’apprendimento tecnico-tattico-cognitivo-emozionale avviene nella complessità del gioco.
Grazie per il tuo contributo. A presto.
Filippo
Buongiorno a tutti, ho letto l’articolo e relativi interventi: tutto molto interessante, anche i commenti di chi la pensa diversamente.
Personalmente sono dell’idea che tutto aiuta a crescere ed infatti, non credo ci sia una verità assoluta, anche se è fuor di dubbio che, in Italia qualcosa nel mondo del calcio funziona male.
E questo non lo dico da esperto del calcio, quale non sono, ma parlano i risultati sportivi e prima ancora quelli “etici” e “motivazionali”.
Cosa significa?: semplice, il 40 per 100 dei ragazzi tra i 12 ed i 16 anni lascia il calcio. Oggi è un problema organizzare campionati provinciali FIGC in Lombardia, tanto è che alcune squadre vengono dirottate nei “Regionali”. Questo è un semplice esempio.
Al calcio spesso oggi, i ragazzi si accostano per moda, più che per interesse reale ed anche questo lo cito come esperienza personale.
Etico perché certi comportamenti registrati sia in campo professionistico che a livello giovanile, sono sotto gli occhi di tutti.
Tutti vogliono vincere, per cui il calcio non è inclusivo.
Chi comanda poi, pensa ad autocelebrarsi, invece che fare autocritica per i mediocri risultati, che riportano al periodo 1950-1966, ma che forse oggi sono peggiori.
Inoltre, i dati dicono che per costituzione attuale, i nostri figli non sono degli sportivi: almeno nel fisico!.
Per cui, molto spesso si accostano al calcio, ragazzi che fisicamente non sono adatti e non parlo di altezza, però è vietato parlarne ai genitori, per non offendere la loro sensibilità.
Manca informazione che forse sarebbe utile fare anche a scuola.
Sappiamo che i ragazzi da una certa età in poi, hanno bisogno di allenare anche e soprattutto l’equilibrio, ma spesso, proprio perché il calcio è uno sport popolare e le società devono fare più allenamenti possibili, riducendo il tempo di allenamento a 90 minuti, e con il campo ad 11 condiviso almeno con un’altra squadra (parlo ovviamente del livello a cui partecipo io), i tempi per fare bene tutto non ci sono.
Così si privilegia qualcosa rispetto ad altro e non sempre si fa la scelta giusta per tutti.
Anche io non credo agli allenamenti individuali, però è pur vero che se da adolescente non sei in grado di fare un passaggio frontale con il piede debole, allora forse un “rinforzino” tecnico diventa necessario e non parlo di corsi privati, ma di esercizi di tecnica individuale, come qualche palleggio che in quel caso dovrebbero fare tutti.
Il mio è un livello basso, che indubbiamente non riguarda voi, ma scrivo anche e soprattutto per avere suggerimenti che poi cerco di mettere in pratica: in sostanza sono più un allievo e non certamente un istruttore, in questo contesto.
Nella mia piccola esperienza, già citata in altri interventi, sottolineavo come il gesto tecnico e “l’arte del palleggio” non me l’abbia insegnata nessuno: tra gli anni ’50 e la fine degli anni ’70, per chi è nato e cresciuto a Milano (parlo della città), sa benissimo che si giocava in strada e che ogni angolo era buono per “inventare” giochi.
Per cui la tecnica era un qualcosa che in condizioni di gioco non ottimali, imparavi per forza.
Le sfide di “muretto” (il muretto da noi era tiri contro il muro del caseggiato, senza colpire le finestre e mettere in difficoltà il giocatore successivo che doveva rispedire la palla contro il muro con un massimo di due rimbalzi, cercando di far sbagliare il successivo e così via) o gol solo di testa o le partite a porticine sul marciapiede utilizzando le finestrelle delle cantine, per non parlare delle infinite gare di palleggi (se aveva appena smesso di piovere, perché una volta a Milano pioveva!), erano solo alcune alternative alla partita classica fatta in strada: ma tutte queste cose, ci hanno permesso di essere “giocatori di pallone” (e non calciatori) dalla tecnica sopraffina.
Per cui l’esperienza in strada per me è stata molto positiva e il gesto tecnico non me lo ha insegnato nessun allenatore, ma piuttosto, in ambito non stradale, ho imparato a non dribblare nella mia area di rigore o a non fare il dribbling come ultimo uomo, anche se io giocavo, per quanto possibile, di prima, grazie soprattutto allo “ambidestrismo” (cosa che ho trasferito ad uno dei miei figli), altro punto molto dolente nel calcio odierno.
Non a caso, un giovane allenatore straniero, guardando mio figlio giocare con entrambi i piedi, pensava che non fosse italiano….
Così, capisco l’intervento di Giuseppe: “se non sai le basi, è impossibile fare il gesto”….
Poi, come giustamente dice Filippo Galli, (che ha il grande merito di ospitarci tutti a “casa sua”) ci sono degli studi fatti, che propendono per un certo pensiero.
Ammetto (e scusate) la mia confusione…..
Grazie.
Amen
Sono commosso da questo articolo.