Nel corso de “Il Processo al 90º” del 22 dicembre 2025, autorevoli giornalisti come Marco Bellinazzo e Guido Vaciago, ex campioni come Marco Tardelli e Sebastiano Nela e intellettuali come Angelo Argento e Giorgio Simonelli hanno argomentato sullo stato di salute del calcio italiano, prestando particolare attenzione ad alcune recenti figuracce, come il mancato accordo con l’Asian Football Confederation per far disputare a Perth il match di Serie A tra Milan e Como.
Al termine del dibattito, nel quale si è parlato anche della cattiva abitudine di alcuni giocatori di ricorrere a condotte antisportive quali simulazioni, manfrine e perdite di tempo, lo scrittore Maurizio De Giovanni ha espresso un giudizio che, a giudicare dagli applausi raccolti, è risultato largamente condiviso: il calcio italiano è brutto.
La condanna si colloca nel quadro di alcune analisi — tra le quali va ricordata quella di Massimiliano Gallo, pubblicata il 21 febbraio 2025 sul Corriere dello Sport e intitolata “Il fallimento del calcio italiano: le ragioni dietro al declino” — che, a mio avviso, offrono una chiave di lettura eccessivamente pessimistica.
Sì, il calcio italiano sta attraversando una fase complessa — penso ad esempio alle ben note criticità dei nostri settori giovanili, o alle pastoie burocratiche che scoraggiano la realizzazione di nuovi stadi —, ma il trionfo degli azzurri al campionato europeo di cinque anni fa, l’Europa League alzata dall’Atalanta nel 2024 e perfino le due finali di Champions League giocate dall’Inter nel 2023 e nel 2025 indicano che il sistema non è, come si dice dalle mie parti, “cunsciaa de sbatt via”.
Proviamo a smontare le accuse partendo dal match tra Milan e Como che non si giocherà in Australia. È vero che il mancato accordo con la confederazione asiatica, maturato solo tre giorni dopo le rassicurazioni del presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli, espone il nostro movimento a un danno economico e d’immagine di discrete proporzioni; tuttavia qualcosa di molto simile è accaduto ne LaLiga, dove il piano di portare il match tra Villarreal e Barcellona a Miami è naufragato a seguito della rivolta dell’Asociación de Futbolistas Españoles. Va da sé che aggrapparsi al proverbio mal comune mezzo gaudio non ridimensiona la gravità della gaffe, né ci sottrae a quello stato di sottile rassegnazione aprioristica nel quale il calcio italiano sembra essere precipitato dopo la mancata qualificazione al Mondiale qatariota e l’eliminazione agli ottavi del Campionato europeo 2024 per mano della Svizzera; constatare, però, che inciampi analoghi possono colpire anche leghe da molti considerate di livello superiore alla nostra contribuisce a ridimensionare la percezione dell’errore, escludendo di fatto la concezione che simili scivoloni rappresentino una prerogativa esclusiva del nostro movimento.
Passando al tema delle condotte antisportive, il problema non può essere liquidato come una degenerazione esclusivamente nostrana, a meno di ritenere che quando, nel 1999, l’International Football Association Board decise di includere la simulazione tra i comportamenti antisportivi lo fece per colpire una turpitudine tutta italiana.
La realtà, purtroppo, è più semplice e meno consolatoria: nel calcio il fair play è più celebrato che praticato. Come in Italia ci si è indignati per quanto accaduto nel finale del primo tempo del match Como-Verona del 29 ottobre 2025, quando Nico Paz si è avvicinato al già ammonito Roberto Gagliardini simulando con goffaggine un contatto mai avvenuto, allo stesso modo, fuori dai confini nazionali è emblematico quanto accaduto in Premier League il 9 marzo 2024, quando una simulazione di Kai Havertz nel match tra Arsenal e Brentford scatenò l’ironia social dei “Bees”.
A questo punto, smontate le prime due accuse, non resta che invalidare anche l’idea che il calcio italiano sia brutto. Il punto è semplice: il calcio italiano non è brutto, è tattico. La tattica è da sempre una nostra peculiarità. Lo era già quando, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il nostro campionato veniva considerato il più bello del mondo. A colpire, semmai, è come questo dato storico sembri oggi sfuggire a una parte del dibattito intellettuale. Eppure la storia del calcio italiano parla chiaro: il nostro movimento ha espresso maestri e innovatori di primo piano, una tradizione difficilmente liquidabile come casuale e che testimonia, piuttosto, un legame profondo e strutturale con la dimensione strategica del gioco.
Il primo di questi grandi innovatori, senza alcun dubbio, è stato Vittorio Pozzo, unico commissario tecnico nella storia ad aver vinto con la Nazionale due campionati del mondo — peraltro consecutivi — e un’Olimpiade. Nella seconda metà degli anni Venti del Novecento, Pozzo — al pari dello stratega del “Wunderteam” austriaco, l’amico e rivale Hugo Meisl — fu tra i primi a intuire che la modifica della regola del fuorigioco, con il numero di giocatori che tenevano in gioco un avversario passato da tre a due unità, avrebbe inciso in modo permanente sugli equilibri del calcio, favorendo la manovra offensiva a scapito della fase difensiva.
Fu in quel contesto che Pozzo perfezionò il Metodo, un 4-3-3 ante litteram che, dopo oltre trent’anni nei quali lo schema dominante era stato la cosiddetta piramide di Cambridge — un 2-3-5 a piramide rovesciata elaborato dalla squadra del celebre college britannico e rapidamente adottato dal Blackburn —, contribuì a spostare il gioco verso assetti più difensivistici.
Pozzo è stato il primo stratega del nostro calcio, ma non l’unico. Dopo l’allenatore “alpino” sono venuti El paròn Rocco, da molti indicato come il tecnico che introdusse in Italia il catenaccio; Corrado Viciani, ideatore del “gioco corto” e, per una parte della critica, precursore del tiki-taka;
Giovanni Galeone, il cui Pescara — tra le squadre più belle viste giocare in Serie A — è stato il primo in Italia ad adottare la zona pura; Arrigo Sacchi, l’uomo che ha rivoluzionato il calcio italiano riformulando il concetto di spazio (riducendolo per difendere e allargandolo per offendere); e Gian Piero Gasperini, allievo di Galeone e ideatore di diverse innovazioni, tra le quali — almeno per chi scrive — la più interessante riguarda l’utilizzo della marcatura a uomo nella zona. Quelli citati, ovviamente, sono solo alcuni esempi. I tecnici italiani capaci di introdurre concetti nuovi nel calcio sono talmente tanti che per elencarli tutti ci vorrebbe un libro più voluminoso dell’Antico Testamento.
A questo punto, con le due riflessioni che seguiranno, intendo completare il ragionamento e dimostrare come l’idea di un calcio italiano “brutto” non regga di fronte a un’analisi più attenta dei fatti e della storia tattica del nostro movimento.
La prima riflessione riguarda il valore concreto dell’approccio tattico italiano. Se il nostro calcio fosse stato meno attento all’organizzazione del gioco, difficilmente avremmo vissuto momenti di gioia come il 3-2 al Brasile che ci spalancò le porte del Mondiale di Spagna, poiché la tripletta di Paolo Rossi fu la conseguenza diretta del gioco all’Italiana, noto anche come “zona mista”, applicato con rigore dalla selezione guidata dal “Vecio” Bearzot. La seconda riflessione riguarda la percezione estetica del gioco. Il tiki-taka di Guardiola non appare come un’interpretazione del gioco particolarmente orientata allo spettacolo, anzi. Il tentativo di assopire il ritmo per poi accelerare improvvisamente alla ricerca del pertugio vincente non è esattamente il tipo di calcio che entusiasma gli esteti del football. Eppure, nessuno oserebbe definire “brutto” il gioco di Guardiola.
Questa apparente contraddizione sembra riflettere più un pregiudizio diffuso che una valutazione oggettiva, visto che il calcio italiano viene considerato brutto pur avendo squadre come l’Inter, il Napoli e perfino il Bologna capaci di proporre un gioco di qualità.
Chiudo con un ultimo dato: l’ultima edizione del Bilancio Integrato della FIGC certifica quasi 7 miliardi di euro di ricavi diretti e un impatto sul PIL italiano pari a 12,4 miliardi. Limitando l’analisi al solo professionismo, il calcio italiano garantisce al Sistema Paese un ritorno fiscale e previdenziale di 20,5 euro per ogni euro investito, generando un impatto socio-economico di assoluto rilievo. Non male per un movimento dato per spacciato.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977.
Fin da giovanissimo manifesta un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura.
Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali.
Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi.
Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”.
Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.
Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.
Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello.
Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’.
Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”.
Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti.
Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo.
Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive anche per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport.










2 risposte
Davide, hai affrontato un argomento per me straordinariamente affascinante: la bellezza nel calcio. La bellezza nel calcio è un’aggettivazione molto individuale, che si esprime in tantissimi modi. Per me è bellissimo un lancio di 60 metri preciso che fa Suarez a Peirò che scatta al momento giusto e segna. E’ bellissimo il gol di Gigi Riva che scatta e va via di potenza per poi esplodere il suo sinistro incrociato rasoterra, che all’epoca era una “sentenza” senza appello per il portiere. Ma era bellissimo il calcio espresso da Rivera che in tutti i modi mandava a rete Prati. Ma mi è, anche, piaciuto moltissimo uno 0-0- tra Napoli e Fiorentina (1984?), ove la tattica e le marcature hanno impedito azioni da gol.
Precisando che io preferisco l’efficienza nel modo di giocare alla bellezza estetica, senza efficienza, resto convinto che la “bellezza del calcio” e non il “bel gioco”, si esprime soprattutto quando si incontrano squadre pari nel valore e diverse nel modo di giocare.
Infatti, il possesso palla sarà anche efficiente, ma rischia di diventare noioso, se si scontrano due squadre che applicano il possesso palla.
Come ho detto un’altra volta, la richiamata (da te) partita Brasile – Italia 2-3 è il simbolo più efficace nel descrivere la bellezza del calcio.
Partita vibrante per tutti i secondi (più che minuti) giocati, con il Brasile che giocava con “la samba” e noi con la verticalizzazione massima, non contropiede (sarebbe stato bello anche quello), ma contrattacco con tutta la squadra che saliva.
Il bel calcio è quello che genera, emozione, appagamento da tifo, incertezza di risultato e qualità complessiva. Quando la qualità delle squadre è alta è possibile avere uno 0-0 con pochi tiri in porta, ma tanta densità e attenzione: “senza errori dell’avversario è difficilissimo segnare” a parità di valore (concetto alla base delle valutazioni d Gianni Brera).
Io non riesco a distinguere la musica bella da quella non bella, anche perchè non suonando strumenti non comprendo la difficolta di prendere una certa nota e di suonare una musica tecnicamente difficile. Per qualunque altra attività, quindi anche per il calcio, non conoscere la tecnicalità (nel senso più ampio possibile) di gioco, fa diventare difficile cogliere la differenza “tra rendere semplice” e “essere semplicistici”.
Ciò rende omaggio al titolo di questo blog “La complessità del calcio”.
Chiudendo, voglio solo ricordare un detto che ho sentito nell’ambiente e stampato nel mio cervello: ” campione è chi rende facile una cosa difficile ed idiota chi rende difficile una cosa facile”.
Anche se la complessità del calcio è difficile da cogliere per lo spettatore, vale -per la regola anzidetta – che la bravura sta nel sapere rendere semplice una cosa naturalmente complessa.
Quanto al resto del tuo articolo, condivido quasi in pieno, con due sottolineature: a) non siamo più dominanti nella dimensione economica calcistica ed i campioni (giustamente) vanno dove si guadagna di più e noi abbiamo perso posizioni in questo senso; b) con l’aggravante che lavoriamo male con i giovani, nel senso che non abbiamo più la capacità di rischiarli anche in giovane età (tra i sedici e i 18 anni), noi abbiamo il coraggio di chiamare giovane (calcisticamente parlando) un calciatore di 22 anni, che magari in un altro campionato ha giocato in prima squadra dai 16 anni e che chiaramente ha 6 anni di esperienza in più rispetto al nostro giovane.
La Germania in questo senso ha lavorato e sembra ancora lavorare benissimo.
Perdonatemi la chiusura che faccio da tifoso della Fiorentina: “Commisso grazie di cuore per quanto hai fatto per la mia squadra” , spessissimo non ho condiviso le tue decisioni e alcuni tuoi comportamenti, ma mai sono venuti meno la tua generosità ed il tuo amore per la Fiorentina. Riposa in pace. Condoglianze ai familiari.
Buonasera Davide,
ho letto attentamente e con piacere le sue considerazioni sul calcio offerto dalle nostre squadre, soffermandomi su un concetto che pongo al centro del suo ragionamento: ‘il calcio italiano non è brutto, è tattico’.
L’affermazione non mi trova d’accordo per questo motivo: ‘brutto’ è il termine generico che utilizza il tifoso, l’appassionato, l’osservatore non abituale, che giudica ciò che vede in base alle impressioni e alle emozioni che (non) prova; ‘tattico’ è il termine che utilizza l’addetto ai lavori che osserva e valuta ciò che vede con occhi diversi. Ho semplificato molto sperando di essere più chiaro.
E sono d’accordo con lei quando dice che ‘(tattico) lo era già a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quando il nostro campionato veniva considerato il più bello del mondo’.
Anch’io penso, come tanti, che il nostro campionato esprima un calcio ‘brutto’ perché ci sono meno campioni, la tensione al risultato è più intensa, per tanti motivi, rispetto al passato, le condotte antisportive e, aggiungo, un’applicazione perversa del regolamento lo rendono ancora peggiore.
Non è l’effetto del tatticismo, è, salvo rare eccezioni, noioso e stucchevole al limite dell’inguardabile!
Forse ho ecceduto un po’ ma questo, purtroppo, è il mio sentimento.
Giuseppe Mario Alfredo Squeo, che mi ha preceduto nelle riflessioni, cita la Musica che, come lo Sport, esprime un’energia formidabile attraverso il suo linguaggio.
Semplifico anche qui ma mi aiuta nell’esprimere il mio pensiero: può essere eseguita in maniera ineccepibile ma, se non tocca le corde delle emozioni, non è bella.
Grazie in anticipo per lo scambio di idee.