Prima di essere allenatori o genitori di calciatori, siamo stati bambini. E prima di essere bambini organizzati, iscritti a una scuola calcio, eravamo semplicemente bambini che giocavano. Per strada, nei cortili, nei campetti improvvisati. Luoghi senza orari precisi, senza adulti che spiegavano cosa fare ogni trenta secondi. Luoghi imperfetti, spesso scomodi, ma incredibilmente formativi. La strada non era romantica. Era dura. Si litigava, si perdeva, si sbagliava tanto. Ma proprio per questo si imparava.
Le regole non erano scritte, si negoziavano. I più bravi non erano sempre i più forti, ma quelli che capivano prima come adattarsi. Nessuno ti diceva cosa fare, e per questo eri costretto a trovare una soluzione. La strada era un ambiente che ti educava senza parlare.
Poi c’era il gioco. Non come pausa tra due esercizi, ma come centro di tutto. Il gioco vero è disordinato, imprevedibile, emotivo. È fatto di tentativi sbagliati, di scelte istintive, di coraggio. Un bambino che gioca non sta perdendo tempo, sta esplorando. Sta costruendo competenze che nessuna spiegazione può anticipare davvero. Nel gioco l’errore non è un fallimento, è informazione.
È il modo in cui il bambino capisce cosa funziona e cosa no. E spesso un bambino che oggi gioca male è semplicemente un bambino che sta imparando bene. Ma per permettere questo serve uno spazio sicuro, dove l’errore non venga immediatamente corretto, giudicato, temuto.
Poi arriva lo sport. E lo sport, di per sé, non è il nemico. Il problema non è la competizione, né il risultato. Il problema è il momento in cui tutto questo arriva. Lo sport inizia quando qualcuno tiene il conto dei gol, delle vittorie, delle prestazioni. E va bene così, se il bambino è pronto. Se ha già costruito fiducia, autonomia, piacere nel gioco. Il rischio, nel calcio giovanile, è quello di anticipare lo sport prima che il gioco abbia fatto il suo lavoro. Di chiedere prestazioni a bambini che stanno ancora imparando a capire chi sono. Di trasformare un’esperienza educativa in una verifica continua.
Ed è qui che entrano in gioco gli adulti. Tutti. Genitori e allenatori. Il bambino non distingue tra ciò che dice l’allenatore e ciò che sente a casa o sugli spalti. Lui percepisce solo il clima. Se l’allenatore invita a provare e il genitore chiede di non sbagliare, il messaggio diventa confuso. E un bambino confuso non gioca libero, si blocca. C’è però una differenza importante rispetto al passato. Quando tornavamo dalla strada, nessuno ci chiedeva com’era andata. Non perché i genitori non fossero interessati, ma perché semplicemente non avevano visto. Il gioco restava nostro, chiuso lì, intatto.
Oggi invece i genitori sono presenti. Guardano, partecipano emotivamente, vivono l’attività insieme ai figli. E questo non è un male. È un’enorme opportunità. Perché la presenza crea dialogo, e il dialogo può diventare educazione. Il punto non è se parlare ai bambini dopo l’allenamento o la partita, ma come farlo. Le domande che facciamo contano moltissimo. Chiedere se avete vinto o se hai segnato sposta subito l’attenzione sul risultato. Chiedere se ti sei divertito o cosa ti è piaciuto di più apre invece uno spazio diverso, quello dell’esperienza. Le domande costruiscono il significato di ciò che è successo. Aiutano il bambino a rileggere la giornata non in base a ciò che ha prodotto, ma a ciò che ha vissuto.
E un bambino che impara a raccontare ciò che sente, ciò che prova, ciò che scopre, è un bambino che cresce anche fuori dal campo. Per questo il dialogo deve essere utile, positivo, costruttivo. Non un’interrogazione, non un’analisi tecnica, ma un accompagnamento. A volte basta poco. Ascoltare senza correggere, accogliere senza giudicare, lasciare che il bambino trovi le sue parole. Accanto al dialogo che continua a casa, oggi esiste anche un’altra grande opportunità, quella che hanno gli allenatori.Allenamenti e partite sono spazi osservati, accompagnati, raccontati. E questo significa che anche gli allenatori, come i genitori, hanno molte più occasioni di parlare con i bambini. Di spiegare, di motivare, di insegnare. Ma soprattutto di far crescere.
Anche qui, però, il punto non è quante cose si dicono, ma come le si dicono. Le parole di un allenatore non sono mai neutre. Possono aprire possibilità o chiuderle, dare fiducia o creare paura, stimolare autonomia o dipendenza. Una parola detta al momento giusto può restare per anni. Una detta male può pesare molto più di quanto immaginiamo. La competenza e l’esperienza dell’allenatore diventano allora determinanti. Non solo dal punto di vista tecnico, ma umano. Saper leggere il momento, capire quando parlare e quando tacere, quando guidare e quando lasciare spazio. Perché insegnare non significa riempire, ma creare le condizioni perché il bambino scopra.
Ed è proprio qui che nasce il vero ambiente di apprendimento. Non fatto solo di esercizi o schemi, ma di clima. Un ambiente in cui l’errore è accettato, il tentativo è valorizzato, la curiosità è incoraggiata. Un ambiente che favorisce crescita, apprendimento e autonomia, invece che controllo e paura di sbagliare. E forse il valore più grande che possiamo dare, come adulti, è non dimenticare di trattare i bambini come bambini. Ricordandoci che lo siamo stati anche noi. Con le nostre imperfezioni, le nostre discontinuità, i nostri tempi irregolari. Ma anche con le nostre potenzialità, i nostri spazi, il nostro bisogno di essere in parte aiutati e in parte lasciati liberi di sbagliare. I bambini non sono calciatori adulti in miniatura. Sono piccoli calciatori che si stanno avvicinando allo sport, al calcio, al gioco. Hanno bisogno di sentire che gli adulti sono lì per loro, non il contrario. Non per inseguire obiettivi che da bambini non abbiamo raggiunto. Non per plasmarli esattamente come li vorremmo.
Ai bambini deve arrivare un messaggio chiaro. Tutti gli adulti che ruotano attorno all’attività sportiva sono lì per i bambini. Per accompagnarli, proteggerli, sostenerli. Liberi di essere bambini. Liberi di sbagliare. Liberi anche di far vedere quanto sono bravi a giocare lo sport che amano. Se genitori e allenatori condividono questa visione, allora il percorso diventa coerente. Le parole si somigliano, i messaggi non si contraddicono, il bambino sente di muoversi in uno spazio sicuro. E in uno spazio sicuro, i bambini osano. E quando osano, imparano. Se prima il gioco finiva in strada, oggi il gioco continua a casa, in macchina, a tavola. E anche lì, come adulti, possiamo scegliere. Se trasformarlo in un’altra prestazione. Oppure in un’occasione per far sentire un bambino visto, non valutato.
Forse allora la vera sfida non è formare calciatori migliori, ma proteggere il processo. Mettere al centro le persone prima delle prestazioni, il gioco prima del risultato, la relazione prima del giudizio.
La strada, oggi, non esiste più come una volta. Ma possiamo portarne lo spirito dentro i campi. Libertà, responsabilità, adattamento. Possiamo costruire ambienti dove i bambini imparano perché il contesto li spinge a farlo, non perché qualcuno urla più forte.
E se a fine stagione un bambino ama ancora giocare, ha voglia di tornare al campo e si sente visto per quello che è, allora sì.
Abbiamo vinto tutti.

BIO: Gianluca Urgnani, 50 anni, marito e padre, Uefa B. Da oltre 30 anni allenatore nell’Attività di Base; da dieci nel settore giovanile di FC Internazionale, attualmente con incarico di allenatore U9.










2 risposte
Gianluca c’è una frase che nel tuo intervento scolpirei in ogni spogliatoio ma anche in ogni casa:
“Aiutano il bambino a rileggere la giornata non in base a ciò che ha prodotto, ma a ciò che ha vissuto.”
Poi, ho un lievissimo scostamento rispetto al tuo intervento che condivido in pieno. Il problema è cosa consideriamo bambini e cosa ragazzini o ancor più ragazzi.
Tieni presente che in ognuno di noi c’è sportivo competitivo che non è eliminabile in partita. Dopo ci si abbraccia tutti, da bambini. In questo contesto il calcio è puro divertimento e quindi normalmente anche l’ambiente genitoriale si adegua a questa situazione.
Ma già sui 9-10 anni, gli ex bambini cominciano a sentirsi calciatori. Normalmente qui avviene la prima selezione naturale, i ragazzi che sono meno dotati calcisticamente, cominciano a non divertirsi più e cambiano sport, di solito passano al tennis.
Questo imporrebbe a tecnici e genitori la comprensione che sono ancora solo ragazzini, anche se dotati per i calcio, a prescindere dalla bravura. Purtroppo, ho constatato quando ho seguito mio nipote , ora diciasettenne, che l’ambiente genitoriale di quelli più bravi già pensavano di avere in casa il Maradona. Poichè quella scuola calcio era nel segno indicato da te, riprendevano i ragazzini e che cominciavano ad atteggiarsi da campioncini. Infatti, regolarmente perdevano i più bravi.
Poi, andando più avanti la trasformazione dei ragazzini in ragazzi aumentava il distacco dal vissuto al prodotto.
Qui, più che l’abbandono spontaneo inizia l’allontanamento dei meno bravi, non mandandoli via ma gestendoli spesso (involontariamente) in modo diversificato.
Leggendo il tuo profilo comprendo benissimo come la tua attività quotidiana, concentrata sugli under 9, ti porti alle affermazioni da me totalmente condivise.
Scusami ma mi viene spontanea una battuta: “voglio vedere se i genitori di bambini che hanno la fortuna di praticare il calcio nell’Inter possano fare gli schizzinosi.”
Sulla strada siamo totalmente d’accordo, anche se spesso va associato al campetto dell’Oratorio, che è un livello più avanzato.
Condivido tutto quello che hai scritto alleno in questo modo riportando la strada sui campi di calcio lasciando i ragazzi liberi di esprimersi e di sbagliare ma vengo visto da tutti un Diverso, ma questo Diverso ottiene risultati oltre numerici ma soprattutto nei miglioramenti dei miei ragazzi che osano che esplorano che provano perché quello che fanno durante la settimana si vede nella partita 💪💪💪e’ così che crescono i talenti ma ahimè bisogna che lo capisca la federazione italiana e si faccia qualche domanda perché non crescono talenti in Italia oppure li inibiamo e ingabbiamo?