L’ARTICOLO DI ANDREA CARDONE, PUBBLICATO SU QUESTO BLOG LO SCORSO 2 GENNAIO, HA SUSCITATO MOLTO INTERESSE ANCHE TRA GLI ALTRI AUTORI DEL BLOG. TRA QUESTI RAFFAELE DI PASQUALE HA RACCOLTO LE SUE CONSIDERAZIONI NEL SEGUENTE ARTICOLO. IL CONFRONTO, COME RIPETO SPESSO, DEVE CONCENTRARSI SULL’OGGETTO TRATTATO E NON SUGLI AUTORI. (Filippo Galli)
Ho letto con molta attenzione e interesse l’articolo che contiene diversi elementi solidi e condivisibili, ma allo stesso tempo mette in luce alcuni nodi teorici sui quali, alla luce della teoria dell’enazione e dell’approccio fenomenologico-enattivo, mi inducono a fare alcune critiche considerazioni.
Punti di piena convergenza
Sono perfettamente condivisibili:
Il rifiuto di una contrapposizione rigida tra didattica analitica e situata: riconoscere che l’analitico possa avere una funzione di orientamento e esplorazione evita derive ideologiche e restituisce complessità al processo di apprendimento.
L’attenzione al trasferimento come criterio di validità dell’apprendimento: se ciò che si apprende non si manifesta nel contesto reale di gioco, l’apprendimento resta fragile e scarsamente funzionale.
La dimensione educativa dello sforzo, della fatica e del confronto con il limite: lo sport, quando è autentico, rimane uno degli ultimi luoghi in cui queste esperienze possono essere vissute in modo significativo dai giovani.
Questi assunti sono pienamente coerenti anche con una visione enattiva, che riconosce il valore formativo dell’esperienza incarnata e situata.
Nodi di disaccordo alla luce della teoria dell’enazione
Il dissenso emerge invece su alcuni presupposti teorici che, pur molto diffusi nella letteratura tradizionale, risultano problematici se osservati dal punto di vista enattivo.
Didattica analitica nelle fasi iniziali e trasferimento al gioco
L’idea che l’apprendimento tecnico inizi in forma analitica per poi essere trasferito successivamente nel gioco presuppone una concezione lineare e rappresentazionale dell’apprendimento: prima si costruisce la “tecnica”, poi la si applica.
Secondo la teoria dell’enazione, però:
Non esiste una tecnica “neutra” da trasferire, perché ogni gesto emerge già come risposta situata a un problema percepito.
Il significato funzionale del movimento non si aggiunge dopo, ma nasce nella relazione immediata tra giocatore, palla, avversari, spazio e tempo.
Il rischio dell’analitico iniziale non è solo temporale, ma ontologico: si apprende qualcosa di diverso da ciò che il gioco richiede.
In questa prospettiva, l’analitico può avere senso solo come variazione locale dentro un orizzonte di gioco, non come fase fondativa dell’apprendimento tecnico.
- La classificazione delle capacità motorie: coordinative vs condizionali
La suddivisione tra capacità coordinative e capacità condizionali, così come la loro gerarchizzazione (prima le coordinative, poi le condizionali), riflette una visione scompositiva e modulare del soggetto.
L’approccio enattivo mette in discussione proprio questo impianto:
Le capacità non esistono come entità isolate, ma come proprietà emergenti dell’azione situata.
Coordinazione, forza, resistenza, equilibrio, anticipazione coesistono e si co-determinano nell’agire intenzionale.
Anche un’azione apparentemente “condizionale” è sempre percettiva, decisionale, emotiva e relazionale.
Nel gioco reale non esiste un “prima coordinativo” e un “poi condizionale”: esiste un corpo che sente, decide e agisce come unità inseparabile.
- La questione della gerarchia e delle fasi sensibili
L’idea di fasi sensibili rigide e di una progressione gerarchica delle capacità è un altro punto di frizione.
Dal punto di vista enattivo:
Lo sviluppo non segue traiettorie universali e predeterminate, ma andamenti non lineari, dipendenti dalla storia del soggetto e dal contesto.
Parlare di “finestre” ottimali rischia di ridurre l’apprendimento a una questione di tempistiche biologiche, trascurando la potenza trasformativa dell’esperienza.
Il gioco autentico, ricco e variabile, attiva simultaneamente più dimensioni, rendendo secondaria la logica delle priorità astratte.
Non è il “momento giusto” che fa emergere una capacità, ma la qualità della relazione con l’ambiente.
In sintesi, pur apprezzando alcuni contenuti dell’articolo, tuttavia, alla luce della teoria dell’enazione, mi sono permesso di sottolineare alcuni limiti strutturali:
- una visione ancora trasmissiva e lineare dell’apprendimento tecnico,
- una classificazione delle capacità che frammenta ciò che nel gioco è unitario,
- una concezione dello sviluppo che rischia di essere più normativa che fenomenologica.
L’approccio fenomenologico-enattivo non nega il valore degli strumenti tradizionali, ma ne ridiscute il fondamento: non si tratta di aggiungere il gioco alla tecnica, bensì di riconoscere che la tecnica nasce, prende senso e si trasforma solo nel gioco.
L’articolo si colloca chiaramente nel campo ecologico-dinamico e constraints-led, con solide basi scientifiche e una sensibilità pedagogica rara nel panorama del settore giovanile.
Condivide molti presupposti critici verso il tecnicismo astratto, il controllo eccessivo e la didattica decontestualizzata, e riconosce al gioco un ruolo centrale.
Tuttavia, l’approccio fenomenologico-enattivo va oltre diversi punti chiave del testo, non tanto in opposizione, quanto per radicalizzazione epistemologica, pedagogica e ontologica.
Le distanze non sono di metodo superficiale, ma di concezione del soggetto, dell’apprendimento e del ruolo dell’allenatore.
Condivisioni fondamentali
Gioco come ambiente privilegiato di apprendimento
Piena convergenza sull’idea che:
- il gioco non sia una cornice, ma un ambiente informazionale complesso, nel quale emergono adattamenti motori, cognitivi ed emotivi.
- questo è pienamente coerente sia con l’ecological dynamics sia con l’enazione.
Tecnica come proprietà emergente
La critica alla tecnica come prerequisito astratto e la definizione della tecnica come:
“proprietà emergente dell’interazione tra atleta, compito e ambiente”
È perfettamente compatibile con l’approccio fenomenologico-enattivo.
Centralità dell’errore come informazione
L’idea che l’errore:
non vada “tollerato” retoricamente,
ma reso informativo attraverso contesti significativi,
è condivisa e scientificamente fondata.
Rifiuto dell’addestramento
La distinzione netta tra apprendimento autentico e addestramento è uno dei punti più solidi dell’articolo e coincide con il cuore dell’approccio enattivo.
Le distanze scientifiche e pedagogiche
Le divergenze emergono quando si entra nel modo in cui il gioco viene concepito, nel ruolo dell’allenatore e nella natura dell’apprendimento.
Il gioco come “ambiente” VS il gioco come “orizzonte di senso”
Posizione dell’articolo
Il gioco è descritto come:
- ambiente informazionale, sistema complesso, insieme di affordance.
Questa è una visione ecologica corretta, ma ancora ambientale.
Prospettiva fenomenologico-enattiva
Nel modello fenomenologico-enattivo:
- il gioco non è solo un ambiente esterno, ma un orizzonte di senso vissuto,che emerge dalla relazione storica, corporea e intenzionale del soggetto.
- il gioco non “offre” semplicemente affordance:
- le affordance sono enactate, cioè co-costruite dal giocatore nella sua storia di esperienze.
Differenza chiave
Articolo: il contesto informa l’azione
Enazione: l’azione dà senso al contesto
Questa è una differenza epistemologica, non terminologica.
Persistenza di una visione funzionalista dell’apprendimento
Nonostante l’attenzione al senso, il testo mantiene una logica di: “raggiungimento di apprendimenti attesi”
Critica enattiva
L’approccio fenomenologico-enattivo:
- non nega la progettualità, ma rifiuta l’idea di apprendimento come esito previsto e controllabile.
- gli apprendimenti:
- non sono output,ma trasformazioni soggettive,spesso non lineari, non anticipabili, non misurabili immediatamente.
- la progettazione enattiva non è orientata a “ciò che voglio che apprendano”, ma a che tipo di esperienza voglio che vivano.
Didattica analitica: divergenza più profonda di quanto sembri
L’articolo afferma che la didattica analitica:
è utile, fondamentale nelle fasi iniziali, purché transitoria.
Punto di distanza
L’approccio fenomenologico-enattivo non assegna alla didattica analitica un ruolo strutturale iniziale, nemmeno transitorio, se non in forma:
- emergente, richiesta dal giocatore, integrata a posteriori come riflessione incarnata.
- il rischio, dal punto di vista enattivo, è che:
- l’analitico preceda il senso, anziché emergere dal senso vissuto.
- non è una questione di “quanto analitico”, ma di quando e perché.
Separazione coordinative / condizionali: una distinzione ancora dualistica
La distinzione tra:
- capacità coordinative da allenare nel gioco, capacità condizionali allenabili anche fuori dal gioco, è scientificamente fondata, ma ontologicamente problematica per l’enazione.
- critica enattiva
Nel paradigma fenomenologico-enattivo:
- non esistono capacità isolate, ma condotte intenzionali energicamente sostenute.
La fisiologia:
- non è un “supporto” dell’azione, ma parte integrante del significato dell’azione stessa.
Allenare fuori dal gioco è possibile ma solo se: non rompe la continuità di senso, non trasforma il corpo in oggetto da ottimizzare.
Multidisciplinarità: mezzo o esperienza?
L’articolo difende la multidisciplinarità come:
- ampliamento del repertorio, strategia preventiva contro la specializzazione precoce.
Approccio enattivo
Condivide pienamente l’idea, ma ne cambia il fondamento:
non per “arricchire abilità”, ma per moltiplicare mondi esperienziali.
La multidisciplinarità non è:
una strategia di sviluppo motorio,ma un dispositivo di costruzione del soggetto.
Il punto decisivo: il ruolo dell’allenatore
Nell’articolo ,l’ allenatore è: facilitatore, progettista di contesti, regolatore dei carichi.
Nell’approccio fenomenologico-enattivo
L’allenatore è:
- co-abitante del gioco, custode del senso,colui che sa quando tacere, quando perturbare, quando lasciare accadere.
- non guida solo processi, ma condivide un’esperienza
Pur riconoscendo all’articolo una posizione avanzata, scientificamente solida e pedagogicamente sensibile, credo che rimanga prevalentemente ecologico-funzionalista, ancora orientato al controllo raffinato dei processi, e non del tutto emancipato da una logica di progettazione degli esiti.
L’approccio fenomenologico-enattivo:
- non migliora questo modello,lo supera, spostando il focus da:
- apprendimento → trasformazione,
- ambiente → esperienza,
- competenza → senso,
- allenamento → co-evoluzione.











2 risposte
Raffaele,
devo dirti che quando io ho giocato a calcio da ragazzo (tornei zonali FIGC) ero un portiere, molto reattivo (grandi riflessi) e ragionatore. Ma ero basso (1,70).
Ho due episodi da raccontarti, che se ho ben capito, danno ragione alla tua logica. A circa 17 anni, mi allenavo contemporaneamente ad una squadra di Promozione (non esisteva ancora l’eccellenza) o di Serie D (non ricordo bene). Per completare la squadra allenante mi fu chiesto di giocare da ala destra. Qui viene la considerazione: ho segnato due gol alla squadra titolare. Ma li ho segnati con la logica del portiere. Punizione dalla sinistra poco più avanti del calcio d’angolo, da portiere ragionai “io non ho l’altezza e l’abilità di poter prendere di testa la palla, ma se il portiere avversario la respinge la mette sicuramente in questo punto”. Andò come previsto e segnai. Il secondo gol fu analogo al primo ma su azione con cross dalla sinistra intervento a respingere del portiere sui miei piedi.
Il secondo episodio, invece, è a livello juniores in un torneo estivo. Io giocavo in porta, mi arriva il centravanti dalla mia destra e quando mette il piede sinistro per terra io prevedendo un tiro sul secondo palo, mi lancio in anticipo. Lui però non tirò mise in seguito anche il piede destro per terra e a porta vuota segnò.
Premetto che io al massimo palleggiavo per 10 secondi. Tecnicamente fuori della porta ero assurdo.
Leggendoti due volte su questo argomento, mi chiedo se queste due mie esperienze rientrano nella logica del tuo discorso. Fosse così la tecnica resta importante, ma è l’iterazione del giocatore per tempo e spazio, in funzione della sua esperienza, a dettare la sua crescita calcistica e la sua efficacia nelle partite.
Onestamente il vostro linguaggio mi mette in difficoltà, ma ho tempo per riflettere e capire, anche con qualche dubbio interpretativo.
Perdonatemi ma calcisticamente sono nato in un mondo e un epoca totalmente diversa da questa.
Caro Giuseppe, grazie per aver condiviso con tanta sincerità e precisione le tue esperienze calcistiche. Quello che racconti conferma perfettamente alcuni punti centrali del nostro discorso.
Per noi la tecnica è certamente una dimensione fondamentale nella prestazione del giocatore, ma la differenza rispetto agli approcci tradizionali sta nel modo in cui viene allenata. Non si tratta di sviluppare abilità tecniche isolate, scollegate dal gioco, ma di farle emergere sempre all’interno di uno scopo da raggiungere e di un problema da risolvere. In altre parole, la tecnica va allenata immersa nel contesto reale del gioco, così che ogni gesto abbia senso e significato rispetto a ciò che accade in campo.
I tuoi episodi ne sono un esempio: hai agito in base all’esperienza, all’anticipazione e alla lettura della situazione, più che alla semplice capacità tecnica. Questo dimostra che la crescita calcistica e l’efficacia in partita derivano dall’interazione tra esperienza, contesto e scopo, non dalla sola padronanza tecnica isolata.
Comprendiamo perfettamente che il nostro linguaggio possa apparire nuovo o complesso, soprattutto se provieni da un’epoca e da un mondo calcistico diverso. L’importante è osservare come queste idee si riflettano in campo: la tecnica resta cruciale, ma il modo in cui la si utilizza e la si sviluppa è ciò che fa la differenza.