Su la Repubblica di domenica 9 novembre 2025, nella propria rubrica, Concita De Gregorio ha affrontato un tema non facile: la retorica guerresca della cura, ovvero l’uso di metafore belliche nel linguaggio e nelle pratiche medico-sanitarie.
A ben vedere, non possiamo non ammettere che un’ampia parte della favella clinica sembra proprio una parodia del gergo militare. A conferma di ciò, basti ricordare che negli ospedali ci muoviamo tra divisioni e reparti, che molti medici vivono il proprio mestiere come una missione e che i pazienti sono continuamente spronati a combattere e a non arrendersi.
Con la pandemia poi, questo modus dicendi ha travalicato i confini ospedalieri fino a diventare virale quanto il COVID stesso. Emblematici, in tal senso, furono i casi dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dell’ex governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca, i quali nei propri comunicati erano soliti ricorrere ad appelli alla resistenza e a misure quali il coprifuoco.
Tutte queste metafore, pur efficaci dal punto di vista comunicativo, rischiano però di trasmettere un messaggio non del tutto corretto, ovvero che la prevenzione e la guarigione dipendono esclusivamente dalla disciplina e dalla forza di volontà. Concita De Gregorio, nel suo articolo, osserva: «…parlare della malattia come di un nemico e della cura come di una battaglia sottintende che vince chi è più bravo […] Non è così. Non vincono i migliori né perdono i peggiori».
La De Gregorio ha ragione. Lo sanno bene i miei genitori, sopravvissuti a un conflitto mondiale ma non a un tumore ai polmoni, e lo sa bene Paolo Rossi, strappato alla vita dalla medesima malattia.
Già, Paolo Rossi. Bastasse la determinazione, oggi “Pablito” sarebbe ancora tra noi. Come avrebbe potuto un male, per quanto maligno e subdolo, sconfiggere l’autore della tripletta più iconica del nostro calcio?
La storia la conoscono tutti, chi c’era e perfino chi non c’era.
Barcellona, 5 luglio 1982, Mundial di Spagna
Dopo una partenza tutt’altro che esaltante e un’inaspettata vittoria contro l’Argentina, l’Italia di Bearzot si prepara ad affrontare l’ultima partita della seconda fase a gironi. Lo stadio non è il Camp Nou ma il piccolo Sarriá, l’avversaria, dodici anni dopo la finalissima di Città del Messico, è ancora il Brasile. Anche se questa volta in palio non c’è un mondiale, la posta è comunque alta: un posto in semifinale. I tifosi italiani fingono di crederci, ma mentono sapendo di mentire. Tutti sanno che il Brasile non è solo la favorita dell’incontro: è la favorita e basta.
Telê Santana ha Junior, Cerezo, Falcao, Socrates e Zico; Enzo Bearzot ha Paolo Rossi, reduce da due anni di squalifica e sottopeso di almeno 5 kg. Il mondiale di Rossi, tra l’altro, non è ancora iniziato. Sì, ha giocato tutte le partite fin lì disputate, ma nessuno se ne è accorto. La stampa, sempre molto critica nei confronti di quella nazionale, definita “L’armata Brancazot“, insorge. La Gazzetta titola: “spiegateci il mistero Rossi!”. Ma il “Vecio”, che nel frattempo ha indetto il primo silenzio stampa del calcio nostrano, non spiega niente a nessuno e tira dritto con quel ragazzo che non è solo il suo centravanti, ma anche uno dei suoi figli prediletti. Avrà ragione lui. La sintesi dei novanta minuti giocati contro i verdeoro è una sequenza di gol che sembra una filastrocca: vantaggio di Rossi, pareggio di Socrates, raddoppio di Rossi, pareggio di Falcao, terzo gol di Rossi. In un’intervista a la Repubblica, Junior dirà: “Se il Brasile avesse fatto il 3-3, Paolo Rossi avrebbe segnato il quarto gol”.
Ma tre gol bastarono, sia per vincere il match che per vincere il mondiale. Sì, il Mondiale lo vincemmo proprio quel pomeriggio, perché nessuna delle squadre rimaste era più forte di quella Seleção e, soprattutto, perché un signor Rossi qualunque era tornato a essere Pablito.Non a caso, la semifinale con la Polonia, decisa ancora da Rossi, e la finalissima con i tedeschi occidentali, nella quale il ritrovato centrattacco griffò la rete dell’1-0, furono poco più che delle formalità.
“Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo…”
Gli azzurri sono campioni del mondo. Nando Martellini, la voce che dà voce alla passione degli italiani per il gioco del calcio, lo urla tre volte, una per ogni mondiale vinto fin lì. Nei giorni successivi, i gol di Rossi travalicarono il campo e, 122 anni dopo la camicia rossa di Giuseppe Garibaldi, divennero il simbolo di un nuovo risorgimento. Dopo anni difficili, condizionati da eventi drammatici quali le stragi di Ustica e Bologna, il terremoto dell’Irpinia, l’attentato al Papa e la tragedia del piccolo Alfredo Rampi, tutto il paese sentì il desiderio di rompere con quel passato condizionato dalla paura e dal pessimismo.
Fu l’alba della parte migliore dei nostri anni ‘80, caratterizzati dal successo delle piccole e medie imprese, dall’escalation di Silvio Berlusconi e da una Milano sempre meno “calibro 9” e sempre più da bere. Non ci sono prove che la tripletta di Pablito abbia davvero contribuito a cambiare i nostri anni ’80, ma noi — che nel 1982 avevamo cinque anni e rispondevamo “voglio fare il Paolo Rossi” a chi ci chiedeva cosa volessimo fare da grandi — vogliamo crederlo.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977.
Fin da giovanissimo manifesta un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura.
Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali.
Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi.
Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”.
Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.
Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.
Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello.
Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’.
Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”.
Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti.
Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo.
Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive anche per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport.










Una risposta
Sulla questione del linguaggio guerresco non sono d’accordo. Si vive spesso di messaggi spronanti ed indubbiamente nel vocabolario guerresco se ne trovano tanti.
Io stesso anche parlando di calcio faccio spesso riferimento alle grandi azioni fatti dai nostri guerrieri.
Il corteo dei camion militari pieni di cadaveri da Covid era il monito che c’era una guerra contro un virus ancora sconosciuto. Bene, ne dico una anche io “se vuoi vincere devi conoscere il tuo nemico”. Infatti, solo dopo aver conosciuto e analizzato il virus ne siamo usciti fuori. Io nelle prime fasi ho perso 6 persone a me care.
Quindi, ritengo che in certi momenti della vita serva questo atteggiamento, soprattutto nella medicina.
Poi, mi sono commosso per quanto da te scritto su Paolo Rossi. Confesso che anche io avevo forti perplessità, anche se sostenevo contro il parere dei miei amici e colleghi, che noi (la nazionale italiana) eravamo una squadra completa e potevamo battere il Brasile. Non è uno scherzo avere in squadra Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Conti, Tardelli ed Antognoni . Ma, ovviamente anche tutti gli altri. Il pessimo girone iniziale fu solo il frutto di una condizione che doveva crescere dopo e quindi si rischiò molto.
Con Paolo Rossi ho condiviso un negozio a Cortona, ove io stavo acquistando un souvenir e lui entrava con la carrozzina e il figlio (ignoro il sesso).
Non ho interferito ma mi ha commosso il suo sorriso gentile. Mentre il ricordo maggiore che ho di Paolo Rossi è quello legato a Sabra e Shatila ove i ragazzi invocavano il suo nome, quando arrivarono i nostri parà a proteggerli.
E’ stato un simbolo! Dall’altare nella polvere per poi salire ai livelli più alti del cielo, molto al disopra dell’altare.