“SI INSEGNINO I DRIBBLING NEI VIVAI!”

Negli ultimi mesi si è tornati a discutere animatamente di un tema cruciale per il futuro del calcio italiano: la formazione dei giovani nei vivai. La conclusione a cui è arrivata la FIGC, come spesso accade, è quella di proporre ricette semplicistiche a problemi complessi: «si insegnino i dribbling!». Un’affermazione che, se presa alla lettera, ha certamente un suo fascino. Il dribbling è da sempre un gesto spettacolare, capace di esaltare i tifosi, rompere gli equilibri tattici e accendere la creatività in campo. Ma ridurre la crisi del calcio italiano alla mancanza di giocatori capaci di saltare l’uomo significa, ancora una volta, muoversi dentro una logica dualistica e riduzionista: tecnica contro tattica, individuo contro collettivo, pratica contro teoria.

La logica del dualismo

Il problema è culturale: nel nostro Paese il calcio viene pensato e organizzato secondo contrapposizioni. O si punta sulla teoria, o sulla pratica. O si privilegia il modulo di gioco, o l’individualità del calciatore. O si insegue il risultato immediato, o si sacrifica la crescita a lungo termine. Questa visione duale, che semplifica la complessità del calcio in poli opposti, non porta a soluzioni, ma alimenta un’oscillazione continua tra estremi, senza mai costruire un vero sistema.

Il risultato è evidente: vivai che formano giocatori incompleti, settori giovanili che replicano schemi rigidi degli adulti, allenatori costretti a scegliere se educare o vincere.

Il dribbling come parte di un ecosistema

Il dribbling non è un gesto tecnico isolato, da “insegnare” come si insegna un teorema. È un atto creativo che nasce dentro il gioco, dall’interazione tra palla, avversari, spazi, tempi e intenzionalità del calciatore. Non si riduce a un esercizio di finte e controfinte, ma emerge da un contesto situato, dove il giocatore impara a percepire possibilità d’azione e a decidere in frazioni di secondo.

Pensare di risolvere il problema “insegnando il dribbling” è come credere di insegnare la scrittura insegnando solo la calligrafia: senza contesto, senza significato, senza relazione.

Un approccio sistemico

Il calcio italiano ha bisogno di un cambio di prospettiva: abbandonare la logica dualistica e abbracciare una visione sistemica, coerente con la complessità del gioco.

Questo significa:

  • allenare dentro la realtà autentica del gioco, dove tecnica, tattica, fisicità ed emozioni non sono elementi separati, ma intrecciati;
  • educare giocatori enattivi, capaci di sentire, abitare le situazioni e prendere decisioni creative, non esecutori di schemi;
  • superare la centralità del risultato immediato, per investire nella formazione a lungo termine;
  • valorizzare l’individualità dentro il collettivo, evitando di contrapporre il talento del singolo alla logica di squadra.

Il dribbling, in questa prospettiva, non va “insegnato” come un esercizio tecnico, ma fatto emergere come possibilità dentro il gioco, lasciando al giovane giocatore e la libertà di sperimentare, sbagliare, riprovare, inventare.

Conclusione

Se il calcio italiano è in crisi, non lo è perché mancano i dribblatori, ma perché manca un pensiero sistemico capace di affrontare la complessità del gioco. Continuare a muoversi nella logica delle semplificazioni e dei dualismi significa restare intrappolati in un vicolo cieco.

Il futuro del nostro calcio non si costruirà con ricette sloganistiche, ma con una pedagogia calcistica nuova, che riconosca il calcio per quello che è: un ecosistema complesso, vivo e creativo.

5 risposte

  1. Si potrebbe dire lo stesso con i tiri da fuori area: non si tira più dalla distanza, mancano i tiratori da fuori area.
    In realtà il calcio si è evoluto anche grazie alla nostra capacità analitica: il dribbling è stato studiato talmente tanto dal punto di vista difensivo [posture ecc.] da essere ben interpretato da tutti a livello fisico, tecnico, tattico individuale e collettivo…

  2. Sono molto d’accordo con l’impostazione dell’articolo.
    Il calcio è un tutt’uno, o piace integralmente o non ha senso parlarne. Perché enfatizzare i dribbling e non, per esempio, la difesa dei corner? Entrambe cose sono importanti nello sviluppo del gioco ed altrettanto difficili da imparare.
    Personalmente penso che non sia un’eresia lavorare le palle inattive con i giovani calciatori, sempre a patto che lo si faccia a livello formativo e non solo per vincere le partite.
    Però purtroppo c’é sempre gente che preferísce sparare addosso ai mister invece di affrontare le radici del problema.

    Se poi il centro del dibattito è quello di capire i mali del calcio italiano, aggiungerei che bisognerebbe smettere di demonizzare la competitività a livello giovanile. Anche qui, si dimentica che il calcio senza competizione non ha ragione di essere e una delle cose che è necessario insegnare (con tutte le precauzioni del caso) è anche il saper vincere.

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