Per la mia tesi ho avuto l’occasione di incontrare numerose ragazze che giocano a calcio. Donne che, con fiducia, mi hanno aperto le porte della loro quotidianità. Sono entrata in punta di piedi, consapevole della cura da riservare a chi ha deciso di lasciarsi osservare e raccontare. Come ospite, mi sono posta in ascolto silenzioso, sintonizzandomi sui loro ritmi e lasciandomi guidare tra le sfumature della loro vita. Così, parola dopo parola, ho potuto ammirare scorci della loro storia. È in una di queste occasioni che una frase mi ha toccato più di tutte e, una volta dentro di me, ha incominciato inevitabilmente a smuovere pensieri.
“Nonostante gli ostacoli, anche se dicono che il calcio femminile non ha senso e non siamo capaci, noi continuiamo ad esistere, continuiamo a giocare”.
Tuttavia la quotidianità prese il sopravvento e, superato l’iniziale impatto, consegnai la mia tesi senza più scavare nella profondità di queste parole. Esse si sono però adagiate in qualche spazio della mia mente. In questo periodo non sono rimaste immobili, hanno continuato il loro incessante e silenzioso lavoro fino a riaffiorare qualche tempo fa mentre mi trovavo sotto l’ombrellone intenta a lasciarmi intrattenere da una leggera lettura estiva quale il pensiero filosofico di Levinas.
Come l’ ”Il y a” di Levinas, il calcio femminile è un pezzo di resistenza, qualcosa che si pone e che sta semplicemente lì senza poter essere ridotto né superato.
Nel nostro sistema il calcio maschile può essere visto come il soggetto, il punto di riferimento, ciò che struttura il discorso e l’ordine delle cose. Si riconoscono le gerarchie, le storie e tutto appare “naturale”.
Il calcio femminile, al contrario, assume la figura di “cosa-là”. Non si riduce al modello maschile, non può essere spiegato o compreso pienamente secondo le categorie già esistenti ma resiste all’assimilazione richiedendo uno sguardo e un linguaggio proprio.
Quando qualcosa è una “cosa-là”, la sua esistenza non dipende dal soggetto. Non è definita, giustificata o resa legittima da chi osserva e giudica. Esiste per sé stesso, con consistenza propria, resistendo all’idea che ci sia un “calcio indispensabile” a cui conformarsi.
Così facendo il calcio femminile ridefinisce lo spazio dello sport, mostrando che il soggetto maschile non è più l’unico necessario per strutturare l’ordine. Si tratta di una presenza ontologicamente autonoma dove la resistenza non è solo una reazione a un dato a priori e presupposto ma significa riconoscere l’irriducibilità della “cosa-là” che non è né residuo né surplus.
Nel calcio femminile le rivendicazioni in piazza si sono trasferite sul campo, il luogo dove presenza, resistenza ed esistenza sono intrecciate e vivono in corpi che occupano spazio. E in questo modo, là dove dichiarazioni esplicite rischiano lo scontro frontale con l’ordine dominante, l’atto di essere presenti agisce in modo più sottile ampliando lentamente ma in modo efficace i confini di ciò che viene considerato “naturale”.

BIO: LAURA ZUCCHETTI
Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.









