L’ APPROCCIO FENOMENOLOGICO – ENATTIVO: COSTRUZIONE DEI SIGNIFICATI COMUNI AGENDO NELLA REALTÀ AUTENTICA DEL GIOCO

Tradizionalmente, la psicologia dello sport spiegava la prestazione attraverso un modello cognitivo sequenziale: prima la percezione raccoglie dati grezzi, poi il cervello calcola una risposta basata sulle rappresentazioni interne e infine viene eseguita l’azione motoria.

Questo cosiddetto modello di “elaborazione delle informazioni” paragonava l’atleta a un computer che elabora gli input sensoriali per produrre un output motorio. Tuttavia, questa visione ha mostrato i suoi limiti, in particolare perché trascura il carattere continuo e integrato della percezione e dell’azione.

Ogni azione modifica la percezione successiva, e la percezione guida l’azione in corso, formando un accoppiamento continuo. Questo è il principio fondamentale dell’approccio enattivo alla cognizione, e afferma che mente e corpo coemergono dall’interazione con l’ambiente, rifiutando la separazione dualistica: il giocatore diventa tutt’uno con il suo ambiente: “crea significato agendo” .

La percezione specifica dell’azione, o percezione-azione, è una teoria psicologica secondo cui le persone percepiscono il loro ambiente e gli eventi al suo interno in termini di capacità di agire.

In pratica, ciò significa che per migliorare la prestazione, bisogna allenare accoppiamento percezione-azione in condizioni vicine alla realtà del gioco per aiutare il calciatore a saper cogliere affordance e informazioni rilevanti. Al contrario, gli esercizi “decontestualizzati” (senza avversario, senza incertezza) non richiedendo lo stesso ciclo percezione-azione delle situazioni reali non sono per nulla pertinenti alla prestazione di uno sport quale il gioco del calcio che oltre a essere uno sport aperto, ha una complessità superiore, quello di essere uno sport di invasione. Ed essendo la compresenza spaziale e temporale di tutti i soggetti coinvolti e di tutti gli elementi, tutto ciò che si propone di diverso allontana le attività dalla logica intrinseca del gioco, i cui soggetti, predicati e complementi sono rappresentati dalla palla, dai compagni, dagli avversari e dalle porte.

Per questo motivo, gli approcci di allenamento moderni promuovono situazioni ricche di informazioni (a esempio, partite ridotte nel calcio, avversari nel basket, palle casuali nel tennis) piuttosto che movimenti ripetuti meccanicamente e privi di variabilità.

“Il gioco del calcio è sempre cooperazione e competizione. La mia squadra per poter giocare contro la tua, deve prima accettare di giocare insieme. Collaboriamo per poter competere. Collaboriamo per mettere in condizione i più bravi di poter fare la differenza”

Negli sport di squadra, un buon coordinamento tra i diversi giocatori è essenziale per raggiungere gli obiettivi immediati della squadra: avanzare in campo, conquistare palla, gestire lo spazio dietro l’ultima linea, segnare un gol, ecc. Questo coordinamento collettivo è talvolta spiegato dalla condivisione di rappresentazioni mentali tra i giocatori della squadra.

È in questo modo che emerge il coordinamento tra giocatori?

Tutte queste azioni sono coordinate, non perché un allenatore dica loro cosa fare, ma perché il gioco mostra loro cosa si può fare. Questo non perché i giocatori ricordino cosa dice loro l’allenatore, ma perché agiscono in base a ciò che il gioco li invita a fare. Ad esempio, se un giocatore ha la palla e vede un suo compagno muoversi velocemente, la metterà un po’ più in profondità rispetto a come la giocherebbe se il compagno si muovesse lentamente. Significa che quando i giocatori si allenano insieme, diventano attenti alle rispettive affordance.

Sanno che un giocatore può essere veloce se si trova in una certa posizione, ma se è spalle alla porta, avrà difficoltà a ricevere palla. Non si tratta solo di memorizzare gli scenari, ma di essere consapevoli delle possibilità di ogni giocatore.

Quindi agiamo in base a questo, ed è momentaneo. O siamo pronti o non lo siamo. Possiamo percepirlo o no. Ecco perché penso che non implichi memorizzare il piano di gioco o come ogni giocatore dovrebbe comportarsi in ogni momento. Il giocatore deve essere pronto e attento alle informazioni chiave presentate durante la partita e per le quali è stato allenato ad agire, insieme alla sua squadra.

Quindi, cosa fanno gli allenatori nella loro vita quotidiana, anche se non lo formalizzano in questo modo?

Allenano i loro giocatori ad agire su determinate affordance (possibilità di azione) piuttosto che su altre. Preferiscono esplorare determinate affordance piuttosto che altre. “L’allenamento basato sulla codifica di soluzioni prescritte dall’allenatore limita il potenziale del giocatore ”. Ciò che trovo eccessivo è che a volte indirizzano eccessivamente il comportamento dei giocatori. Non permettono loro di agire in base alle proprie caratteristiche e alle possibilità della partita. A volte sono molto prescrittivi, e penso che questo non sia un bene, soprattutto per i giovani giocatori che dovrebbero scoprire le proprie soluzioni per affrontare l’ignoto, invece di limitarsi a implementare le soluzioni che l’allenatore impone loro. Le regole d’azione mi fanno pensare più a un sistema centralizzato in cui l’allenatore dirige, mentre le regole di interazione mi fanno pensare più a un sistema distribuito in cui i giocatori si adattano all’ambiente proposto.

Sono le regole di interazione rappresentate dallo spazio e dal tempo in tutte le loro manifestazioni, e del primo uomo e del secondo uomo cui abbiamo accennato nell’articolo precedente, che fanno emergere il comportamento collettivo.

E veniamo a queste regole di interazione. L’approccio fenomenologico-enattivo allena il calciatore non solo ad adattarsi al contesto, ma anche, e aggiungo soprattutto, a essere proattivo. E ciò è possibile attraverso quella che Berthoz, nel libro la Semplessità, ha definito l’anticipazione probabilistica, una capacità che il nostro cervello ha acquisito filogeneticamente per affrontare efficacemente la complessità della realtà circostante. Lo confermano numerose evidenze scientifiche. Infatti, dal punto di vista neurofisiologico ogni volta che il sistema corpomentespirito del calciatore deve interagire con l’ambiente circostante, accade che:

Il sistema specchio ne è informato dopo 50ms; la risposta motoria incarnata si verifica in 150ms; diventa consapevole dopo 350ms; è in grado di fare valutazioni oggettive dopo 650ms.

Noi crediamo di decidere e agire contemporaneamente, ma non è così. È la mente “enattiva“ che fa in modo che ciò accada.

Come?

“ Affidandosi ai vissuti ( vere e proprie cognizioni incarnate), empatizzando le intenzioni. Il lavoro dell’allenatore è di fare in modo di arricchire questi 150ms di cognizione incarnata immergendo il calciatore in diverse, variegate e realistiche esperienze vissute. Egli deve avere la capacità di selezionare attività pertinenti alla realtà della gara (compresenza spaziale e temporale di tutti i protagonisti della prestazione dove si verificano in maniera non lineare transizioni reversibili e reciproche della disponibilità della palla) piuttosto che alla ripetizione meccanica di schemi (il cosiddetto gioco ad ombra).

Ciò arricchisce la cognizione incarnata, con la quale il calciatore impara ad adattarsi a tutte le circostanze della partita, anche a quelle che si presentano in maniera imprevista. Il sistema si attiva sia sulle azioni altrui e sia sulle intenzioni. Cioè: osservo, in quei 150mlsecondi il sistema specchio anticipa la risposta se ha compreso le intenzioni, se non comprende il significato, si attiva quando osserva l’azione.

E ciò “ spiega “ il concetto di primo uomo e di secondo uomo, di cui parlerò successivamente. Più sono ricchi i vissuti intersoggettivi ( nel nostro caso il cosiddetto linguaggio comune) più il sistema spara sulle intenzioni. Da quello che è stato messo in evidenza dai risultati scientifici non si tratta di riduzione del tempo di latenza, che è un fenomeno neurofisiologico, ma di arricchimento del cosiddetto vocabolario di azioni, che in questo caso sono incarnate, cioè non hanno bisogno di passare per la codifica cognitiva.

Circa il ricco vocabolario di azioni, anche qui vale la massima Moriniana: non una testa piena, ma una testa ben fatta. Cioè fare in modo che questo vocabolario si arricchisca di intenzioni e di azioni pertinenti. Se incorporiamo anche azioni che non ci azzeccano nulla con la realtà autentica del gioco, appesantiamo il sistema che oltre a selezionare il più adatto tra quelli pertinenti incorporati, deve anche perdere tempo per inibire tutto ciò che non serve.

È infatti solo nell’interazione con l’alterità che i neuroni specchio possono attivarsi. In ultima analisi, se non può esservi soggettività che non sia già una soggettività plurale, allora bisogna riconoscere che a priori c’è simultaneamente la protensione intenzionale verso l’altro e l’essere-con-l’altro.

Primo uomo, secondo uomo, primo oppositore, secondo oppositore.

Approfondiamo la regola di interazione del concetto di “Primo uomo e secondo uomo” nella situazione di disponibilità della palla. (Spunti di riflessione dalle lezioni del Prof. Franco Ferrari del corso UEFA PRO di Coverciano).

Chi è il primo uomo?

È il giocatore che si trova più vicino alla palla nel momento in cui il possessore può effettuare il passaggio (tempo di gioco). Agisce smarcandosi per poter ricevere direttamente la palla sul tempo di passaggio, nel rispetto della zona luce offerta della posizione e dall’atteggiamento del proprio marcatore.

Chi è il secondo uomo?

E’ il giocatore più distante dalla palla (rispetto al primo uomo) che si trova nella zona luce (o settore angolare) che può essere raggiunto dal possessore. Egli deve attendere un tempo di gioco nel senso che, prima di muoversi, deve vedere la direzione di smarcamento del primo uomo e agire di conseguenza ; quindi il secondo uomo deve muoversi sempre in zona luce al possessore ( osservare prima di muoversi) , dare ampiezza e/o profondità possibilmente contrarie rispetto al primo uomo per non andare nella stessa zona di campo occupata dal compagno che si è mosso per primo.

Se accadesse il contrario (si muove per primo il giocatore più lontano) i due giocatori possono andare ad occupare uno stesso spazio senza dare due possibilità di gioco al possessore con un solo difendente che può controllare due avversari.

Una precisazione doverosa: il primo uomo è dinamico e non statico nel senso che è il giocatore più vicino al compagno in possesso palla nel tempo di gioco (cioè nel momento del passaggio che visivamente è rappresentato dal momento in cui il possessore ha il piede portante in linea con la palla) e non il giocatore che si trova più vicino alla palla in assoluto.

Se il secondo uomo esegue uno smarcamento anticipato rispetto al tempo di ricezione e controllo del possessore e sopravanza il primo uomo ponendosi nel campo visivo dello stesso, prima del tempo di passaggio del possessore, allora le parti si invertono: il secondo uomo diventa il primo.

Così come può accadere che il possessore pur avendo il piede d’appoggio in linea con la palla non possa (per una pressione avversaria, per uno stop imperfetto), o non voglia (per una finta o per un ritardo volontario della giocata) eseguire il passaggio mentre primo e secondo uomo si sono mossi.

Anche in questo caso le posizioni dei giocatori variano per cui il primo uomo può essere diventato il secondo, oppure che un terzo giocatore può essere diventato il primo o il secondo.

Ma le regole di interazione, basate sulla conoscenza del tempo di gioco, servono per evitare incomprensioni e stabilire chi si muove per primo e cosa può fare il secondo tenendo sempre conto del contesto e del compito.

E’ il primo uomo che prende iniziativa in quanto il compagno più distante può avere sotto il suo controllo visivo sia la palla sia il compagno più vicino e davanti (che si trova fra se e la palla); così il proprio movimento, dopo aver visto quello del compagno, potrà essere utile e ad integrazione per dare sempre ampiezza e/o profondità al possessore evitando così che due giocatori vadano ad occupare uno stesso spazio.

Vi è, dunque, la necessità che i calciatori vivano la realtà autentica del gioco e prestino attenzione a quanto emerge dal gioco e che abbiano incarnato tutti le stesse regole di gioco. Questa cognizione incarnata viene favorita attraverso la proposta di ambienti di apprendimento situati che sono gli strumenti privilegiati dell’allenatore per promuovere e sedimentare interazioni efficaci ( linguaggio comune e condiviso).

Il continuo e variegato enagire in tali ambienti, dove il progetto, i principi, i concetti di gioco, sono continuamente processati in interazione sistemica tra di loro e con l’ambiente, determina l’interiorizzazione della capacità di far fronte anche all’ imprevisto, eventualità molto frequente nei giochi di invasione

E se ci fosse un terzo giocatore senza palla più lontano dal possessore rispetto al primo e al secondo compagno ma che si trova sempre nel settore angolare del possessore come accade nella dislocazione a quadrilatero ( unità minima formativa della realtà autentica del gioco) di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente.

La terza regola di interazione ci dice che non c’è mai un terzo giocatore.

Perchè dico questo? Lo dico perché poi dovremmo parlare del quarto, del quinto e così via. Ma poichè l’allenatore ha il compito di aiutare i suoi giocatori a comprendere meglio i concetti, preferisco dire: ogni giocatore è sempre il secondo uomo in funzione del movimento del compagno vicino che si trova fra se e la palla, e prestare attenzione a : cosa fa il compagno vicino che si trova fra me e la palla?

Da qui, emerge una terza regola di interazione di semplessificazione funzionale al coordinamento dei movimenti: ogni giocatore si muove in funzione del movimento del compagno vicino che si trova fra se e la palla”.

Ciò farà emergere nel campo, in presenza di più giocatori che agiscono nella stessa zona, che basterà il movimento di un singolo giocatore a determinare a cascata una combinazione di movimenti (cambi di posizione) con conseguente trasformazione della configurazione di gioco. Siamo in presenza di un vincolo ecologico per il quale l’essere incarnati nella situazione concreta con altri individui, apre a intenzioni, decisioni e azioni che dipendono dalla situazione emergente la relazione contesto/compito.

Per tali motivi il processo di formazione deve essere situato dove si realizza nella partita, lì ove la complessità informazionale, la pressione temporale e il coinvolgimento di più attori sono determinanti per la scelta dei comportamenti da assumere. Che siano soggettive, locali o globali, queste regole di interazione sono essenziali per creare coerenza ed efficacia collettiva.

Ad esempio, penso che se Phil Foden giocasse per un’altra squadra, probabilmente renderebbe molto meno bene di quanto non faccia al Manchester City. Al City, è dentro a queste regole di interazione che servono alla collettività, quando le condizioni ambientali sono favorevoli: aumentare la velocità, giocare uno contro uno, ecc.

I modelli centralizzati sono calibrati per funzionare in condizioni esclusivamente riproduttive, ma il calcio è un ambiente piuttosto instabile, dove è difficile per l’allenatore stabilire una strategia per ogni situazione.

Il modello distribuito dell’approccio fenomenologico-enattivo con movimenti molto più liberi, linee guida di interazione semplici, oppure in cui nessuno ha il controllo funziona meglio per prepararsi ad affrontare la complessità della gara.

Con questo modello, il gruppo può, non solo adattarsi molto più facilmente a un ambiente instabile ( autorganizzazione), ma anche essere proattivo ( autopoiesi). L’interazione può essere puramente locale: “segui il vicino più prossimo” o globale: “mantenendo una struttura 1-3-4-1-2” .

Quindi, se l’allenamento si basa sulla scoperta da parte dei giocatori di fonti di informazione rilevanti e li lasciamo esplorare queste fonti, svilupperanno affordance condivise e formeremo giocatori sempre più creativi, adattabili e proattivi, e saranno in grado di risolvere problemi anche sconosciuti, posti dalla partita.

All’inizio, potrebbero non risolverli, ma se il processo di allenamento si basa sull’adattamento delle situazioni di apprendimento per facilitare la percezione di informazioni rilevanti al fine di raggiungere l’obiettivo del compito, allora troveranno le proprie soluzioni.

Calcio proattivo e calcio reattivo.

Stiamo parlando di due insiemi che si intersecano, non di due linee parallele che non s’incontrano mai: nello spettro da reattivo a proattivo esiste una quantità talmente grande di grigi da far perdere di vista gli estremi.

Una squadra è proattiva in costruzione (fantasia, creatività, imprevedibilità) e reattiva in fase di non possesso (autorganizzazioni contestualizzate). Un calcio proattivo aspira alla trasformazione del contesto per creare condizioni di vantaggio, quello reattivo di adeguarsi a esso.

Nella dimensione proattiva viene attribuito grande spazio al pensiero divergente, in quella reattiva l’organizzazione ordinata. Anche in questo caso emerge l’importanza della relazione, della interdipendenza, in sintesi della complessità del gioco del calcio

“I sistemi dinamici dimostrano intelligenza collettiva quando nel comportamento del gruppo emergono nuove proprietà e queste proprietà non possono essere ridotte alla somma delle proprietà individuali.”

Come si traduce questo sul campo?

Abbiamo una squadra di calcio (il sistema), con giocatori che interagiscono (gli elementi del sistema). Il comportamento del sistema evolve e compaiono coordinamenti tipici, come i triangoli o i quadrilateri. È l’adattamento locale del giocatore che creerà, sistematicamente, il coordinamento.

Oppure, come fa Guardiola , utilizzare regole di interazione più globali, avere al massimo tre giocatori sulle linee verticali e al massimo due giocatori sulle linee orizzontali. In questo caso, è l’ adattamento globale del giocatore che creerà, sistematicamente, il coordinamento. Il coordinamento triangolare è qualcosa di abbastanza semplice, ma per coordinamenti più complessi come i quadrilateri sono necessarie più interazioni.


Sono queste interazioni locali a fare emergere il coordinamento globale. Il coordinamento non è guidato da un “computer” centrale. I modelli centralizzati sono calibrati per funzionare in condizioni molto ordinate, ma il calcio è un ambiente piuttosto caotico, dove è difficile per l’allenatore stabilire una strategia per ogni situazione.

Questo è il motivo per cui occorre favorire modelli distribuiti, che incentivino gli agiti intenzionali, con linee guida orientative, in cui nessuno ha il controllo sull’altro, capaci di elicitare relazioni e interazioni fluide, proattive, autopoietiche: agenti nell’ambiente, il cui rapporto strutturale ( giocatore-ambiente) genera cambiamenti che si influenzano reciprocamente.

Con questi modelli, il gruppo può adattarsi molto più facilmente a un ambiente instabile. Per me, ancora molte squadre in Italia si allenano ancora troppo poco per quello che succede realmente in partita. Credo che sia qui che vedremo i progressi più significativi nei prossimi anni.

L’allenamento diventerà sempre più legato alla partita. Vedremo meno esercizi che non hanno nulla a che fare con la partita. Per quanto ne so, c’è un solo allenatore al mondo che allena in questo modo: Marcelo Bielsa. Fa una cosa che trovo fantastica e, allo stesso tempo, fa qualcosa con cui non sono d’accordo, ovvero utilizzare molte situazioni senza opposizione. Pur non essendoci opposizione, lavora sul coordinamento dei movimenti dei suoi giocatori esattamente nella zona del campo in cui dovrebbero trovarsi nel corso della partita. Ad esempio, se lavora con i suoi esterni, lo farà esattamente nella zona in cui dovrebbero trovarsi durante una partita.

Non ha senso non avere un avversario in queste aree, perché i giocatori agiscono in base all’avversario e quindi dagli spazi emergenti la relazione oppositiva. Puoi creare spazio solo se l’avversario te lo permette. Detto questo, tutto ciò che fa sembra essere progettato pensando all’ambiente competitivo 11 contro 11.

È fondamentale progettare situazioni di apprendimento specifiche per i giocatori che ho a disposizione, per i ruoli che ricopriranno e in cui la realtà visiva sia la stessa di quella di un contesto competitivo.

Ad esempio, se passo da un 11 contro 11 a una forma di gioco più ridotta ( unità minima formativa) un giocatore esterno dovrebbe trovarsi nelle stesse condizioni che affronterebbe in partita. Se il campo è troppo piccolo, l’esterno alto non si posizionerà allo stesso modo, non esplorerà visivamente la stessa profondità, le stesse aree e non eseguirà le stesse azioni. Quindi, per me, bisogna estrarre una situazione che si affronti in un 11 contro 11 per farne una reale configurazione di gioco ( di cui parleremo dopo) l’area di gioco non deve essere troppo piccola o la densità troppo alta, altrimenti si otterrà una realtà visiva diversa.

Le partite a numeri ridotti possono essere strumenti fantastici perché consentono più azione e più intensità. Spesso, le squadre giovanili devono condividere il campo, quindi non possono allenarsi con le stesse dimensioni di una partita vera e propria. È fondamentale rendere anche queste partite il più rappresentative possibile. Bisogna mettere i giocatori nelle stesse situazioni che affronterebbero in partita, il più spesso possibile.

Ad esempio, dovremmo sapere che se imposti un rondo 4 contro 2, non ci sarà alcuna direzionalità. Possiamo sempre dire che è così che i giocatori spagnoli sono diventati così bravi, ma non credo.

Il possibile utlizzo di jolly (o comodines in spagnolo) è un altro strumento a disposizione dello staff nel poter incentivare o meno la presenza di determinati comportamenti. Fattori come il numero dei jolly presenti, la loro zona di gioco, e le fasi in cui partecipano, modificheranno il decorso dell’esercizio. Ad esempio, se si prendesse in considerazione il classico gioco di posizione 4vs4+3, la sola presenza del jolly centrale, il quale avrà la funzione di occupare lo zona interna dello spazio di gioco, farà si che si diriga principalmente verso di lui la maggior parte del possesso palla, dovuta alla sua “posizione privilegiata”, la quale gli consentirà di avere un angolo di intervento di 360 gradi.

Nel caso in cui tale giocatore non fosse presente, passando quindi a un gioco di posizione 4vs4+2, lo spazio interno vacante dovrà essere occupato obbligatoriamente da uno dei quattro giocatori appartenente alla squadra in disposizione della palla, in modo da ottenere diverse opzioni di passaggio.

Rispetto alla prima attività, questo aspetto modificherà non solo quelle che sono linee di passaggio presenti, aumentando il numero di movimenti verso il centro dello spazio, ma di conseguenza anche le traiettorie di pressione degli avversari.

Attualmente anche gli spagnoli hanno inserito la direzionalità ( mete, miniporte, portiere) proprio per attribuire una maggiore specificità. In una squadra di adulti o di alto livello (giovanili o adulti), si deve cercare di giocare 11 contro 11 o 9 contro 9 il più possibile.

Anche un 5 contro 5 palla meta o 4 contro 4 +2P ( il perché lo abbiamo spiegato nell’articolo precedente) vanno bene purché la realtà visiva sia la medesima dell’ambiente di gioco della partita. Con altre proposte dove la realtà visiva non sarà la stessa, la varietà di fonti di informazione sarà ridotta e non si otterranno durate di fissazione adeguate.

CONCLUSIONI FENOMENOLOGICO-ENATTIVE

LE CONFIGURAZIONI DEL GIOCO:

Accoppiamento strutturale nel qui e ora della interazione di tutti i protagonisti la relazione dei sistemi mentecorpospirito dei calciatori sia in termini cooperativi che oppositivi. Da questo sistema “partita”, che include il numero totale di giocatori di entrambe le squadre, emergeranno: via via il sistema ” rapporto di forza parziale”, che contrappone sottogruppi di giocatori di ciascuna squadra, fino al sistema “uno contro uno”, che comprende gli effetti del duello attaccante/difensore.

Naturalmente, gli effetti si generano a vicenda e si riflettono sia nella simultaneità del momento che nella successione dei momenti. Dentro a questi sistemi ogni giocatore costruisce significati e progredisce.

La configurazione di gioco aiuta a comprendere come interagiscono i giocatori, come viene utilizzato lo spazio e come si evolvono gli equilibri di potere. Identificando le configurazioni tipiche e la loro evoluzione, i giocatori possono prevedere meglio le situazioni e prendere decisioni più consapevoli. Studiare le configurazioni aiuta il calciatore a sviluppare la propria percezione dello spazio, dei giocatori e dei movimenti, un aspetto cruciale per il processo decisionale.

Quindi, lavorare attraverso il concetto di configurazione si dimostra, secondo la mia personale esperienza, molto pertinente per promuovere il lavoro di squadra e la cooperazione tra i giocatori. Ho avuto modo di costatare nel corso della mia trentennale attività professionale che concentrandosi sulle configurazioni specifiche della realtà autentica del gioco i giocatori sviluppano anche abilità motorie e tecniche appropriate, proprio per le informazioni provenienti dalla presenza attiva dell’avversario.

In queste continue interazioni i processi cognitivi, attentivi, emotivi e sensomotori sono tutti in gioco. In questo approccio, il riferimento centrale non è quindi un movimento segmentale lineare e calibrato eseguito in condizioni artificiali, bensì il movimento come componente del comportamento umano in un ambiente che gli conferisce il suo pieno significato

Sull’osservazione delle interazioni che emergono in questo contesto l’allenatore interviene, curando i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti. I vari interventi assumeranno una funzione trasformativa. Le correzioni riguarderanno sia la squadra che ha la disponibilità della palla sia per quella che è impegnata a recuperarla. Per la prima si solleciterà fortemente la proattività ( autopoiesi) , per la seconda la funzione autorganizzativa ( adattabilità reattiva).

Questa relazione dinamica e dialettica assegna alle attività un grandissimo significato, quelle di divenire vere e proprie esperienze evolutive, sempre aperte a nuovi scenari. Le correzioni non saranno mai fatte durante il gioco, ma alla fine dell’attività proposta. Per essere efficace l’intervento dell’allenatore è necessario che anch’egli sia immerso nel gioco e possibilmente lì dove emergono i problemi ( medesimo punto di osservazione).

ANDIAMO IN CAMPO

Proporre una partita libera e vedere come si comportano i ragazzi.

Dopo aver notato che a livello strategico generale il gruppo ha tendenza a fare giocate centrali, favorendo i recuperi difensivi, si passerà quindi a ambienti situazionali mirati (ad esempio una partita a tema: passaggio esterno del pallone per poi attaccare la porta da palla esterna).

Potrebbe emergere che la maggior parte dei ragazzi ha difficoltà ad arrivare a impattare palla dal fondo di prima intenzione (ad una valutazione ancora più attenta si vedrà che il piede di appoggio sull’ultimo passo sarà sempre posizionato male. Qui, si deciderà se conviene ancora procedere con la facilitazione (ambiente di apprendimento con livelli di complessità inferiori), oppure, in ultima analisi, organizzare una situazione ancora più facilitata per curare il singolo dettaglio.

PERCHÉ INTERVENIRE ALLA FINE DELL’ATTIVITÀ ?

Se io correggo subito non do loro l’opportunità di capire e trovare da soli la strada per un agito più efficace. Se sono lì sempre a correggere il cross non appena sbagliano precludo loro l’opportunità di reale apprendimento, di responsabilità, di consapevolezza e di sviluppo di un pensiero critico ed autonomo. Inoltre, arrivare a capire da soli (imparare a imparare) che si sta sbagliando e trovare la strada corretta ha un effetto estremamente positivo su autostima ed autoefficacia.

Nulla osta, alla fine della sessione di allenamento, fare “ esercitare” i più deboli in un ambiente ancora più “ protetto “.

NON LI MANDIAMO MICA IN PASTO AI SEDICENTI MAESTRI DI TECNICA?

Il ragazzo deve andare via dal campo con la consapevolezza di avere imparato (pedagogia del successo formativo)

ROVESCIARE IL METODO

“Non è vero che i ragazzi non vogliono studiare. Non vogliono studiare come abbiamo studiato noi. Non esiste alcun motivo pedagogico, psicologico comunque giustificabile, per imporre loro i vecchi modi di studiare: anzi, ne esistono di ottimi per rovesciare la scuola come una calza vecchia. Ci dobbiamo entrare per aiutare insegnanti e studenti a creare insieme una scuola diversa”. (Gianni Rodari – Scuola dì fantasia)

5 risposte

  1. Illuminante!
    Una domanda mi sorge però spontanea: non crede che la correzione solo a fine attività possa essere in alcuni casi limitante?
    Mi spiego meglio: in base al ragionamento che vede (giustissimamente secondo me) il calciatore al centro del gioco reale e il gioco reale al centro della seduta di allenamento, la correzione/suggerimento dentro al gioco si avvicina non poco alle situazioni eventuali della domenica.
    La sfida per l’allenatore sarebbe quella di saper osservare, saper correggere nell’immediatezza, saper osservare ancora, ma soprattutto, saper utilizzare una comunicazione ad hoc per ogni calciatore (situazione ideale che richiede un lavoro a tuttotondo nel tempo).
    Dico ciò perchè ho notato, da parte degli allenatori e soprattutto nel corso degli ultimi anni, grossi problemi di empatia verso i ragazzi, i quali faticano ad avere un approccio serio al Giuoco ed una mentalità resiliente, che possa permettere di avere la voglia di migliorarsi, la testa e il cuore per tenere una competizione calcistica nella totalità della durata, talvolta una mancanza di fiducia nelle persone che li circondano.
    Intanto complimenti per l’articolo, Calcio allo stato puro, che si tocca e si sente con mano !

    Manuel

  2. Nell’approccio fenomenologico-enattivo anche di fronte all’errore si comporta in maniera antiautoritaria, non direttiva e prescrittiva. Proprio perché mette al centro l’esperienza vissuta in contesti di realtà dà per scontato che si possa manifestare l’errore che è visto come ulteriore possibilità di apprendimento e non come colpa. E qui assume rilevante importanza il tipo di comunicazione che si adotta specie nel corso dell’impegno diretto dei ragazzi. In questo periodo l’allenatore non è assente, ma guida, sostiene, accompagna, aiuta utilizzando feedback orientati al compito e non alla persona: feedback stretti, essenziali, non larghi e generici. Poi, come ho scritto nell’articolo, e nel prossimo scenderò più nei particolari, quando parlerò della strategia didattica dell’apprendimento intervallato, il primo intervento è quello della autovalutazione e valutazione reciproca alla fine di ogni attività. Qui, il primo intervento dell’allenatore sarà di tipo emotivo ( autoempatia: riconoscimento del perché). Dopodiché, la prima azione che viene messa in atto è quella della facilitazione ( organizzazione di una proposta prossima alla zona di sviluppo potenziale) dove emergeranno in maniera più frequente gli errori commessi nell’attività precedente. L’auspicio è quello di fare in modo che facendolo più volte il ragazzo riesca a trovare in autonomia le condotte funzionali ( che saranno sempre soggettive). E via procedendo. Alla fine di tutte le attività, nel quarto step di sospensione, nel caso in cui si dovesse avvertire la necessità di intervenire nello specifico, si organizzano esercitazioni pertinenti, circoscrivendo in maniera precisa quel contesto, che sicuramente avranno un beneficio positivo perché tutti sanno il motivo per cui lo stanno facendo ( riflessione sull’azione). Sicuramente saranno più attenti e motivati. Ma, non dobbiamo perdere di vista che tutto ciò che sto proponendo debba essere collocato all’interno del processo formativo, che in ambito giovanile ha una durata di almeno otto anni, dove c’è tutto il tempo per lavorare in questo modo. L’allenatore di settore giovanile deve essere ” paziente “, non deve avere fretta, non deve pensare all’immediato, deve orientare il suo sguardo in prospettiva: certo è più facile fermare il gioco e dire: si fa così! Non ci vuole nulla. È una questione di scelte. Personalmente non credo che sia la strada giusta da percorrere: aiutamoli piuttosto a fare da soli ( Montessori). Comunque, siccome avevo previsto ( anticipazione proattiva e probabilistica) che ci sarebbero stati interventi in tal senso, e che ti ringrazio per averlo fatto, come ti ho anticipato, nel prossimo articolo che sto preparando, tratterò l’argomento in maniera più approfondita. Chiaramente, essendo un antiautoritario convinto e consapevole, sarà sempre un punto di vista e giammai la soluzione, che spetterà a ognuno di voi ricercare, sperimentare e realizzare

    1. Grazie mister .. ti ringrazio molto per la risposta !
      Hai fornito un punto di vista veramente completo, specificando un aspetto (i 4 step) che ripeto mi accorgo stia davvero mancando nella sua intera semplessitá .. e i ragazzi ne risentono perché in età evolutiva fa davvero una grande grande differenza !
      Mi permetto di aggiungere .. che a volte la pazienza manca perché si ha una visione limitata dei possibili sviluppi dei calciatori/squadra, si ragiona quasi di pancia, e anche questi i ragazzi possono percepirlo e viverlo negativamente !

      Grazie mister !!!
      Manuel

  3. Buongiorno Mister,
    articolo molto interessante e utile per chi come me sta cercando di imparare molto su questo approccio.
    Nel tratto di articolo “Se sono lì sempre a correggere il cross non appena sbagliano precludo loro l’opportunità di reale apprendimento, di responsabilità, di consapevolezza e di sviluppo di un pensiero critico ed autonomo.” intende a correggere il cross come scelta (aveva spazio per condurre e ha crossato) o il cross come esecuzione tecnica (scelta corretta, ma cross uscito troppo alto/basso, corto/lungo)?
    Grazie

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