EURO ’24 – LE NAZIONALI – ROMANIA: CONTRO OGNI PRONOSTICO

I quarti di finale raggiunti ventiquattro anni or sono in terra condivisa d’Olanda e Belgio, sotto la guida tecnica di Jenei, rappresentano il miglior risultato mai raggiunto dalla Romania nella più importante manifestazione continentale per compagini nazionali: fu l’Italia, che chiuderà amaramente la rassegna al secondo posto trafitta dal “golden gol” di David Trezeguet nell’anomalo atto conclusivo contro i campioni del mondo in carica, ad impedire ad Hagi e compagni di approdare in semifinale e di raggiungere, or dunque, l’apice massimale in ambito internazionale da parte della squadra valacca.

Il decennio conclusosi con il risultato appena rimembrato rappresenta, senza ombra di dubbio, il periodo storico più rilevante della nazionale rumena, capace di agguantare, e di perdere esclusivamente dopo i calci di rigore contro la Svezia di Brolin, Martin Dahlin, Henrik Larsson e Kennet Andersson, i quarti di finale anche al campionato del mondo del 1994, allorquando una formazione oltremodo talentuosa ( Petrescu, Belodedici, Popescu, Munteanu, Dumitrescu, Raducioiu e Hagi su tutti) ebbe addirittura modo di castigare l’Argentina di Batistuta, Balbo, Caniggia, Redondo, Sensini e Ruggeri (seppur scossa dalla squalifica inflitta a Diego Armando Maradona) agli ottavi in virtù della doppietta di Dumitrescu e grazie al sigillo di Hagi, cannoniere principe nella storia della Romania con 35 marcature alla stregua di Adrian Mutu.

Piede mancino di una raffinatezza sublime e verosimilmente uno dei calciatori tecnicamente più puri di sempre ( fuori disussione, va da sè, l’essere il più grande elemento danubiano di ogni epoca), sua maestà Gheorghe, noto con il significativo e quanto mai esplicativo epiteto di “Maradona dei Carpazi” (per le capacità tecniche e le caratteristiche fisiche accostabili all’inarrivabile Diego, alla stregua del quale era dotato di un sinistro incantevole), dispensò nel corso della propria carriera gesti tecnici di rara bellezza, reti sontuose e numeri d’alta scuola che gli consentirono di vestire le nobili casacche di Real Madrid e Barcellona ( esperienze curiosamente inframezzate dalla militanza in quel di Brescia).

Vette espressive che non contemplano l’attuale valore della nazionale di Iordanescu, vivace, pimpante, reduce da diversi risultati positivi ma sommariamente imparagonabile ad accostamenti superbi con le migliori versioni del calcio dell’antica Dacia: nel reparto difensivo spicca il nome di Dragusin, cresciuto nella Juve, maturato nel Genoa e reduce da un periodo altalenante in quel di Londra con la maglia del Tottenham, ove avrebbe dovuto giustificare l’oneroso investimento da parte della società britannica che ha continuato a puntare (giustamente) su Romero e Van de Ven; Stanciu e Ianis Hagi i talenti della zona immediatamente successiva al perimetro di terreno considerato nevralgico, con gli “italiani” Marius e Razvan Marin a gestire tempi dispensando letture ed equilibri; Man e Mihaila del Parma sintetizzano estro e discontinuità, vale a dire quanto di più accostabile al calcio europeo di matrice orientale. Il centravanti dovrebbe altresì essere Puscas, di proprietà del Genoa e reduce dall’esperienza in quel di Bari: serviranno, ergo, un’organizzazione collettiva di notevole fattura e una dose di buona sorte non indifferente per consentire alla Romania di superare il turno.

Impresa parzialmente facilitata dall’appartenere ad un girone che, a parte il Belgio, contempla la presenza di Slovacchia e Ucraina, avversarie più complete e tecnicamente superiori ma lontane dall’essere considerate non alla portata. Nessun Mudryk, nè Lobotka o Skriniar: i favori del pronostico possono essere sovvertiti facendo leva su ciò che storicamente maggiormente sigilla confini caratterialmente tendenti all’orgogliosa attuazione della propria identità. Ciò che condusse la Steaua di Bucarest di Lacatus ad una doppia finale di Coppa dei Campioni nell’arco di quattro stagioni, con l’apoteosi del più importante trofeo mondiale per squadre di club soffiato al Barcellona dopo i calci di rigore nel 1986 grazie ad un insuperabile Duckadam, autore di quattro parate su altrettanti tiri dal dischetto.

BIO: ANDREA FIORE, con DIEGO DE ROSIS, gestisce la pagina INSTAGRAM @viaggionelcalcio.

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