La scorsa settimana il portiere dei miei esordienti (classe 2015) mi ha chiesto perché, come fanno tutte le altre squadre, non metto un attaccante proprio al limite dell’area avversaria, dove, come da regolamento, inizia il fuorigioco, così da poterlo raggiungere con un pallone lungo, da parte del portiere o da un altro compagno, avendo così molte più possibilità di segnare e di vincere le partite, visto che le perdiamo quasi tutte.
La mia risposta è stata piuttosto semplice, “perché non serve a NIENTE”:
- Il bambino in questione impara a smarcarsi? NO
- Impara a collaborare con i compagni? NO
- Migliora tecnicamente? NO
- Impara a leggere le situazioni? NO
Inoltre tutto ciò non serve agli altri compagni perchè anch’essi non crescono nella dinamica di gioco di cui il nostro portiere chiedeva conto.
La regola del fuorigioco è stata pensata perché lo scopo del football sia quello di giocare per il possesso della palla. Ricorrere ai “mezzucci” di cui sopra va contro lo spirito del gioco e soprattutto NON SERVE A NULLA.
Non solo. Quando ci sarà il passaggio nel calcio a 11 tutto ciò non sarà possibile e allora con quali strumenti si affronteranno le nuove problematiche?
E, purtroppo, nel calcio giovanile a 11 è davvero difficile trovare squadre che facciano tre passaggi. Anche in questo caso la domanda è sempre la stessa, a chi serve tutto questo?
Ma soprattutto: Giocando questo tipo di “calcio” quali possono essere i margini di miglioramento?
Non me ne viene in mente nessuno, al massimo riuscire a calciare più lontano la palla! È ovvio che in un calcio del genere i tardivi, coloro cioé che hanno una maturazione psico fisica tardiva, siano accantonati. Prevalgono così solo i valori di forza, dimenticando come sia il tipo di gioco che si persegue a migliorare i ragazzi: un calcio tecnico da spazio a tutti, tardivi e precoci.
Con questo non sto dicendo che la verticalità non debba essere ricercata, tutt’altro! Deve essere una SCELTA derivante dall’analisi di una situazione e non una cosa da fare sistematicamente.
Inoltre la verticalità deve essere DINAMICA, ovvero il giocatore deve ARRIVARE nello spazio e non fare il “pioppo” stando fisso là davanti per tutta la gara. Vi voglio citare un episodio, tanti anni fa allenavo i giovanissimi classe 1982 a Russi in provincia di Ravenna, una squadra che per una serie di varie circostanze ho gestito per ben 4 stagioni. Cercavamo di giocare un calcio tecnico e sistematicamente eravamo sconfitti da una squadra che la calciava pedissequamente in avanti, con il loro tecnico che ironizzava pesantemente sulla nostra ricerca di qualcosa di diverso.
Al tirar delle somme però nella mia formazione due di loro approdarono in serie C e altri due in D, tutto questo in una società che non poteva certo compiere grandi investimenti nel reclutamento dei ragazzi.
Il giocatore che arrivò più in alto nei nostri antagonisti giocò in prima categoria. Necessitano ulteriori commenti?
Giocare da “grandi” va bene, appunto, da adulti. Precorrere i tempi porta solo all’ abbandono sportivo precoce.
Vi sono ancora troppi “allenatori” di settore giovanile che non costruiscono nulla, a volte per mancanza di conoscenze, ma molto più spesso perché non gli interessa e questo è molto più grave. Per conoscere occorre studiare o trovare persone che ti aiutino a capire. Quando non si ha interesse nella formazione dei giovani dovremmo evitare di allenare i ragazzi o ragazze e dedicarci ad altro.
Questo è il “peccato originale” dei nostri settori giovanili. Da qui parte tutto il resto.
Altro che il costo delle scuole calcio!

BIO: Alessandro Zauli classe 1965.
Allenatore UEFA A. Collaboro con la rivista Il Nuovo Calcio dal 1993 per il quale ho scritto anche 4 libri.
Ho allenato e alleno in settori giovanili dilettantistici/professionistici dal 1985. Lavoro anche come istruttore sportivo presso la Casa Circondariale di Ravenna e coi ragazzi della salute mentale. Dal 2009 inoltre svolgo l’ attività di osservatore per i campionati di C e D.










