IL RINVIO DEL PORTIERE MODERNO – 10 – IL FUTURO DELLA DISTRIBUZIONE: FORMARE UN PORTIERE CAPACE DI INTERPRETARE IL GIOCO

Dopo aver approfondito la lettura, la percezione, la biomeccanica, il tempo della decisione, la distribuzione con la palla in mano e con il pallone a terra, il confronto con i migliori specialisti, la metodologia di allenamento e la valutazione della prestazione, credo sia arrivato il momento di affrontare la domanda che dovrebbe accompagnare ogni allenatore dei portieri: quale portiere dobbiamo preparare per il calcio dei prossimi anni? Non mi riferisco semplicemente a un portiere capace di calciare più lontano, di completare un numero maggiore di passaggi o di partecipare con continuità alla costruzione dal basso, ma a un atleta che sappia comprendere il gioco, riconoscere i cambiamenti della situazione e adattare le proprie decisioni senza perdere la capacità di svolgere il compito fondamentale per cui occupa quel ruolo, ovvero difendere la porta.

Il rischio, quando parliamo di evoluzione del ruolo, è quello di inseguire ogni nuova tendenza trasformandola immediatamente in una richiesta tecnica da aggiungere al programma di allenamento. Se una squadra costruisce dal basso, chiediamo al portiere di giocare corto; se un’altra utilizza il portiere per superare la pressione, aumentiamo il lavoro sul calcio lungo; se osserviamo un portiere che agisce molto lontano dalla porta, cominciamo a insistere sulla difesa dello spazio. Tutte queste competenze possono essere importanti, ma diventano davvero formative soltanto quando vengono collegate a un principio più ampio: il portiere deve saper riconoscere quale comportamento sia necessario in quella situazione, per quella squadra e in quel momento della partita.

Il futuro della distribuzione, quindi, non sarà determinato da un singolo gesto tecnico o da una modalità di gioco destinata a sostituire tutte le altre. Sarà determinato dalla capacità di integrare tecnica, percezione, decisione e comprensione tattica, mantenendo una relazione continua tra ciò che il portiere fa con il pallone e ciò che deve essere pronto a fare quando il pallone cambia direzione, la squadra perde il possesso o l’avversario attacca la profondità. È questa integrazione, più della semplice abilità nel calciare, che dovrebbe guidare la nostra idea di portiere moderno.

Il portiere del futuro non sarà soltanto più bravo con i piedi

Il rapporto tecnico pubblicato da FIFA dopo il Mondiale 2026 conferma una tendenza importante: i portieri sono diventati partecipanti attivi alla costruzione, contribuendo a superare la pressione avversaria e a determinare il modo in cui le squadre sviluppano il possesso. L’analisi, condotta su tutte le 104 partite del torneo dal Technical Study Group e dal Football Performance Insights Department, descrive un calcio nel quale il ruolo del portiere continua a evolversi insieme alle strutture di gioco e ai comportamenti collettivi.

Questo dato non deve però indurci a pensare che il portiere del futuro sarà semplicemente un giocatore di movimento aggiunto, perché una simile interpretazione rischierebbe di ridurre la complessità del ruolo alla sola partecipazione offensiva. Il portiere deve certamente saper ricevere, controllare, passare, attirare la pressione e individuare il momento in cui superarla, ma deve contemporaneamente mantenere la capacità di leggere la possibile perdita del possesso, riconoscere una transizione avversaria e prepararsi a difendere uno spazio che può diventare pericoloso in pochi istanti.

La sua specificità nasce proprio dalla necessità di collegare comportamenti differenti all’interno della stessa azione. Quando partecipa alla costruzione, il portiere deve considerare la posizione della palla, la distanza dai compagni, l’orientamento degli avversari e la possibilità che un passaggio venga intercettato; quando la squadra perde il possesso, deve modificare rapidamente la propria posizione e ritornare a interpretare il gioco attraverso le esigenze della difesa della porta e dello spazio. La distribuzione, quindi, non può essere allenata come una competenza separata dalla fase difensiva, perché ogni scelta con il pallone condiziona anche la posizione dalla quale il portiere dovrà eventualmente intervenire senza pallone.

È questa continuità che dobbiamo imparare a riconoscere nei filmati e a riprodurre nelle esercitazioni: non soltanto la capacità di eseguire un passaggio efficace, ma la capacità di mantenere una partecipazione intelligente al gioco prima, durante e dopo la distribuzione.

Dalla specializzazione tecnica alla comprensione del gioco

Quando lavoriamo con i giovani portieri, dobbiamo prestare particolare attenzione al modo in cui introduciamo queste competenze, perché anticipare le richieste del calcio adulto non significa trasformare prematuramente un bambino in un regista arretrato. Significa, piuttosto, permettergli di sviluppare progressivamente le capacità che gli consentiranno di comprendere il gioco, senza trascurare la coordinazione, la sensibilità nel contatto con il pallone, la qualità degli appoggi, la tecnica di base e soprattutto la formazione delle competenze necessarie per difendere la porta.

La FIGC, attraverso l’Evolution Programme, propone un approccio che integra il lavoro tecnico specifico con le situazioni di gioco e il lavoro insieme alla squadra, alternando fasi globali, analitiche e situazionali. Tra gli obiettivi tecnici ricorrenti figurano la difesa della porta, la difesa dello spazio e la tecnica podalica, mentre il lavoro successivo viene sviluppato attraverso giochi ridotti, giochi di posizione, tecnica funzionale e partite con differenti obiettivi.

Questa impostazione offre un’indicazione concreta: non dobbiamo scegliere tra allenare la tecnica e allenare il gioco, ma costruire una relazione tra le due dimensioni, rispettando il livello di sviluppo del portiere e le esigenze che emergono dalla sua prestazione. Il lavoro analitico conserva una funzione importante quando dobbiamo intervenire su un limite esecutivo preciso; tuttavia, se vogliamo che il portiere impari a riconoscere quando utilizzare quella tecnica, dobbiamo successivamente inserirla in situazioni nelle quali le informazioni cambiano, gli avversari modificano la pressione e le soluzioni disponibili non sono sempre le stesse.

Un giovane portiere che sa eseguire un passaggio preciso tra due riferimenti ha acquisito una competenza tecnica; quando riesce a individuare quale riferimento utilizzare tra più possibilità, riconoscendo il comportamento di un avversario e adattando la propria posizione, comincia a sviluppare una competenza di gioco. Il nostro compito è accompagnarlo in questo percorso, evitando sia di limitarlo a esercitazioni prive di significato tattico, sia di sottoporlo a situazioni troppo complesse rispetto alle capacità che possiede in quel momento.

Il futuro non richiede di accelerare ogni apprendimento, ma di costruire esperienze coerenti che permettano al portiere di ampliare progressivamente le proprie possibilità d’azione.

La tecnologia aiuta soltanto se migliora le nostre domande

Un altro elemento che considero destinato ad assumere un ruolo sempre più importante è la capacità di utilizzare video e dati per comprendere meglio il comportamento del portiere. Oggi possiamo analizzare la posizione prima della ricezione, la direzione del primo controllo, la scelta del piede, la traiettoria del pallone, il tempo impiegato per distribuire e il comportamento dei compagni e degli avversari. Queste informazioni possono aiutarci a riconoscere ricorrenze che, durante la partita, potrebbero sfuggire all’osservazione diretta, ma il loro valore dipende dalla domanda che intendiamo affrontare.

Se utilizziamo un filmato soltanto per mostrare al portiere dove ha sbagliato, rischiamo di trasformare la tecnologia in uno strumento di correzione retrospettiva. Se invece la utilizziamo per ricostruire le informazioni disponibili in quel momento, comprendere quali alternative fossero realmente praticabili e confrontare situazioni simili, possiamo favorire una lettura più consapevole della prestazione.

Non è necessario costruire sistemi complessi per iniziare. Anche una semplice raccolta di episodi, organizzata secondo criteri coerenti, può diventare utile se distingue le situazioni nelle quali il portiere avrebbe potuto giocare attraverso la pressione, quelle nelle quali era preferibile mantenere il possesso e quelle nelle quali la soluzione diretta rappresentava la scelta più efficace. Nel tempo, questa raccolta permette di confrontare le partite, verificare se determinate difficoltà si ripresentano e valutare se gli interventi allenanti abbiano prodotto un cambiamento osservabile.

Il dato non sostituisce l’allenatore, perché non conosce automaticamente il modello di gioco della squadra, le consegne ricevute dal portiere o le condizioni nelle quali si è sviluppata l’azione. Il dato mette a disposizione informazioni; l’allenatore deve interpretarle, confrontarle con il contesto e trasformarle in obiettivi di apprendimento.

È un lavoro che richiede competenza tecnica, conoscenza tattica e capacità di osservazione, ma soprattutto richiede la disponibilità a mettere in discussione le proprie convinzioni quando le immagini mostrano un comportamento diverso da quello che ci aspettavamo.

La responsabilità dell’allenatore dei portieri

In questa evoluzione, il ruolo dell’allenatore dei portieri diventa sempre più centrale, ma cambia anche il modo in cui deve essere esercitato. Non possiamo limitarci a programmare un blocco di lavoro specifico e considerare concluso il nostro compito quando il portiere ha terminato le ripetizioni previste, perché molte delle decisioni più importanti vengono prese all’interno delle esercitazioni collettive, durante le quali il portiere deve coordinare le proprie scelte con quelle dei difensori, dei centrocampisti e dell’intera squadra.

La collaborazione con l’allenatore e con lo staff diventa quindi indispensabile per comprendere quali soluzioni la squadra voglia utilizzare nella costruzione, quali rischi sia disposta ad assumersi e quali comportamenti siano richiesti al portiere nelle diverse fasi della partita. Una scelta tecnicamente corretta può risultare inefficace se non è coerente con il movimento del compagno o con il principio tattico condiviso; al contrario, una distribuzione apparentemente semplice può diventare determinante quando permette alla squadra di conservare il possesso, attirare la pressione e liberare uno spazio successivo.

Il percorso UEFA GK A di Coverciano, che prevede analisi video individuali, di reparto e collettive prima della progettazione della seduta secondo il metodo PAGS, rappresenta un esempio concreto di questa integrazione tra osservazione, interpretazione e proposta allenante.

Per me, questo è il punto sul quale dobbiamo investire maggiormente: diventare allenatori capaci di collegare il lavoro specifico alla prestazione collettiva, sapendo quando intervenire sulla tecnica, quando approfondire una scelta tattica e quando lasciare che il portiere affronti una situazione senza ricevere immediatamente la soluzione dall’esterno. L’obiettivo non è renderlo dipendente dalle indicazioni dell’allenatore, ma aiutarlo a costruire criteri che gli permettano di prendere decisioni sempre più autonome.

Dopo più di vent’anni sul campo, considero questa una delle responsabilità più importanti del nostro mestiere: non insegnare soltanto a eseguire meglio, ma creare le condizioni perché il portiere possa comprendere ciò che sta facendo e riconoscere quando è necessario comportarsi diversamente.

Il futuro comincia dal modo in cui ci alleniamo oggi

Se dovessi sintetizzare il percorso sviluppato in questi articoli, direi che il rinvio del portiere moderno non è semplicemente un gesto tecnico diventato più importante, ma una finestra attraverso la quale possiamo osservare l’evoluzione complessiva del ruolo. Attraverso la distribuzione emergono la qualità della percezione, la capacità di leggere la pressione, la gestione del tempo, l’organizzazione biomeccanica, la relazione con i compagni e la possibilità di contribuire allo sviluppo dell’azione senza perdere la consapevolezza delle responsabilità difensive.

Per questo motivo, quando preparo una seduta, non voglio partire esclusivamente dalla domanda su quale passaggio debba allenare il portiere. Voglio sapere quale problema di gioco intendo affrontare, quali informazioni dovrà imparare a riconoscere, quali soluzioni dovrà essere in grado di valutare e quali competenze tecniche gli serviranno per realizzarle. Da lì posso costruire un percorso che alterni esercitazioni analitiche, situazioni variabili e lavoro con la squadra, verificando successivamente se ciò che è stato appreso compare anche nella partita.

Non credo che il portiere del futuro sarà necessariamente quello che giocherà sempre corto, quello che lancerà più lontano o quello che toccherà più palloni durante la costruzione. Credo, piuttosto, che sarà il portiere capace di riconoscere quale comportamento richieda la situazione, di adattarsi alle esigenze della squadra e di passare rapidamente dalla partecipazione al gioco alla difesa della porta quando il contesto cambia.

La tecnologia continuerà a offrirci nuovi strumenti, i modelli di gioco evolveranno e le richieste tattiche diventeranno probabilmente ancora più articolate, ma il nostro compito rimarrà quello di trasformare queste evoluzioni in esperienze di apprendimento coerenti con il livello del portiere, con le sue caratteristiche e con il contesto in cui deve esprimersi.

La vera innovazione, quindi, non consiste nell’aggiungere continuamente nuove esercitazioni al programma, ma nel migliorare la qualità delle domande che guidano il nostro lavoro, osservando con maggiore attenzione la partita, progettando con maggiore precisione la seduta e verificando con onestà ciò che il portiere riesce realmente a trasferire in campo.

Perché il portiere moderno non si riconosce soltanto da come calcia il pallone, ma dalla capacità di comprendere il gioco prima di calciarlo e di essere pronto a difendere la propria porta subito dopo.

Ed è da questa consapevolezza che, secondo me, deve continuare a evolversi il nostro lavoro di allenatori dei portieri.

BIO: ANTONIO FERRARO

Allenatore dei portieri con oltre vent’anni di esperienza nel calcio, maturata in contesti professionistici e dilettantistici ad alto livello. Nel corso della carriera ha operato all’interno del settore giovanile professionistico del Torino Calcio, affiancando allo sviluppo tecnico una costante attenzione agli aspetti percettivo-decisionali della prestazione del portiere.

In possesso di Laurea Magistrale in Scienze Motorie, integra competenze accademiche e metodologiche con l’esperienza di campo, sviluppando modelli di allenamento basati sull’evoluzione del ruolo nel calcio moderno.

È abilitato UEFA A e specializzato come Allenatore dei Portieri con qualifica UEFA Goalkeeper B (UEFA GKB), titoli che certificano una preparazione avanzata nella gestione e nello sviluppo della prestazione specifica.

Nel corso del proprio percorso ha lavorato in diverse categorie, dalla Serie C ai campionati di Eccellenza e Promozione, confrontandosi con contesti competitivi differenti e contribuendo alla crescita di portieri in tutte le fasi del loro sviluppo.

L’attività è orientata allo studio e all’applicazione di modelli prestativi innovativi, con particolare riferimento ai processi di scanning, anticipazione e preparazione motoria, elementi chiave nel ruolo del portiere nel calcio contemporaneo.

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