La stagione 1983-84 consegna all’albo d’oro il secondo successo del Tottenham, che or dunque si aggiudica nuovamente la Coppa Uefa dopo l’edizione inaugurale del 1971-72 e raggiunge momentaneamente in vetta Liverpool e Borussia Moenchengladbach nel computo globale dei trionfi nella manifestazione.
In una finale combattuta, che si decide soltanto ai calci di rigore dopo il doppio 1-1 dei tempi regolamentari, ad abdicare sono i belgi dell’Anderlecht, detentori del titolo e ormai lodevole consuetudine degli atti conclusivi delle manifestazioni continentali (è per loro, infatti, la quinta finale in 9 anni fra coppa Uefa e Coppa delle Coppe).
L’anno seguente, a distanza di 19 anni dall’ultimo trionfo in Coppa dei Campioni, il Real Madrid torna a vincere in Europa conquistando la sua prima coppa Uefa.
Dopo l’ultima firma sul trono continentale del 1966, ottenuta a spese del Partizan Belgrado ( con la Casablanca all’ottava finale in 11 edizioni) e dopo aver perso la finale del 1981 contro il Liverpool (da aggiungere anche l’eclatante sconfitta nell’atto conclusivo della Coppa delle Coppe del 1983 contro l’Aberdeen), i blancos hanno ragione del Videoton, compagine ungherese, nella doppia finale, dopo aver eliminato l’Inter nel penultimo atto della competizione (ribaltando lo 0-2 di San Siro). Butraguegno e compagni sollevano il trofeo al Bernabeu pur perdendo 1-0 fra le mura amiche in virtù del 3-0 in terra d’Ungheria.
Evidentemente provato dal precedente quasi ventennale digiuno e scottato dalla dicitura ormai quasi conclamata di compagine appartenente ad una gloria esclusivamente primordiale, il Real bissa il successo in Coppa UEFA aggiudicandosi anche l’edizione 1985-86.
I blancos, protagonisti di un torneo roboante, inanellano notti irripetibili sino alla doppia finale contro il Colonia che, nella gara d’andata, cade al Bernabeu per 5-1: con l’identico punteggio le merengues avevano eliminato l’Inter in semifinale (ai supplementari) dopo il 3-1 dei nerazzurri a San Siro; era servito un 4-0 contro il Borussia Moenchengladbach, invece, proprio per ribaltare, ironia della sorte, il 5-1 a favore dei tedeschi negli ottavi in Germania Ovest. Le emozioni non si può dire siano dunque mancate in terra iberica.
Nel 1987, trascorso un lustro, il Goteborg fa nuovamente sua la Coppa UEFA battendo nella doppia finale il Dundee United e conseguentemente ribadendo la propria competitività all’interno dei confini continentali: capacità di essere protagonisti che si protrarrà sino alla metà degli anni novanta, con gli svedesi regolarmente presenti nelle prime edizioni della Champions League e continuamente insidiosi per qualsivoglia rivale. Grazie ai gol del capocannoniere Rantanen (in coabitazione, fra gli altri, con il torinista Kieft) e all’oculata guida del reparto arretrato da parte di Glenn Hysen (che vestirà la maglia della Fiorentina), i biancoazzurri si impongono in una edizione avara di acuti da parte della nobiltà del calcio europeo presente: fra le altre, a lasciare le penne contro il Goteborg, nel doppio confronto ai quarti di finale, è l’Inter.
Un anno più tardi II Bayer Leverkusen, guidato da Erich Ribbeck, si aggiudica il suo primo e tuttora unico torneo continentale, arginando l’encomiabile Espanyol di Javier Clemente.
Il calcio tedesco torna infatti a vincere la competizione dopo un atto conclusivo pazzesco, con le “aspirine” capaci di ribaltare, dopo i calci di rigore, lo 0-3 subito in terra spagnola.
Una delusione enorme per la seconda squadra di Barcellona, capace di eliminare nel corso del torneo sia il Milan (che vincerà lo scudetto con Sacchi nove anni dopo quello della stella) che l’Inter del Trap, rispettivamente ai sedicesimi e agli ottavi. Si arresta invece ai quarti contro il Werder Brema l’avventura del Verona.
Il trionfo dei rossoneri teutonici è da considerarsi a tutti gli effetti uno spartiacque storico, una linea di demarcazione, una cronologica chiosa nella storia della competizione che da quel momento assumerà, per una decade intera, le fattezze istituzionali di una coppa nazionale: le compagini italiane, pur non inanellando la straordinaria sequela di undici successi consecutivi (che avrebbe assunto contorni epici e verosimilmente irraggiungibili), annienteranno infatti la concorrenza d’oltralpe rendendo la Coppa UEFA un affare interno, a sublime testimonianza di una supremazia concettuale e tecnica che caratterizzerà l’ultimo decennio dello scorso millennio, altresì nobilitato da nove atti conclusivi in Coppa dei Campioni fra il 1989 e il 1998 ( cinque del Milan, tre della Juve e uno della Sampdoria).
È Diego Armando Maradona ad aprire l’incredibile ciclo: il pibe de oro compie il miracolo anche in Europa e conduce il Napoli, dopo lo scudetto del 1987 (ed in attesa del tricolore del 1990), alla conquista della Coppa UEFA. Nella doppia finale a cadere è lo Stoccarda di Jurgen Klinsmann (assente nella gara d’andata vinta per 2-1 dai partenopei), che s’inchina dopo una prova di forza indiscutibile degli azzurri che, in terra di Germania, nella gara di ritorno, chiudono la pratica già nel primo tempo. Da sottolineare il cammino dei vincitori che nei quarti di finale eliminano la Juventus dopo i tempi supplementari (ribaltando lo 0-2 di Torino) ed il Bayern Monaco in semifinale.
L’anno successivo, corre la stagione 1989-90, l’impronta dell’italico dominio assume contorni immediatamente maestosi: il Milan trionfa in Coppa dei Campioni, la Sampdoria fa sua la Coppa delle Coppe e la Coppa UEFA sancisce addirittura un atto conclusivo esclusivamente nostrano.
La Juventus, nella prima finale continentale tutta italiana della storia, vince la sua seconda Coppa UEFA (dopo quella del 1977) e consente all’Italia, attraverso la conquista della totalità delle competizioni internazionali, di legittimare ulteriormente la propria leadership e il proprio dominio in campo europeo, confermandosi come principale movimento del Vecchio Continente. I bianconeri conquistano il trofeo superando nella doppia finale la Fiorentina che non riesce, nella gara di ritorno giocata al “Partenio” di Avellino, a ribaltare il 3-1 di Torino griffato dagli uomini di Dino Zoff.
Un atto conclusivo permeato dalla storica rivalità fra le due tifoserie, acuita dalle voci che già in quel momento davano Roberto Baggio in procinto di accasarsi alla Juve (come poi avvenne) nella stagione successiva.
La Juve stabilisce altresì il record di prima squadra a vincere il torneo senza aver subito alcun gol in trasferta.
Purtroppo un tristissimo ricordo è legato a quest’edizione: Gaetano Scirea perse la vita in Polonia, ivi recatosi per acquisire, quale vice di Dino Zoff, informazioni più dettagliate relativamente alla squadra del Gornik Zabrze contro cui la Vecchia Signora avrebbe dovuto giocare nei trentaduesimi di finale.
Una nazione intera pianse e piange ancora una delle figure di calciatore e di uomo più nobili che il panorama mondiale abbia mai conosciuto.
Conquistare l’allora sesto sigillo internazionale assunse dunque per la Vecchia Signora un valore simbolico piu elevato.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










