Il calcio è un gioco di straordinaria complessità, fatto di relazioni, scelte, spazi, tempi e variabili in continua trasformazione. Eppure, all’interno di questa complessità, il suo obiettivo ultimo rimane estremamente chiaro: segnare più gol dell’avversario. Ed è proprio qui che emerge uno dei suoi apparenti paradossi: per vincere basta un gol più dell’avversario, ma più tiri e più gol si riescono a produrre, più ci si allontana dal pareggio e aumenta la probabilità di vittoria. Di conseguenza, creare il maggior numero possibile di occasioni per arrivare alla conclusione e trasformarne il più possibile in gol dovrebbe rappresentare l’obiettivo fondamentale da perseguire.Tutto ciò che avviene durante il possesso del pallone dovrebbe quindi essere valutato attraverso una domanda fondamentale:
Questa scelta aumenta o riduce la nostra possibilità di arrivare a una conclusione efficace?
Il passaggio, il controllo, la conduzione e il possesso non producono direttamente il risultato. Sono strumenti. Il tiro, invece, rappresenta l’atto attraverso il quale una squadra può concretamente trasformare il proprio dominio del gioco in un gol.
Da qui nasce un principio essenziale:
«Il possesso non ha valore per la quantità di tempo in cui si mantiene il pallone, ma per ciò che permette di creare.»
- LA LOGICA DELLA SCELTA
In ogni momento di possesso, il giocatore si trova davanti a una successione di decisioni.
Può avanzare, passare, condurre, proteggere il pallone o concludere.
Queste azioni non hanno però lo stesso valore in assoluto. Il loro valore dipende dalla capacità di avvicinare la squadra alla porta avversaria e di aumentare la probabilità di costruire una conclusione favorevole.
Il principio non è quindi:
passare meno possibile.
Il principio è:
compiere solo le azioni necessarie per arrivare nella migliore condizione possibile al tiro.
Ogni passaggio aggiuntivo deve avere una funzione precisa. Se non permette di avanzare, superare una pressione, creare superiorità, liberare uno spazio o migliorare la qualità dell’azione successiva, rischia di diventare semplice circolazione.
E la circolazione, da sola, non produce gol.
Di conseguenza, creare il maggior numero possibile di occasioni per arrivare alla conclusione e trasformarne il più possibile in gol dovrebbe rappresentare uno degli obiettivi fondamentali da perseguire.
2. IL PRINCIPIO OPERATIVO: MASSIMA PROGRESSIONE, MINIMA DISPERSIONE
Una squadra efficace non cerca semplicemente di mantenere il pallone.
Cerca di capire, in ogni istante, quanto rapidamente possa trasformare il possesso in una reale minaccia offensiva.
Questo non significa attaccare sempre in modo precipitoso.
Significa evitare che il possesso diventi un’abitudine indipendente dall’obiettivo.
La domanda operativa deve essere costante:
«Possiamo andare avanti?»
Se la risposta è sì, la squadra deve riconoscere e sfruttare quella possibilità.
Se la risposta è no, il mantenimento del pallone diventa funzionale alla preparazione della successiva possibilità di avanzamento.
Il possesso, quindi, non è il contrario della verticalità.
È utile soltanto quando serve a rendere possibile una verticalità migliore.
I TRE CONCETTI OPERATIVI
1. Eliminare il possesso improduttivo
Ogni azione con il pallone deve avere una ragione.
Un passaggio può essere utile per attirare un avversario, liberare un compagno, cambiare lato, superare una linea di pressione o preparare un attacco successivo.
Il criterio non è il numero di passaggi.
Il criterio è la loro funzione.
2. Prima scelta: riconoscere e attaccare lo spazio
Quando esiste uno spazio realmente attaccabile davanti al possessore, la prima valutazione deve essere orientata alla progressione.
Verticalizzare non significa necessariamente lanciare lungo.
Significa ridurre la distanza tra la situazione attuale e la porta avversaria attraverso la scelta più efficace disponibile.
Può essere una conduzione. Può essere un passaggio filtrante. Può essere un uno-due. Può essere un cambio di gioco che permette successivamente di avanzare.
Il principio rimane invariato:
«Se possiamo progredire con efficacia, dobbiamo prima riconoscere questa possibilità rispetto all’abitudine di conservare il possesso.»
3. Compressione del tempo e delle azioni
Una squadra può essere analizzata attraverso una domanda estremamente concreta:
Quanto tempo e quante azioni servono per trasformare un recupero o un possesso in una situazione di tiro?
L’obiettivo non è necessariamente arrivare sempre al tiro nel minor tempo possibile.
L’obiettivo è evitare tempo e azioni inutili.
– Ogni secondo deve avere una funzione.
– Ogni passaggio deve modificare qualcosa.
– Ogni scelta deve avvicinare la squadra alla possibilità di creare un vantaggio.
Il concetto può essere sintetizzato così:
«Non dobbiamo giocare velocemente. Dobbiamo eliminare ciò che rallenta inutilmente il nostro arrivo verso la porta.»
LA VERTICALITÀ COME CRITERIO DI PRIORITÀ
La verticalità non deve essere interpretata come un dogma tecnico. È un criterio di priorità. Prima cerco ciò che mi permette di avanzare. Se non posso avanzare con sufficiente efficacia, mantengo il pallone per creare una condizione migliore. Questo ribalta la logica tradizionale del possesso.
Non si parte dal principio: “teniamo la palla finché non troviamo qualcosa”.
Si parte dal principio: “cerchiamo immediatamente ciò che ci permette di avanzare; se non esiste, utilizziamo il possesso per farlo emergere”.
LA SINTESI
Il calcio non premia il numero di passaggi. Non premia il tempo di possesso. Non premia il dominio estetico della circolazione. Il risultato premia la capacità di trasformare le azioni in gol.
Per questo il principio guida deve essere semplice:
«Il possesso è un mezzo. La progressione è una priorità. Il tiro è la finalizzazione. Il gol è il risultato.»
Una squadra efficace non è quella che tiene maggiormente il pallone.
È quella che sa riconoscere con maggiore velocità quando avanzare, quando mantenere il possesso e, soprattutto, quando trasformare il possesso in una reale possibilità di segnare.

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Bio: Alessandro Pasqualini
Appassionato di calcio sin dall’infanzia, Alessandro ha dedicato oltre 25 anni al mondo del pallone, prima come giocatore e poi come allenatore, vivendo anche un’importante parentesi nella prestigiosa galassia rossonera del Milan, guidata da Seno e Baresi.
Parallelamente al calcio, ha sviluppato una solida carriera nel settore del benessere psicofisico, del fitness e del coaching relazionale. Attraverso anni di studio e pratica, ha approfondito numerose tecniche e discipline legate all’allenamento, alla crescita personale e alla performance mentale, arrivando in alcuni ambiti a ricoprire il ruolo di formatore.
La sua esperienza unisce la passione sportiva alla conoscenza delle dinamiche motivazionali e relazionali, con l’obiettivo di aiutare le persone a raggiungere un equilibrio tra corpo e mente, migliorando la propria qualità di vita e il rendimento, dentro e fuori dal campo.











4 risposte
Mi permetto di dissentire. Il possesso serve anche a consolidare predominio; a stancare gli avversari; a frustrarli, nel dover correre appresso al pallone, senza mai riuscire a mantenerlo. Non so se le sia mai capitato di giocare e non riuscire ad interrompere lunghi tratti di possesso avversario. Non è piacevole. Anzi. Anche banalmente; se ho il pallone, diminuiscono le possibilità che segnino gli avversari. Senza contare che ci si può anche ricompattare mentalmente; si può rifiutare un attimo e si possono ristabilire alcuni comportamenti principiali mentre si gestisce il pallone; cosa impossibile se si è costretti a rincorrere. Uno; due; dieci; trenta passaggi possono essere propedeutici per andare a calciare in porta, ma anche per ottenere un effetto logorante; per capire reazioni comportamentali avversarie. Chiediamo tanto di poter allenare giocatori intelligenti e poi non diamo loro la possibilità di mettere a frutto queste capacità di comprensione del gioco stesso. Questa minimizzazione dell’importanza assoluta e totale del possesso, a mio avviso, è molto fuorviante. Sono d’accordo su altri punti del pezzo, chiaramente; ma ad oggi, ancora non capisco se esista una cosa simile ad un “possesso improduttivo”. Umilmente, penso che esistano giocate ineffettive o inefficaci, ma non c’entra con il concetto di possesso. Un abbraccio
Ciao Piergiorgio mi permetto di risponderti brevemente poi, se vorrà, lo farà anche l’autore. Non credo l’intento fosse quello di sminuire l’importanza del possesso.
Questa secondo me è la frase da tener presente: «Il possesso non ha valore per la quantità di tempo in cui si mantiene il pallone, ma per ciò che permette di creare.».
Grazie sempre Piergiorgio.
Filippo
Intanto ciao Filippo(mi permetto di darti del tu)e grazie a te per il lavoro che fai. Quella frase è una delle parti del pezzo che condivido e condividevo. Quando scrive :”per creare” intendo proprio quello: resting defense; frustrazione negli avversari; crearsi opzioni in più etc. Tutta una serie di cose che sono fondamentali nella partita, tanto quanto segnare un goal. Come ho scritto nel commento a “La Fiera del Calcio”, penso che tu sia l’unica luce possibile per il calcio italiano. Ovviamente in tanti pensiamo e ragioniamo in modo simile, ma tu hai una carriera gloriosa come calciatore prima e come allenatore/dirigente poi e questo può essere fondamentale, perché alla fine conta anche il nome e nel tuo caso, quel nome è prestigioso per quanto fatto e conseguito con merito sul campo e non per altri motivi. A presto.
Caro Piergiorgio,
grazie per il contributo, in effetti concordo con Filippo e lo ringrazio. Il punto centrale dell’articolo non è negare il valore del possesso, ma definirne la “corretta gerarchia” rispetto alle giocate, ponendo al centro la capacità di creare le condizioni più funzionali per arrivare a segnare.
Del resto, il “controllo” della partita è uno strumento, mai il fine ultimo.
Un abbraccio e buona domenica.