LA PUREZZA DEL GIOCO NELLA COMPLESSITÀ: COSA MI STA INSEGNANDO IZOLA

Un’esperienza in Slovenia tra territorio, cultura tecnica, formazione e la ricerca di ciò che non dovremmo perdere del calcio

Quando ho accettato di iniziare questa esperienza al NK Izola, in Slovenia, sapevo che avrei incontrato un contesto calcistico, culturale e sociale differente da quelli nei quali avevo lavorato fino a quel momento.

Quello che forse non immaginavo era che questa esperienza mi avrebbe portato così presto a interrogarmi non soltanto su ciò che avrei potuto dare al settore giovanile del club, ma anche, e forse soprattutto, su quanto quel territorio avrebbe potuto dare a me.

Sono arrivato a Izola portando inevitabilmente con me il mio percorso. Ho iniziato ad allenare a diciotto anni, nel 2006. Non essendo stato un calciatore professionista, ho capito molto presto che, se volevo provare a costruirmi una strada nel calcio, avrei dovuto studiare, osservare, sperimentare e continuare a mettere in discussione ciò che pensavo di sapere.

Negli anni ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno modificato profondamente il mio modo di interpretare il gioco e l’allenamento. Tra queste c’è sicuramente Filippo Galli, e con lui Edgardo Zanoli e Domenico Gualtieri, per il quale ho l’onore di poter scrivere. Dal confronto con lui e con altre persone incontrate durante il mio percorso ho progressivamente abbandonato l’idea che allenare significhi principalmente trasmettere soluzioni, avvicinandomi sempre di più a una concezione nella quale il compito dell’allenatore sia quello di creare ambienti capaci di generare problemi, relazioni, percezioni, decisioni e, quindi, apprendimento.

A questo percorso si è aggiunta recentemente un’esperienza per me particolarmente significativa: il Corso per Responsabile di Settore Giovanile a Coverciano.

Al di là dei contenuti e del confronto con professionisti provenienti da realtà differenti, quel percorso mi ha lasciato soprattutto una domanda sul significato della parola “responsabile”. Essere responsabile di un settore giovanile non può significare soltanto organizzare squadre, scegliere allenatori, definire programmi o controllare ciò che accade sui campi.

Significa assumersi la responsabilità di costruire un ambiente formativo. Un ambiente nel quale devono crescere i giocatori, certamente, ma anche gli allenatori e, inevitabilmente, chi quel settore giovanile lo dirige.

A Coverciano ho rafforzato la convinzione che il responsabile non possa essere semplicemente colui che possiede le risposte. Dovrebbe essere anche qualcuno capace di generare domande, mettere in relazione competenze differenti e costruire una visione comune senza cancellare le individualità.

Ed è probabilmente soltanto arrivando a Izola che ho iniziato a comprendere fino in fondo quanto tutto questo sia difficile e, allo stesso tempo, affascinante. Perché una cosa è parlarne in un’aula. Un’altra è entrare ogni giorno in un campo e provare a trasformare quelle idee in relazioni reali.

Perché Izola

La possibilità di mettere alla prova queste convinzioni è arrivata attraverso l’incontro con il gruppo Breinrock. È anche per questo che ho accettato l’avventura di Izola. Non soltanto per un ruolo, per una squadra o per la possibilità di lavorare all’estero. Fin dai primi confronti ho percepito qualcosa per me fondamentale: una visione. Breinrock è un gruppo composto da aziende, professionalità, competenze e persone differenti. Ed è interessante osservare come proprio dalla relazione tra prospettive diverse nascano quotidianamente idee, proposte e nuovi progetti.

Anche qui ritrovo, in qualche modo, il concetto di complessità. Come relazione tra elementi differenti. Una proposta genera una discussione. La discussione modifica la proposta. Una visione incontra un’altra visione e da quell’incontro può emergere qualcosa che inizialmente nessuno aveva immaginato esattamente in quella forma.

È una dinamica che vivo quotidianamente.Ci confrontiamo, scriviamo, modifichiamo, progettiamo. E soprattutto non stiamo ragionando soltanto sull’oggi. Stiamo provando a immaginare cosa possa diventare questo progetto nei prossimi cinque anni. Lo stiamo facendo confrontando continuamente le nostre visioni: quella della proprietà, quella di chi conosce il territorio, quella di chi vive quotidianamente il club e quella che provo a portare io rispetto allo sviluppo dei giovani e alla costruzione di un’identità metodologica.

Non sempre le idee coincidono immediatamente. Ed è giusto che sia così. Perché lavorare insieme non significa necessariamente pensarla tutti allo stesso modo. Significa riuscire a costruire qualcosa anche attraverso le differenze.

Un settore giovanile, del resto, non si costruisce in una stagione. Quando ragioniamo su una prospettiva di cinque anni stiamo parlando anche di bambini che oggi hanno dodici o tredici anni e che, alla fine di quel percorso, saranno ragazzi vicini al calcio dei grandi.

Ciò che facciamo oggi, quindi, non può essere valutato soltanto attraverso il risultato della domenica successiva. Stiamo seminando qualcosa di cui, in molti casi, non vedremo immediatamente il risultato. Ed è proprio la possibilità di avere tempo che rende credibile la parola formazione. Abbiamo una direzione, obiettivi e idee. Ma un progetto di cinque anni non può essere previsto in ogni dettaglio fin dal primo giorno. Dovrà modificarsi, adattarsi, affrontare problemi che oggi non conosciamo e cogliere opportunità che oggi non possiamo prevedere.

Esattamente come accade nel gioco. Forse anche costruire un club significa questo: avere una direzione senza pretendere di conoscere in anticipo tutta la strada.

La purezza del gioco del calcio

Negli anni, attraverso lo studio, il campo e soprattutto gli incontri con persone che hanno influenzato il mio percorso, ho progressivamente modificato il mio modo di osservare il calcio. Oggi, più che cercare una metodologia alla quale appartenere, sento il bisogno di provare a preservare quella che definirei la purezza del gioco del calcio. Per purezza non intendo qualcosa di romantico o nostalgico. Intendo provare a partire dal calcio per comprendere il calcio. Dal gioco. Dalle sue relazioni. Dalla sua imprevedibilità. Dalla necessità continua di percepire ciò che accade e trovare una risposta che non può essere completamente prevista in anticipo.

Il calcio è un gioco nel quale ogni situazione nasce dall’interazione tra moltissimi elementi: giocatori, spazio, tempo, palla, avversari, compagni, intenzioni, emozioni, risultato e contesto. Modificando uno solo di questi elementi, cambia ciò che accade. Ed è probabilmente proprio questa instabilità a renderlo così affascinante. Per questo negli anni ho iniziato a interrogarmi sempre di più sul rischio di allontanarci dalla natura del gioco proprio mentre cerchiamo di insegnarlo. Cerchiamo di controllare.

Il giocatore percepisce, interpreta, decide e agisce all’interno di un ambiente che, nel frattempo, sta già cambiando. È questa, per me, la purezza del gioco: non togliere al calcio ciò che rende il calcio un gioco.

Questa sensibilità trova punti di contatto con il pensiero complesso di Edgar Morin e, nell’ambito dell’apprendimento motorio, con l’approccio ecologico sviluppatosi a partire dagli studi di James J. Gibson e con i successivi contributi dell’Ecological Dynamics. Karl Newell ha descritto lo sviluppo della coordinazione attraverso l’interazione fra vincoli relativi all’individuo, al compito e all’ambiente; successivamente, Keith Davids e altri studiosi hanno sviluppato questi principi nell’ambito dell’acquisizione delle abilità sportive.

Ma non mi interessa utilizzare questi riferimenti per costruire una nuova etichetta metodologica. Al contrario. Più studio e più sento il bisogno di tornare al gioco. La teoria dovrebbe aiutarci a comprenderne la complessità, non convincerci di poterla controllare completamente.

Possiamo semplificare il gioco, modificarne le condizioni, creare contesti che facciano emergere determinati comportamenti e accompagnare il giocatore. Ma dovremmo sempre avere l’attenzione di non togliere al gioco la possibilità di insegnare. Ed è proprio questa idea di purezza che sto riscoprendo con ancora maggiore forza da quando sono arrivato a Izola.

Prima di parlare, ascoltare

Uno degli errori che avrei potuto commettere sarebbe stato presentarmi al NK Izola pensando: “Adesso vi faccio vedere come si lavora.” Sarebbe stato probabilmente il modo più veloce per fallire. E soprattutto avrebbe rappresentato una contraddizione rispetto alla visione che avrei voluto proporre. Perché se sosteniamo che il giocatore debba adattarsi continuamente all’ambiente, per quale motivo l’allenatore dovrebbe esserne esente?

Se consideriamo il calcio un sistema complesso e adattivo, anche chi guida un processo formativo deve possedere la capacità di modificarsi entrando in relazione con un nuovo contesto. Così, prima di chiedere agli altri di adattarsi alle mie idee, ho cercato di fare esattamente il contrario: adattarmi io a loro. Alla società, agli allenatori, ai ragazzi, alle strutture, alle abitudini e soprattutto al territorio.

Ho cercato inizialmente di osservare molto. Gli allenamenti e le partite delle diverse categorie, naturalmente, ma anche quelloche accadeva intorno agli allenamenti. Come arrivavano i bambini. Come parlavano gli allenatori. Come vivevano il campo. Come si comportavano le famiglie. Come i ragazzi organizzavano la propria giornata. Perché un settore giovanile non esiste isolato dalla comunità nella quale vive.

Imparare una lingua per entrare in un territorio

Anche per questo ho deciso di studiare la lingua slovena. Potrebbe sembrare un elemento marginale rispetto al lavoro sul campo. Per me non lo è. La lingua è cultura, relazione, appartenenza. Ed è anche rispetto. Avrei potuto probabilmente svolgere una parte importante del mio lavoro utilizzando l’inglese, l’italiano o affidandomi alla disponibilità delle persone che mi circondano.

Ma se ho scelto di vivere professionalmente questo territorio, sento di avere anche la responsabilità di provare a entrarci veramente. Sto studiando sloveno perché voglio progressivamente comprendere quello che viene detto senza dover aspettare necessariamente una traduzione. Voglio capire una battuta nello spogliatoio, una parola pronunciata da un bambino, una sfumatura utilizzata da un allenatore.

Voglio poter parlare sempre più direttamente con un ragazzo. Perché anche questa, in fondo, è metodologia. Possiamo studiare per anni la comunicazione dell’allenatore, ma prima ancora delle tecniche comunicative esiste qualcosa di molto più semplice: la volontà di incontrare l’altro. Prima di pretendere di essere compreso, devo provare io a comprendere.

Incontrare una scuola calcistica, non sostituirla

Adattarmi al territorio significa anche cercare di comprendere più profondamente la scuola calcistica slovena. Una delle cose che sto osservando è la presenza di una grande cultura tecnica. C’è attenzione per il rapporto con la palla, per il gesto, per la qualità individuale e per dettagli che appartengono all’identità calcistica di questo territorio. Per me questo rappresenta prima di tutto un patrimonio da conoscere.

Arrivando dall’Italia sarebbe stato presuntuoso osservare ciò che viene fatto attraverso le categorie alle quali sono stato abituato durante il mio percorso e stabilire immediatamente cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Sto cercando di fare il contrario. Prima capire perché lavorano in un determinato modo. Poi provare a costruire qualcosa insieme.

Sto osservando come viene allenata la tecnica, quale significato le viene attribuito, quali esercitazioni appartengono maggiormente alla loro cultura e quale rapporto gli allenatori sloveni hanno con lo sviluppo individuale del giocatore. Naturalmente porto con me le mie convinzioni. Ma incontrare una cultura tecnica differente dalla mia mi sta obbligando anche a interrogarmi su come queste prospettive possano dialogare. La domanda non è:

“Come posso sostituire il loro modo di lavorare con il mio?”

La domanda che mi interessa è:

“Come possiamo mettere insieme ciò che questa scuola calcistica possiede con ciò che io porto dal mio percorso, per provare insieme a migliorare?”

Credo che sia questo uno dei significati più autentici del lavorare all’estero. Se attraversiamo un confine soltanto per riprodurre esattamente ciò che facevamo nel nostro Paese, abbiamo cambiato luogo ma forse non abbiamo realmente fatto un’esperienza internazionale. L’esperienza comincia quando siamo disponibili a essere contaminati. Io porto le idee maturate attraverso anni di studio, campo e confronto con persone che hanno influenzato profondamente il mio pensiero.

La Slovenia mi sta offrendo un’altra cultura calcistica, una sensibilità tecnicaimportante, allenatori con esperienze diverse dalle mie, ragazzi cresciuti in unambiente differente e un territorio con caratteristiche proprie. Il punto d’incontro non deve essere un compromesso. Deve diventare un’evoluzione.

Non voglio che un allenatore sloveno diventi un allenatore italiano. E non voglio nemmeno diventare io un allenatore sloveno. Vorrei che dal confronto potessimo arrivare entrambi a vedere qualcosa che prima, separatamente, non vedevamo. Non esiste soltanto ciò che porto io. Non esiste soltanto ciò che trovo qui. Esiste ciò che possiamo costruire insieme.

Qualcosa che pensavo stessimo perdendo

Ed è osservando il territorio che Izola ha iniziato a sorprendermi ancora di più.

Una delle sensazioni più forti che sto vivendo in Slovenia è quella di trovarmi in un ambiente nel quale, per certi aspetti, esiste ancora la possibilità di lavorare come una volta. Bisogna capire bene cosa intendo. Non significa rinunciare alla scienza. Non significa allenarsi come trent’anni fa. Non significa rifiutare tecnologia, metodologia, analisi o conoscenze moderne.Significa che qui percepisco ancora un rapporto semplice e naturale tra il bambino, il territorio e il calcio.

Vedo bambini arrivare al campo da soli. A piedi o in bicicletta. Attraversano il paese e arrivano all’allenamento senza che ogni singolo momento della loro giornata debba necessariamente essere organizzato e supervisionato da un adulto.

Può sembrare un dettaglio. Per me non lo è. Poi ci sono i più grandi. Durante l’estate alcuni ragazzi lavorano. Organizzano i propri turni cercando di farli coincidere con gli allenamenti. Finiscono di lavorare, salgono sul motorino e arrivano al campo. Si cambiano. E si allenano. Sono immagini semplici, ma mi hanno fatto pensare molto.Perché dentro quel motorino parcheggiato fuori dal campo, dentro quella bicicletta lasciata vicino allo spogliatoio, c’è qualcosa di molto più importante di quanto possa sembrare.

C’è autonomia. C’è responsabilità. C’è appartenenza. Ma soprattutto c’è una scelta:

Voglio andare a giocare a calcio.

Il calcio prima del calciatore

Viviamo un’epoca nella quale tutto ciò che circonda il giovane calciatore è diventato estremamente sofisticato. Scarpe, abbigliamento, social network, video, personal trainer, tecnologia. Sono strumenti e realtà che possono avere una loro utilità. Il problema nasce quando ciò che sta intorno al calcio diventa più importante del calcio stesso.

A Izola sto vedendo qualcosa che mi piace molto. Non percepisco nei ragazzi un’ossessione particolare per l’ultima moda o per tutto ciò che serve a sembrare calciatori prima ancora di esserlo. Vedo ragazzi che vogliono soprattutto giocare. E questa cosa, apparentemente così banale, mi sta riconciliando con una certa purezza del calcio. Quella che molti di noi hanno conosciuto da bambini. Prendevi il pallone e giocavi. Non sapevi che stavi sviluppando capacità percettive.

Non conoscevi il concetto di affordance. Non avevi mai sentito parlare di capacità coordinative o condizionali. Giocavi. Eppure continuamente percepivi, decidevi, ti adattavi, risolvevi problemi. Quello che ci insegnava la strada Per generazioni il calcio è stato appreso anche in un luogo straordinariamente complesso: la strada.

La strada non aveva un programma metodologico, una periodizzazione o un allenatore che interrompeva l’azione ogni trenta secondi. Aveva però una quantità incredibile di problemi da risolvere. Il bambino più grande. Quello più piccolo. La porta costruita con due felpe. Il terreno irregolare. La squadra con un giocatore in meno. Una regola modificata perché qualcuno doveva tornare a casa. Era un ambiente instabile. E proprio per questo richiedeva adattamento continuo. Non voglio idealizzare il passato. Sarebbe metodologicamente ingenuo quanto rifiutarlo.

Ma forse dovremmo domandarci se, nel tentativo di organizzare sempre meglio il calcio dei bambini, non abbiamo progressivamente eliminato proprio alcune delle condizioni che permettevano loro di imparare.

Abbiamo organizzato gli orari, gli spostamenti, gli allenamenti, le esercitazioni, le correzioni, le partite. Talvolta persino le decisioni che dovrebbero prendere dentro al campo.Poi ci domandiamo perché fatichino a essere autonomi. Forse non dobbiamo creare autonomia. Dobbiamo smettere di toglierla

Parliamo molto di sviluppare giocatori autonomi. Ma l’autonomia non può essere soltanto un obiettivo dell’allenamento. Deve essere anche un’esperienza di vita. Un bambino che prende la bicicletta, arriva al campo, prepara la propria borsa, si allena e torna a casa sta sperimentando qualcosa che difficilmente possiamo riprodurre attraverso un’esercitazione.

Un ragazzo che lavora d’estate e deve organizzarsi per riuscire comunque ad allenarsi sta imparando a gestire priorità, fatica e responsabilità. Non sto dicendo che queste condizioni producano automaticamente calciatori migliori. Sto dicendo che contribuiscono a costruire persone più autonome. E se consideriamo il giocatore un essere umano prima che un atleta, non possiamo ignorarlo.

Non sono venuto a Izola per imporre “il mio metodo”

Ho una mia visione. Ho convinzioni forti. Ci sono principi nei quali credo. Ma sempre di più penso che un responsabile di settore giovanile non debba avere come obiettivo quello di creare dieci allenatori che lavorano esattamente come lui.

Sarebbe un paradosso.

Pretendere creatività dai giocatori costruendo allenatori standardizzati.Pretendere capacità decisionale dai ragazzi togliendo capacità decisionale ai tecnici. Pretendere adattamento dal giocatore attraverso una metodologia incapace di adattarsi al contesto. Per questo gli incontri metodologici che stiamo sviluppando al NK Izola cercano di non essere lezioni frontali. Ho scelto, per esempio, di utilizzare anche strumenti interattivi.

Prima ancora di spiegare come dovrebbe allenare un tecnico del NK Izola, abbiamo provato a porci altre domande:

“Come deve essere l’allenatore del NK Izola?” “Come deve pensare?”

Le risposte diventano materiale di discussione. Ci confrontiamo sul significato di apprendimento, gioco, divertimento, relazione ed errore.

Io porto le mie idee. Ma devo essere disposto anche a modificarle. Perché altrimenti non sarebbe confronto. Sarebbe indottrinamento.

Un responsabile di settore giovanile non dovrebbe essere il facilitatore di una cultura.

Anche una sconfitta è informazione

Naturalmente il percorso non è romantico.

Ci sono difficoltà, differenze di livello, problemi organizzativi e allenatori con

convinzioni differenti.

Ci sono state anche sconfitte pesanti.Con la mia U19 abbiamo affrontato realtà come il Koper, club di livello superiore,

pagando in alcune occasioni una differenza individuale evidente.

Abbiamo perso anche in maniera netta.

Ma proprio quelle partite Mi hanno restituito informazioni che un allenamento

probabilmente non sarebbe riuscito a darci con la stessa intensità.

Anche quando affrontiamo un dettaglio come la postura del difensore, però, provo

a non dimenticare una domanda:

postura rispetto a cosa?

Alla palla, all’avversario, al compagno, allo spazio, alla porta, al tempo disponibile.

Ancora una volta ritorniamo alla relazione.

Una postura perfetta indipendente dal contesto probabilmente non esiste.

Esiste una postura funzionale rispetto al problema che il gioco sta presentando in

quell’istante.

E magari, un secondo dopo, quel problema è già cambiato.

Conoscenze nuove per proteggere qualcosa di antico

Più trascorro tempo a Izola, più sento che questa esperienza mi sta conducendo

verso un apparente paradosso.

Sto cercando di portare nel mio lavoro conoscenze contemporanee

sull’apprendimento, sul comportamento e sulla metodologia.

Ma forse una parte del nostro compito consiste nell’utilizzare conoscenze nuove

per proteggere qualcosa di antico.

La voglia di giocare.

L’autonomia.

La responsabilità.

L’errore.

La curiosità.La relazione con il territorio.

Il bambino che prende una bicicletta perché ha allenamento.

Il ragazzo che termina il proprio turno di lavoro e arriva al campo in motorino.

Il pallone che continua a essere più importante delle scarpe che lo calciano.

Non dobbiamo tornare indietro.

Dobbiamo andare avanti senza perdere tutto quello che avevamo.

Ed è molto diverso.

Prima di cambiare un contesto, bisogna lasciarsi cambiare dal

contesto

Sono ancora all’inizio della mia esperienza al NK Izola.

Per questo non voglio presentare conclusioni.

Sarebbe incoerente farlo.

Preferisco parlare di domande.

Quando sono arrivato, probabilmente la domanda principale era:

“Che cosa posso portare al NK Izola?”

Oggi sento sempre più spesso la necessità di affiancarle un’altra:

“Che cosa può insegnare Izola a me?”

Forse è proprio questa la lezione più importante che sto ricevendo.

Possiamo studiare metodologie.

Possiamo leggere libri.

Possiamo frequentare corsi.

Dobbiamo farlo.

Ma poi arriviamo in un campo.Incontriamo venti ragazzi, un allenatore, una società, una proprietà con la quale

proviamo a immaginare i prossimi cinque anni.

Incontriamo una cultura calcistica differente dalla nostra.

Una lingua che ancora non conosciamo abbastanza e che decidiamo di iniziare a

studiare.

Una città.

Una storia.

Un territorio.

E tutto quello che sappiamo deve entrare in relazione con tutto quello che troviamo.

Forse è proprio qui che la parola complessità smette di appartenere ai libri e

comincia realmente ad appartenere al calcio.

Perché non esiste un metodo indipendente dal contesto.

Non esiste apprendimento indipendente dalla relazione.

Non esiste un progetto indipendente dalle persone che lo costruiscono.

E forse non esiste nemmeno un responsabile capace davvero di formare gli altri se

non è disposto, contemporaneamente, a continuare a formare se stesso.

Oggi, quando vedo uno dei nostri bambini arrivare al campo in bicicletta, penso che

il mio compito non sia soltanto chiedermi quale esercitazione proporremo quel

pomeriggio.

Devo anche chiedermi come fare affinché, diventando più competente, organizzato

e moderno, il nostro settore giovanile non tolga a quel bambino proprio ciò che lo

ha portato fin qui da solo.

La sua autonomia.

La sua curiosità.

La sua libertà.

E soprattutto quella semplicissima voglia di prendere un pallone e giocare.

Forse il futuro della formazione calcistica non consiste soltanto nell’inventare

qualcosa di nuovo.Forse consiste nel conoscere sempre di più il gioco senza avere la presunzione di

dominarlo.

Nell’utilizzare la scienza senza togliere spazio all’esperienza.

Nell’organizzare senza controllare tutto.

Nel guidare senza decidere sempre al posto degli altri.

Nel progettare cinque anni sapendo che saremo costretti a riscriverne

continuamente una parte.

Nell’arrivare in un altro Paese con delle convinzioni ed essere abbastanza curiosi

da permettere a quel Paese di modificarle.

E, soprattutto, nell’avere abbastanza sensibilità da riconoscere ciò che non

dovremmo perdere.

Forse è proprio questo ciò che sto cercando a Izola.

Non un metodo nuovo.

Non una formula.

Ma qualcosa che esiste da molto prima di noi:

la purezza del gioco del calcio.Riferimenti bibliografici

Davids, K., Button, C., & Bennett, S. (2008). Dynamics of Skill Acquisition: A Constraints-Led

Approach . Human Kinetics.

Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach to Visual Perception . Houghton Mifflin.

Morin, E. (1990). Introduction à la pensée complexe . ESF Éditeur.

Newell, K. M. (1986). “Constraints on the Development of Coordination”. In M. G. Wade & H. T. A.

Whiting (Eds.), Motor Development in Children: Aspects of Coordination and Control , pp. 341–

360. Martinus Nijhoff.

Renshaw, I., Davids, K., Newcombe, D., & Roberts, W. (2019). The Constraints-Led Approach:

Principles for Sports Coaching and Practice Design . Routledge.

Per approfondire – La complessità del calcio

Galli, F. (2022). Introduzione al percorso metodologico – Le 5 stagioni e pillole di metodologia –

1.

Galli, F. (2023). Pillole di metodologia: le esercitazioni situazionali.

Galli, F. (2024). La partita di calcio: prestazione calcistica o prestazione atletica – 2ª parte.

Galli, F. (2025). L’approccio dialogico nel calcio.

Urgnani, G. (2026). La strada, il gioco, lo sport (genitori e allenatori insieme)

BIO: Simone Benecchi, parmigiano, classe 1986, è allenatore e responsabile di settore giovanile. Nel suo percorso ha maturato esperienze come allenatore con Parma Calcio, Triestina, Fiorenzuola e Lentigione. Laureato magistrale in Scienze Motorie, Osteopata e diplomato al corso nazionale per Responsabile di Settore Giovanile a Coverciano, oggi è Academy Director dell’NK Izola, in Slovenia, e allenatore della selezione U19 del club.

6 risposte

  1. Complimenti! Contenuti validissimi, non solo per il calcio. Andrebbero a pennello anche per chi sta per intraprendere una carriera aziendale, indipendentemente dal fatto che sia a livello manageriale o di individual contributor, al suo primo impiego o già professionalmente maturo.

  2. Ho leto Tuta la relazione. E piu che mai sono con vinto, che a Izola e arrivato un uomo, che sa dove conduce la sua strada. Sa che un allenatore non puo cambiare il pensiero e la filosofia della gente, ma puo dare un grandissimo contributo a cresere l’ambiente e gli colaboratori della societa.
    Sono felice e orgolioso di avere come Responsabile tečni o dell settore giovanile non šolo un bravissimo allenatore ma anche un uomo con veri valori della vita.
    Simone grazzie Di tutto quello che fai per gli nostri bambini, nostra societa e per il calcio Isolano.
    Grazzie Di quore.

  3. Come genitori di un ragazzo della selezione U19 , della quale siete anche voi allenatore per noi e un onore avervi nella squadra.
    E vedere come avete contribuito a trasmettere i veri valori del calcio!
    Adattate gli allenamenti pensando sempre al bene della squadra, affinché sia sempre il più possibile al completo.
    Siamo felici di avere un allenatore dal cuore grande ma sopratutto di buon cuore.
    Vi auguriamo tanto successo nel vostro percorso da allenatore.
    Grazie per quello che siete e tutto cio che fate.
    Forza Isola!
    🤍💙

  4. Ciao Simone, concordo e rispetto questo bellissimo testo,rispecchia in modo semplice e chiaro la tua visione del calcio,rispetto,dedizione e professionalità Ti auguro di realizzare (e riuscirai) gli obiettivi prefissati.
    Ciao a te ,Vanessa e bimbe….

  5. Ciao Simone, concordo e rispetto questo bellissimo testo,rispecchia in modo semplice e chiaro la tua visione del calcio,rispetto,dedizione e professionalità Ti auguro di realizzare (e riuscirai) gli obiettivi prefissati.
    Ciao a te ,Vanessa e bimbe….

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