L’ARCHETIPO DELL’IMMORTALE: FRANCO BARESI NON APPARTERRÀ MAI AL PASSATO

La morte biologica è un limite democratico che livella gli uomini, ma non le loro opere. Ci sono individui che non si limitano ad attraversare il tempo, ma lo piegano, imprimendo un prima e un dopo. Franco Baresi non è semplicemente passato nella storia: ha scritto la storia. Nel momento in cui il corpo si arrende, si compie una metamorfosi metafisica.

L’atleta esce dalla cronaca per entrare nel mito, conquistando uno status di leggenda che trasforma la fine in un inizio. Questa è la sua vita ultraterrena, una dimensiona che resta terrena per sempre attraverso la memoria collettiva. Ad aeternum.

La traiettoria esistenziale di Baresi è contenuta nella genesi stessa dei suoi soprannomi, che segnano il passaggio dall’infanzia terrena alla maestosità assoluta. All’inizio era il “Piscinin”, il piccolino, un fanciullo gracile che doveva misurarsi con i giganti del calcio.

Rappresenta la materia grezza, l’uomo nella sua vulnerabilità iniziale. Ma la grandezza non si misura in centimetri, bensì in attitudine. Quel ragazzino si è appropriato del campo con una tale autorevolezza da meritare il nome dei sovrani, diventando per tutti “Kaiser Franz”, ereditando il titolo che era stato di Franz Beckenbauer. Questa transizione non è solo sportiva, è filosofica: è il compimento dell’evoluzione dell’essere, la dimostrazione che l’autorità morale può sottomettere la contingenza fisica.

Per comprendere come la grandezza terrena sconfigga l’oblio, occorre tornare alla lezione di Ugo Foscolo nei suoi Sepolcri: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani; e da essa si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi”. Il poeta spiegava che l’immortalità non risiede nella materia, ma nella memoria grata dei vivi.

Nel contesto di Baresi, questa corrispondenza si è attivata ogni volta che il popolo rossonero ha guardato a lui come a una certezza, specialmente quando scelse di restare al Milan negli anni bui della Serie B. La sua leadership silenziosa incarna perfettamente anche lo stoicismo di Seneca, che nelle Lettere a Lucilio ricordava: “La sfortuna mette alla prova i forti. Cerca un uomo che sia saldo, che sia integro, che sia intrepido di fronte alle tempeste”. Baresi è rimasto integro sia nella tempesta dei fallimenti societari che nei trionfi globali, trasformandosi nell’istituzione incorruttibile che rifiuta i compromessi del mercato.

La vera consacrazione metafisica, tuttavia, si compie quando la grandezza supera i confini dell’appartenenza e si spoglia dell’armatura della fazione. La purezza morale e tecnica di Baresi ha generato un fenomeno raro: la transustanziazione del rivale in archetipo. Nel momento in cui i tifosi avversari smettono di vederti come il capitano di una rivale storica e iniziano a riconoscerti come un simbolo universale, l’antagonismo si dissolve nella reverenza. Baresi ha smesso di essere proprietà esclusiva di una curva per diventare patrimonio immateriale di chiunque ami il calcio. Questo superamento dei colori non è un indebolimento dell’identità, ma la sua massima espansione filosofica: quando l’avversario si inchina, l’uomo cessa di essere un soldato di una causa e diventa l’incarnazione stessa del valore che rappresenta.

A livello geometrico e concettuale, il ruolo del “libero” da lui interpretato incarna la dialettica tra lo spirito Apollineo (ordine, misura, razionalità) e lo spirito Dionisiaco (caos, istinto), teorizzata da Friedrich Nietzsche nella Nascita della tragedia: “L’effetto più immediato della tragedia apollinea è che il coro […] diventa la partecipe espressione della natura e perciò parla, come questa, sentenze di saggezza e di verità”. Nel caos dionisiaco dell’attacco avversario, dove schemi e barriere rischiavano di saltare, Baresi era l’elemento apollineo regolatore. Il suo celebre braccio alzato per chiamare la linea del fuorigioco era l’esatta traduzione calcistica di questa sentenza di verità. Un solo gesto,perentorio e silenzioso, congelava il tempo, imponeva una razionalità geometrica al rettangolo verde e costringeva gli avversari ad arrendersi all’ordine da lui stabilito.

La vera immortalità si nutre della nobiltà della caduta. La finale dei Mondiali del 1994 rappresenta l’incarnazione delOltreuomo e del concetto nietzschiano di amor fati, l’amore per il proprio destino: “La mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non volere nulla di diverso da quello che è, non nel futuro, non nel passato, non per tutta l’eternità.

Non solo sopportare ciò che è necessario […] ma amarlo”. Tornare in campo a soli 25 giorni da un’operazione al menisco, annullare i giganti del Brasile per 120 minuti, è stato un atto di pura volontà oltreuomo. Poi, l’errore dal dischetto e le lacrime. In quel pianto disperato non c’è il crollo del mito, ma la sua definitiva consacrazione tragica. Baresi non ha rifiutato quel destino crudele; lo ha vissuto fino in fondo. Quella caduta non ha scalfito la sua grandezza, l’ha resa immensamente umana e, per questo, eterna. Svincolato dal deterioramento del tempo, il numero 6 è entrato nell’Iperuranio di Platone, il quale scriveva nella Repubblica: “Le cose vere sono quelle che rimangono sempre identiche a se stesse”. Baresi è diventato l’Idea stessa della difesa.

Quando il corpo di Franco Baresi si è arreso, l’intero pianeta calcistico si è fermato. Non c’è stata distinzione di bandiera: il mondo intero si è inchinato davanti al difensore supremo. L’atto finale di questo passaggio metafisico si è compiuto a Milano, sotto un sole estivo implacabile, dove migliaia di persone si sono radunate fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio. Una marea umana rimasta per ore in attesa, non per celebrare un funerale, ma per rendere omaggio al proprio Re. Tra lo sventolio delle sciarpe e il coro incessante “C’è solo un Capitano” che rompeva il silenzio della piazza, si è vista la plastica dimostrazione di cosa sia la vita ultraterrena. Quei tifosi accaldati e commossi erano la carne e il sangue del mito che si storicizza, il tributo terreno dovuto a un sovrano che non vedrà mai il tramonto del suo regno.

Pensare a Franco Baresi al passato è un errore di prospettiva e di grammatica filosofica. Gli uomini che creano un nuovo linguaggio, che incarnano la dignità e che diventano l’estensione vivente di un ideale, non svaniscono. Il Capitano ha ottenuto il diritto di abitare quel presente continuo riservato solo ai giganti. La sua assenza fisica è solo lo spazio vuoto lasciato per permettere al mito di splendere senza più alcun vincolo materiale.

Per questo, ogni volta che un difensore alzerà lo sguardo per guidare la linea, l’ombra e l’insegnamento del numero 6 saranno lì. Non nella cronaca che muta, ma nell’essere che resta. Ad aeternum.

BIO: Alessandro Mazzarello. Sono nato a Genova il tre agosto del 1977.

Sono laureato in giurisprudenza. Di professione, da quattro anni, sono un Docente Scolastico, dopo aver fatto per venti anni consulenza a privati ed imprese in campo finanziario e di strategie commerciali.

La mia vera e assoluta passione è, da sempre, il calcio. Per diciotto anni ho praticato il futsal a buoni livelli, dove ho avuto anche il doppio ruolo di allenatore – giocatore in serie C/1, perdendo la finale per l’accesso in serie B B con una piccola realtà e dove ho allenato inoltre la Rappresentativa Ligure, portandola, unica volta nella storia, alle semifinali nazionali.

Smesso di giocare, a trentacinque anni, in possesso della LICENZA UEFA B e LICENZA ALLENATORE CALCIO A 5, ho iniziato ad allenare nei settori giovanili, togliendomi, da subito, enormi soddisfazioni. Alcuni dei ragazzi che ho avuto la fortuna di allenare sono oggi dei professionisti o protagonisti assoluti nel campionato di serie D. Nei miei anni da allenatore ho avuto modo di iniziare a sperimentare la mia metodologia, un misto tra artigiano nel suo laboratorio e alchimista. La più bella esperienza quella come Responsabile Tecnico, dove ho appunto affinato quello che poi sarebbe diventato il mio presente e, ne sono certo, il mio futuro, il percorso di formazione e approfondimento metodologico con la AMC FOOTBALL ACADEMY.

AMC FOOTBALL ACADEMY nasce dopo il molto studio che ho parallelamente portato avanti alla sperimentazione sul campo e grazie anche ad importanti collaborazioni e constanti e continui confronti con importanti esperti del settore. Ho deciso di studiare la realtà del gioco e la sua costante e continua evoluzione, partendo sempre da perchè di un cosa.

Determinante la creazione della P&M COACHING e PM SOCCER LAB di cui sono co-founder insieme la collega mister Pasquale Palermo. Insieme abbiamo organizzato più di trenta incontri di formazione on line, con, adggi, oltre duecentomila visualizzazioni.

Sono sempre più convinto che possedere una LICENZA UEFA, quale essa sia, debba essere un punto di partenza e non di arrivo.

Costanti e aggiornamenti e approfondimenti sono la sola ed unica via per poter pensare di trasmettere delle conoscenze ai propri giocatori e alle proprie giocatrici.

Volersi sempre migliorare arricchendo il bagaglio delle conoscenze sia la sola ed unica strada per elevare il livello del proprio lavoro sul campo.

5 risposte

  1. Bellissimo articolo, molto belle e pertinenti le citazioni classiche, complimenti, il Capitano si onora anche così .
    Danilo

  2. Carissimo Alessandro meriti un encomiabile Chapeau per questo articolo dai contenuti socioumanitari e con richiami poetici e filosofici che realizzano la giusta e degna cornice al nostro unico ed immortale Capitano Franco Baresi. Come il Foscolo è ricordato e studiato nei libri di letteratura, il nostro Franco sarà l’esempio da seguire per le attuali e future generazioni dello sport più bello al mondo!
    Buona giornata!

    Massimo 48 ❤️🖤

  3. Buongiorno Alessandro, complimenti per l’articolo pieno di citazioni molto interessanti, per chi non è milanese/brianzolo, come scritto dal suo collega di questo blog Luca Villani, la parola piscinin vuol dire anche apprendista/garzone , che dà ancora più significato al soprannome e crediamo sia il suo vero significato! A presto!

  4. Bravissimo complimenti Alessandro#Franco Baresi,la sua assenza fisica adesso vive nel mito di un gigante universale nel manuale del Calcio

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