WORLD CUP ’26 – DALLO ZAIRE DEL 1974 ALL’ODIERNA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Il calcio, a determinate latitudini, non è mai stato un semplice gioco, ma uno specchio deformante del potere, della geopolitica e delle ambizioni dei singoli leader. Se c’è una storia che incarnI perfettamente questa complessa intersezione tra campo e “politica”, è quella che lega il passato dello Zaire al presente della Repubblica Democratica del Congo. Una traiettoria drammatica, cinquantennale, che parte dal terrore dei Mondiali di Germania 1974 e arriva, attraverso una profonda metamorfosi, alla vigilia della campagna nordamericana del 2026.

Germania 1974: l’illusione e il terrore sotto l’ombra di Mobutu

Nel 1974, lo Zaire si presentò in Germania Ovest come la prima squadra dell’Africa sub-sahariana a qualificarsi ad un Mondiale. I Leopardi, freschi vincitori della Coppa d’Africa 1972 tenutasi in Camerun, erano il fiore all’occhiello della propaganda di Mobutu Sese Seko, il dittatore che aveva ribattezzato il Paese e che vedeva nel calcio lo strumento perfetto per mostrare al mondo la grandezza dell’identità africana, secondo la sua dottrina dell’“autenticità”. Un esempio sportivo di particolare rilievo, per le mire di Mobutu, fu “The Rumble in The Jungle”, storico incontro di pugilato tra Muhammad Ali e George Foreman a Kinshasa.

La spedizione in Germania, tuttavia, si trasformò rapidamente in una tragedia umana e sportiva. Dopo un debutto dignitoso contro la Scozia (con sconfitta per 2-0), esplose la crisi: la federazione negò ai calciatori i premi promessi, innescando un ammutinamento silenzioso. La risposta del regime fu feroce. Nella seconda partita, un gruppo di atleti demotivati e terrorizzati venne travolto 9-0 dalla Jugoslavia.

Fu allora che arrivò il funereo ultimatum da Kinshasa: le guardie del corpo di Mobutu chiarirono alla squadra che, in caso di sconfitta con più di tre gol di scarto nell’ultimo match contro il Brasile campione in carica, nessuno sarebbe tornato a casa vivo. È questa la chiave di lettura per rileggere uno degli episodi più iconici e tragicamente fraintesi della storia del calcio: la punizione “calciata al contrario” dal difensore Mwepu Ilunga prima che i brasiliani potessero batterla. Quello che l’Occidente derise come analfabetismo regolamentare era, in realtà, il gesto disperato di un uomo che cercava di guadagnare secondi per salvare la propria vita e quella dei compagni. La partita finì 3-0 per i sudamericani. I Leopardi si salvarono, ma il calcio zairiano fu condannato a un oblio durato decenni.

Il crollo del regime di Mobutu nel 1997, anno della sua morte da esule in Marocco, ed il ritorno al nome di Repubblica Democratica del Congo hanno aperto una nuova era, complessa e drammatica, segnata da guerre civili ma anche da una progressiva ricostruzione del tessuto sociale. Il paese, dalla caduta del regime, visse un decennio di guerre civili, che portarono il paese ad una situazione di particolare instabilità , sia sul fronte interno che internazionale.

Parallelamente, anche il calcio congolese ha dovuto reinventarsi, fuggendo dalla morsa della gestione statale per abbracciare un modello di sviluppo più autonomo e moderno.

Il fulcro di questa rinascita non è stato il mecenatismo di un dittatore, ma la crescita strutturale dei club locali — su tutti il TP Mazembe, capace di raggiungere la finale del Mondiale per Club nel 2010, contro l’Inter fresca vincitrice del Triplete — e l’avvento di una nuova generazione di dirigenti e allenatori. Il baricentro del talento si è progressivamente spostato: la RD del Congo ha smesso di essere una selezione umorale per diventare una squadra con una precisa identità tattica, beneficiando anche del rientro dei figli della diaspora cresciuti nei settori giovanili europei, in particolare francesi e belgi.

L’anarchia fisica degli anni ’70 ha lasciato il posto a una struttura complessa, dove la forza atletica è stata incanalata dentro rigidi sincronismi tattici e un’organizzazione difensiva di stampo moderno.

Cinquantadue anni dopo la notte di Gelsenkirchen, la RD del Congo si presenta ai Mondiali del 2026 sotto una luce completamente nuova. Non ci sono più dittatori a minacciare i calciatori, né l’isolamento tattico di un tempo e la selezione congolese è oggi un collettivo maturo, grazie all’esperienza internazionale dei suoi interpreti principali impegnati nei maggiori campionati europei.

Le aspettative attorno alla squadra sono elevate, complice anche una formula a 48 squadre che premia la profondità della rosa ma ad incendiare l’entusiasmo è stato lo straordinario ed esaltante esordio contro il Portogallo. Quel pareggio, ottenuto grazie ad una brillante prestazione difensiva di squadra ed ad un’organizzazione tattica di livello, non è stato un exploit casuale, ma il manifesto programmatico della nuova era congolese: una partita giocata con coraggio, densità in mezzo al campo, transizioni verticali feroci e, soprattutto, una solidità mentale che mai si era vista a questi livelli da parte della squadra allenata da Sebastien Desabre.

Le prossime partite, contro Colombia prima ed Uzbekistan poi, sapranno dirci il reale livello della Nazionale congolese e dello sviluppo del movimento stesso, ma i risultati sportivi non potranno cancellare l’incredibile filo che collega questi ragazzi ai loro, meno fortunati, connazionali nella spedizione tedesca.

I Leopardi non corrono più per salvare la vita da un regime, ma per scrivere la storia di un intero popolo. Nel 1974 cercavano solo il modo di tornare a casa, e prepararsi al terrore che ne sarebbe scaturito; nel 2026, lo spartito è cambiato: oggi i Leopardi sono scesi in campo per conquistare il mondo.

BIO: MANLIO SANTULLI

Nato e cresciuto a Roma, è un Praticante Avvocato presso il Foro di Roma e Scout per un importante realtà calcistica capitolina. Divide le sue giornate tra i codici e i campi di gioco, cercando di applicare la stessa precisione analitica al diritto ed allo studio del calcio come sistema complesso. Grande appassionato di storia, scrive per esplorare le radici del gioco e le sue evoluzioni ed implicazioni socio-culturali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *