Il primo allenamento con un gruppo nuovo non è mai neutro.
Arrivi, guardi, e cerchi di capire con chi hai a che fare. Non quello che ti hanno raccontato ma quello che vedi tu, in quel momento, in quel campo. Ho guardato negli occhi queste ragazze e ho trovato qualcosa che non mi aspettavo. Non il peso di chi ha perso. Sofferenza e voglia insieme, mescolate, quasi indistinguibili l’una dall’altra.
Dopo alcune parole, con le quali mi sono presentato, ho fatto una domanda. Quella che avevo in testa dall’inizio: perché avete festeggiato?
Perché prima di accettare l’incarico avevo visto sui social la loro festa a fine campionato. Una squadra appena retrocessa che esultava, in campo, negli spogliatoi, e poi con post sui Social con una leggerezza che non quadrava con nessuna storia che conoscevo. Mi avevano spiazzato… e le cose che mi spiazzano mi interessano.
Hanno risposto, hanno raccontato, io ho ascoltato davvero. E ho capito.
C’è una cosa che il calcio, e lo sport in generale, racconta male all’esterno. La narrazione comune è lineare: vinci, stai bene; perdi, stai male. La retrocessione è una sconfitta, quindi chi retrocede soffre.
Non funziona sempre così.
Le ragazze e i ragazzi non soffrono i risultati. Soffrono soprattutto le situazioni e c’è una differenza enorme tra le due cose.
Ho visto squadre vincere i playoff e disintegrarsi nel giro di pochi mesi, non perché la vittoria fosse falsa, ma perché intorno e dopo quella vittoria erano state prese decisioni che avevano distrutto la coesione costruita. Il risultato era lì, reale, certificato. Ma la situazione che lo aveva prodotto era già stata smontata pezzo per pezzo. Quello che rimase fu la diffidenza, la delusione, il senso di aver costruito qualcosa per niente.
Quel gruppo soffrì in modo sproporzionato rispetto a quello che era accaduto tecnicamente. Perché portava addosso qualcosa che non si misura in classifica.
Un gruppo può reggere una sconfitta se la stagione è stata sana. Non regge una stagione tossica, anche se vince tutto.
Questo gruppo sta vivendo l’opposto.
Non stanno soffrendo la retrocessione. Stanno finendo di metabolizzare una stagione difficile, per ragioni che conosco solo per sentito dire e sulle quali non ho titolo per esprimermi. Quello che vedo è il risultato di quel processo: un gruppo che ha attraversato qualcosa e ne è uscito più compatto, non più frantumato.
La retrocessione, in questo caso, non è stata la ferita. È stata la conclusione formale di qualcosa che si era già chiuso dentro. Quasi una liberazione.
Quella festa non era ironia. Non era rassegnazione travestita da sorriso. Era un gruppo che sapeva esattamente cosa stesse festeggiando e, inutile sottolinearlo, non era la categoria.
L’errore che vedo fare più spesso a chi entra in un gruppo nuovo è arrivare con le risposte già scritte.
Anni di esperienza producono inevitabilmente delle certezze. Si sa come si gestisce un gruppo in difficoltà, si sa come si ricostruisce la fiducia, si conoscono le leve. E proprio per questo il rischio è alto: si può entrare in una situazione nuova con la soluzione già in tasca, prima ancora di aver capito qual è il problema.
Ho già avuto modo di scriverlo, chi legge mi perdonerà la ripetizione ma un allenatore che arriva con le risposte già scritte è un allenatore che ha smesso di ascoltare. È un allenatore che non allena, esegue uno schema su persone che non conosce.
Fare domande invece di interpretare. Aspettare che il gruppo parli invece di anticiparlo. Questo non è un approccio semplice anzi è probabilmente quello più difficile da mantenere quando si ha esperienza, perché quest’ultima spinge continuamente verso la sintesi rapida.
Io sono tornato ad allenare dopo una pausa di quasi una stagione intera, una pausa bella, quella di chi ha visto nascere un figlio e ha scelto di fermarsi. Ora è tempo di ricominciare, ma tornare con quella leggerezza, senza l’urgenza di dimostrare nulla, ha reso più facile quello che dovrebbe essere sempre naturale, ovvero guardare prima di parlare.
Non so ancora nulla di questo gruppo. Ma so quello che ho visto: coesione, voglia, una capacità di stare insieme che non si costruisce in una settimana. So già qualcosa, so già molto.
Per gli allenatori e le allenatrici che entrano in un gruppo nuovo consiglio vivamente questo approccio,la prima settimana non serve per imporre un’identità. Serve per capire quale identità esiste già. Osservate come si muovono fuori dal campo, come si guardano negli occhi prima degli esercizi, come reagiscono agli errori. Fate domande scomode. Il gruppo vi sta dicendo tutto, la domanda è se siete disposti ad aspettare la risposta.
Ai dirigenti e le dirigenti sportive mi sento di dire che la classifica finale è un dato, non una diagnosi. Prima di costruire o smontare qualcosa, vale la pena capire cosa ha prodotto quel dato, dentro gli spogliatoi, nelle dinamiche di gestione, nelle relazioni tra le persone. Paradossalmente un gruppo che retrocede con coesione è un patrimonio, mentre un gruppo che vince senza fiducia reciproca è una bomba a orologeria.
Alle calciatrici/calciatori e per chi sta valutando di entrare in un nuovo progetto: La categoria in cui si gioca è importante ma è solo un punto di partenza, non una definizione di valore. Quello che conta è l’ambiente che si costruisce e la direzione in cui si va. Se cercate un posto in cui lavorare seriamente, ricominciare con un gruppo che ha già quella voglia non è un ripiego. È una scelta di crescita.
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BIO: Gian Luca Bertaccini
Nella vita professionale Mi occupo di vendite e gestione di reti commerciali, traducendo i numeri in obiettivi condivisi e crescita delle persone. In campo, come allenatore, applico la stessa filosofia: mettere la persona al centro del progetto per costruire il gruppo. Attraverso le mie “Riflessioni di Campo” amo condividere pensieri e analisi sullo sport oltre il risultato, convinto che l’educazione sportiva sia ancora la base di qualsiasi tattica.











2 risposte
La capacità di osservazione e ascolto è dote rara.. Ottimo articolo, complimenti!
Grazie mille Marco, a volte è complicato ma ho imparato, con l’esperienza, che è sempre meglio fare domande che imporre soluzioni preconfezionate.