PER ME ERA DA ANNI GIÀ TUTTO COSÌ OVVIO

Per me è stato tutto molto semplice.

Sin da subito.

Sin dall’inizio.

Sin dai primordi.

Allorquando invereconde e senza precedenti allucinazioni collettive parlavano di qualcosa di onestamente decisamente assurdo e contrario ad ogni logica che potesse rispettare la pura analisi delle cose in quanto tali.

Ribaltando da Parmenide a Kant ogni forma di doverosa constatazione ed esposizione del pensiero razionale e qualitativo.

Ho ripetutamente esposto senza possibilità di mistificazione o smentita alcune tutto ciò che avrebbe comportato un determinato processo e quanto vacuo ed irrisorio fosse liquidarlo, come vuole costume di chi non argomenta ciò che sostiene, virando verso le consuete banalità proprie, per l’appunto, di chi non usufruisce dell’opzione di poter ragionare e conseguentemente non fa scaturire approdi di pensiero.

Precedendo e dunque predicendo critiche che all’ordine del giorno assumono per quanto mi riguarda gli anacronistici contorni di un’attualità largamente anticipata e che in realtà altro non è se non la rappresentazione di tutto ciò che era inevitabile che fosse.

E che è già stato.

Sin da subito.

Come dettagliatamente già analizzato in “giochisti e risultatisti, la mentalità vincente è non accontentarsi del desiderio di vincere”, in cui esponevo tutte le motivazioni per le quali era incontrovertibile sentenziare le cose per quelle che erano.

Parliamo di anni fa.

Un percorso cronologico che, discostandosi dalla logica di successione diacronica degli eventi (fenomeno coniato dal linguista Ferdinand de Saussure) vorrei partisse proprio dall’appena conclusa annata per poi proseguire a ritroso, in un secondo momento, sulla carriera “diversamente narrata” di Max.

Nel corso del girone d’andata, quando il Milan sembrava nei risultati veleggiare verso il trionfo di tutto ciò che in maniera insensata, poiché altamente casuale, potesse banalmente essere attribuito ad una qualche forma di “strategia” del suo “condottiero”, ebbi modo di sciorinare ciò che poi sarebbe accaduto nel pezzo “Attenti ad essere troppo Allegri”, sottolineando “perché mai una squadra del livello individuale e collettivo quale quella rossonera riassume, potendo disporre di un’intera settimana di lavoro per limare, perfezionare, orchestrare, oliare, amalgamare, armonizzare e compattare tutto quanto possa consentirle di essere competitiva, non dovrebbe poter, contro avversari oggettivamente inferiori di alcune spanne, rendersi protagonista di prestazioni ed espressioni qualitativamente di un certo tipo?”

E ancora: “perché mai, altresì, un allenatore che dovrebbe essere stato ingaggiato per far sì che, per l’appunto, si possa competere avendone pienamente le possibilità (di per sé già un ossimoro ed una contraddizione in termini al tempo stesso) parrebbe straordinario facesse ciò per cui da quindici anni riceve emolumenti economicamente oltre le reali dote dimostrate? Perché mai, in sostanza, ogni qualvolta è coinvolto il tecnico livornese l’eccezionalità dovrebbe essere rappresentata da ciò che in tantissime circostanze dovrebbe essere normalità e che tra l’altro normalità non lo è stata affatto in tantissime circostanze”?

Accantonando almeno parzialmente l’incrollabile fede che spinge ad edulcorare nei momenti positivi l’intero contesto, il tifoso rossonero avrebbe dovuto inevitabilmente constatare con emotività inferiore e capacità riflessiva superiore ciò che il Milan REALMENTE stava esprimendo nel corso del girone d’andata, allorquando troppe erano state le partite in cui si erano ottenuti punti senza meritarlo e si erano osannate vittorie “pragmatiche” che in realtà evidenziavano quanto causale fosse il raggiungimento del risultato.

L’errore è stato quello di circoscrivere le “amnesie” esclusivamente ai mancati successi contro compagini di bassa classifica, con gare addirittura acciuffate allo scadere, blaterando di “un’attenzione che scema nelle gare apparentemente alla portata”.

Tralasciando peccaminosamente incontri che chiaramente evidenziavano quanto la narrazione fosse fuorviante e priva di quell’onestà intellettuale che avrebbe dovuto accompagnare le deficitarie prestazioni rossonere.

Come, ad esempio, il successo ottenuto contro la Roma in quel di San Siro, dopo un primo tempo in cui i giallorossi avrebbero meritato di essere ampiamente in vantaggio non riuscendo a concretizzare millanta possibilità di sbloccare e raddoppiare o triplicare il risultato a proprio favore solo per l’oggettiva inconsistenza di un reparto offensivo che se in quel momento avesse potuto già godere della presenza di Malen avrebbe inesorabilmente condotto la partita verso una direzione inconfutabile.

Ne “Il cavallo di Troia del Milan”, risalente allo scorso novembre, sottolineai come “quando il nemico si porta in casa, gli si concede campo, si soccombe all’altrui estrema e strenua volontà di non capitolare, si declassa l’astuzia e la genialità, si arretra verso la propria rocca, rendendola non più difendibile proprio perché tanto difesa e paradossalmente si spalancano le porte d’ingresso al nemico, il nemico vince”.

Un monito volto a sottolineare che poca longevità avrebbero avuto determinati risultati se esclusivamente figli di un atteggiamento oltremodo arrendevole, minimalista e pressappochista, costantemente direzionato esclusivamente a subire l’avversario conducendolo volontariamente fra le mura da difendere dell’area di rigore, baluardo territoriale di ogni squadra guidata dal tecnico livornese.

L’apice della nefasta sceneggiatura improntata ha toccato vette insospettabili nella “trionfale” trasferta di Como, rispetto alla quale l’indignazione avrebbe dovuto essere il sentimento comune di chiunque.

Nel pezzo intitolato “quella deriva del lago di Como” sentenziai: “vedete, il punto non è scomodare diatribe su tesi presuntamente opposte.

Il punto è che qualcuno vuol far credere che rendersi protagonisti di una prestazione come quella rossonera in salsa comasca sia una “strategia” (!).

Una cosa “pianificata”.

Ed è qui che il discorso abbandona l’alveo calcistico per spostarsi su quello più puramente cognitivo.

Quale dovrebbe essere esattamente questa “strategia”?

Decidere preliminarmente di consegnarsi all’avversario sapendo prima che subire così tanto comporterà vincere la partita?

..!

Quasi dare la sensazione che questo sia un “piano”, addirittura “preparato” che condurrà alla vittoria?

Quasi che ci si alleni durante la settimana nella prospettiva di essere sottomessi perché così si può attuare la “strategia” del risultatismo?

Non siamo al paradosso o all’ossimoro.

Siamo alla follia.

E, dulcis in fundo, non contenti di tutto ciò, il povero allenatore della squadra resasi protagonista di una partita nettamente e ampiamente da vincere, sulla panchina della squadra inferiore per valori, viene criticato.

Davanti a cotanta produzione perversa dell’intelletto umano io personalmente mi arrendo”.

Quello stesso allenatore che, nonostante diverse partite non portate a casa che avrebbe ampiamente meritato di vincere, come per l’appunto la gara con il Milan, ha guadagnato quella qualificazione in Champions League che Allegri non ha sciaguratamente agguantato nonostante i 42 punti poco veritieri raggranellati nel girone d’andata.

Quell’allenatore che si è elevato a definitiva nemesi del tecnico toscano.

Quando l’obiettivo sembrava essere addirittura il tricolore, scrissi, nonostante il cospicuo e apparentemente ormai incolmabile vantaggio sulla quinta, che “arrivare fra le prime quattro non sarà semplice per chi cerca di rastrellare punti consegnandosi puntualmente all’avversario e subendo l’altrui proposta.

Se poi Maignan tornerà a sfoggiare prestazioni come quelle contro Inter, Lazio, Roma all’andata e al ritorno, Como, ecc., e altresì con due tiri in porta si farà sempre un gol e mezzo, allora l’obiettivo potrà essere centrato.

Ma questo non farà altro che fare credere al Milan che sia la strada giusta.

E non lo è.

Non lo sarà.

Specie dinanzi alle platee internazionali rispetto alle quali, nell’ultima apparizione, Allegri ha conquistato tre punti in un intero girone di Champions”.

Altresì apostrofai: “quando la dea bendata guarderà altrove le figuracce saranno collezionate in serie”.

Fino a quando, puntualmente verificatesi le “figuracce collezionate in serie” , non ho potuto fare altro che sciorinare le verità predette nell’articolo “Il risultato copre tutto fino a quando non scopre tutto”, denunciando che “ci sono diversi posti al mondo dove si può decidere preliminarmente di tentare di non vincere o di farlo solo “se poi l’episodio è dalla tua parte”: uno di questi non è il Milan.

Ci sono diversi posti al mondo dove un piano gara (!) può prevedere l’idea di (non) agire con la sola finalità di non perdere: uno di questi non è il Milan.

Può essere possibile tollerare un atteggiamento che non collima minimamente con una dichiarata mentalità vincente, che non ha nulla a che vedere con le peculiarità del concetto di “imporsi” che differentemente dovrebbero sottintendere coraggio, voglia di primeggiare nel corso degli incontri e sul corso degli eventi?

La mentalità vincente non è figlia della semplice vittoria ma è il prodotto di uno spessore calcistico e caratteriale, foriero di personalità e voglia di prevalere, improntato su un’espressione che contraddistingue le grandi squadre da chi tenta di vincere paradossalmente “subendo” la vittoria”.

“È mai possibile accogliere ancora oggi la percezione che la proiezione di chi guida una compagine storicamente chiamata al tentativo di vincere e convincere sia insegnare ad evitare di prendersi responsabilità che contemplino il rischio?

Scegliendo di seminare e coltivare più che altro l’educazione alla paura di soccombere come principale stato emotivo? Al fin di tutelare quel minimalismo anacronistico che ha come unico approdo la speculazione? Che si trincera dietro il raggiungimento a questo punto inevitabilmente casuale di risultati sul campo diverse volte nemmeno meritati (in alcuni casi clamorosamente non meritati), i quali poi (anch’essi) vengono inevitabilmente meno”?

Or dunque, chi sono i veri “risultatisti”?

A questo punto Fabregas e Gasperini: obiettivi raggiunti e oltrepassati, gioco espresso e completa valorizzazione individuale e collettiva.

E, udite udite, le due migliori difese del campionato.

Meno gol subiti di chi gioca per non subirne.

Vuoi vedere che alla fine per lo spettacolo forse non bisogna più “andare al circo” (ipse dixit, secondo una strana prospettiva sarebbe nemico del risultato) e altresì tentare di giocare a calcio in maniera più dominante ed estetica (esaltando sì in questo caso maggiormente il talento nel connubio collettivo senza differentemente lasciarlo brancolare tristemente) non comporti più allontanare l’acquisizione della vittoria come concetto preliminare?

Come se fino ad ora chi optasse per direzionare e tentare di  determinare l’andamento delle partite senza subirle volesse non raggiungere la vittoria.

Strane perversioni può raggiungere l’intelletto umano.

Lunga vita al risultatista Fabregas.

E se uno degli emblemi attuali del “giochismo”, Luis Enrique, vincesse la seconda Champions consecutiva (la terza in carriera), continuando a fare incetta di tutto da due anni (avesse anche vinto la finale del Mondiale per Club …), cosa sarebbe in realtà? Un giochista?

O il migliore dei risultatisti?

Che ha vinto costruendo, dispensando calcio, elevando alcuni elementi precedentemente derisi al punto tale da fargli vincere il pallone d’oro, in una piazza che doveva anche costruire personalità e spessore internazionali e dove aveva già fallito la triade Messi-Neymar-Mbappe?

E non inanellando, a differenza di qualcun  altro, solo titoli nazionali pressoché già in bacheca prima che il campionato iniziasse, anzi in due circostanze rischiando di non portarli neppure a casa?

Perdendo altresì il torneo 2011-12 nonostante disponesse della compagine largamente favorita?

Venendo esonerato senza possibilità d’appello al termine di un girone d’andata  e probabilmente finito chissà dove se la Juve non avesse avuto improvvisamente bisogno di un tecnico libero nel 2014?

Libero come in tre degli ultimi sette anni senza che nessuno si strappasse di dosso i vestiti per correre ad accaparrarselo?

Spero sia definitivamente tramontata la più grande fra le recenti allucinazioni collettive.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

13 risposte

  1. Concordo con l’analisi che, in sostanza, presagiva il Milan fuori dalla Champions.
    Dell’Europa League anche un bel “chissenefrega”: per come funziona il calcio odierno — tra ricavi, appeal e quant’altro — mancare la Champions equivale più o meno a una retrocessione.
    La Roma si qualifica, complimenti!
    La stagione delle due squadre è interessante. Malgrado balbettii e botte di fortuna, i Rossoneri sono rimasti in alto nel girone d’andata, a soli tre punti dalla capolista e con 6 punti di vantaggio sulla Roma e 9 sul Como. Il secondo posto per i più era figlio di qualche pareggio di troppo contro squadre sulla carta abbordabili, dove mancava il gol. A mio modesto parere, il frutto di una mentalità sparagnina. Tutti erano comunque concordi che la finalizzazione fosse uno dei talloni d’Achille rossoneri.
    Arriva il mercato di gennaio: il Milan preleva Füllkrug in prestito gratuito dal West Ham, la Roma Malen in prestito a 2 milioni. Il tedesco colleziona 1 gol in 20 partite, l’olandese 14 gol (e 2 assist) in 18 partite. Sappiamo tutti come sia andato il girone di ritorno.
    Perché il Milan non è stato capace di pescare Donyell Malen? Mancavano 2 milioni per sistemare un buco e forse non mancare un risultato sportivo che ha un peso economico ben maggiore? Di più: per la serie “il pesce puzza dalla testa”, quando RedBird ha scelto il profilo presidenziale per il Milan, non poteva ingaggiare Giuseppe Marotta dandogli carta bianca, invece di rifilarci Scaroni e Furlani, lasciando un professionista con i controfiocchi all’altra squadra di Milano? Quelli là stanno sistemando i conti vincendo campionati e stando nell’Europa che conta, tra l’altro centrando 2 finali. Perse, d’accordo, ma il loro bilancio societario trae enormi benefici da questi risultati. E per giocatori e allenatori, oggi, loro sono indubbiamente più attrattivi. Per non parlare dei tifosi che si godono le nostre figure barbine oltre alle vittorie della loro squadra.
    Personalmente, vista la giusta attenzione societaria alle vendite e al ritorno social del brand, ho disdetto l’abbonamento a MilanTV, cancellato l’app AC Milan dal mio iPhone (dopo aver rimosso la mia utenza) e tolto il “follow” al profilo X del club. Il mio Milan ce l’ho nel profondo del cuore; questo Milan non mi interessa manco una virgola, e eviterò pure di vedere le partite in TV fintantoché non sarà acclarato che la nostra maglia la indossano uomini disposti a tutto per questi colori. Questi non meritano alcunché. Al di là degli schemi di gioco.

    1. Non sarei così categorico nei confronti dell’Europa League:per il Milan (che tra l’altro non l’ha mai vinta), così come per la Juve, può essere una grande occasione per spezzare il digiuno europeo pluridecennale… bisogna essere realisti: è vero che con undici e nove finali disputate Milan e Juve per competitività dovrebbero sempre essere in Champions e puntare al massimo, ma oggi il valore delle compagini italiane è da ottavo di finale (poi bisognerebbe avere fortuna nei sorteggi)…gli introiti sono ovviamente inferiori e di molto in Europa League ma con un mercato fatto bene la costruzione delle squadre potrebbe non discostarsi di molto dall’idea originaria, perché Juve e Milan hanno quasi tutti giocatori sostituibili e dunque devono semplicemente (si fa per dire) saper vendere bene ed individuare acquisti giusti. Un esempio:se la Juve vendesse Cambiaso e Conceicao per un’ottantina di milioni e prendesse a zero Robertson e Salah sarebbe cresciuta tecnicamente e in esperienza intascando senza spendere

  2. Congratulazioni per lo raffinato scritto. Io non sarei in grado di articolare in maniera cosi’ raffinata il pensiero. Del resto tu scrivi sul blog di Filippo Galli, io lo leggo e al massimo posso lasciare un commento. Nella mia semplicita’, la mia considerazione era che da sempre, o quanto meno dal Gre-No-Li, il Milan non e’ solo la squadra del cosa, e’ la squadra del come. Liedoholm, Sani, Rivera, Prati, Baresi, Van Basten, Donadoni, Maldini, Sheva, Kaka’, Pirlo e vari altri ma anche Liedholm, Rocco, Sacchi e Ancelotti. Quella e’ la nostra natura; il contro-natura di norma genera spaventosi mostri

    1. Grazie 🙏🏻per il resto concordo: il Milan, alla stregua del Barcellona e differentemente da squadre come Real o Juve, chiamate a dover vincere a prescindere, indipendentemente dal periodo storico, appartiene alla sfera di quelle compagini che si discostano un attimino dall’ossessione per la vittoria maniacale in quanto tale e che hanno concesso all’estetica di identificarle.

  3. Severo ma giusto.
    E pensare che nonostante abbia passato anni a dire così, soprattutto dopo le imbarazzanti prestazioni in CL – esempio con il Maccabi haifa – io ero tra quelli che si illudevano che fosse possibile l’impossibile.
    pazzesco come si possa illudersi.

    1. Nessuna squadra può vincere se non educata realmente a farlo, specie nei momenti decisivi:vincere quando va bene col minimo scarto, anche in casa, con un atteggiamento appartenente ad una provinciale in lotta per non retrocedere, senza infondere sicurezza, coraggio e voglia di primeggiare, dove può condurre se non ad essere inferiori a sé stessi?

  4. tutto bello e veritiero, tranne un particolare che alla fine di tutto, della pochezza dei giocatori milanisti (mai visto un attaccante che segna zero gol!), della dirigenza (con Malen si sarebbe lottato veramente per lo scudetto), della deficienza atletica, ha portato alla non qualificazione del Milan.. mi riferisco ad arbitraggi indecorosi, tanti, uno su tutti, quello di Milan – Parma.. il fallo su Loftus era rigore ed espulsione del portiere, dopo pochi minuti di gioco, sullo 0-0.. tale fallo era pure perseguibile civilmente per violenza non dettata da situazione di gioco..invece sappiamo tutti come è andata

    1. Ma no
      Malen sarebbe finito in panchina
      Abbiamo creato zero expected gol a partita
      Allegri avrebbe fatto giocare modric anche senza gambe
      Non ha valorizzato nessuno giocatore
      Un’annata disastrosa
      E se confrontiamo il modo in cui e’ stato incensato Allegri e meschinamente umiliato Fonseca
      Chi ne esce peggio e’ il tifoso e la stampa sportiva italiano
      Per me

  5. Mi sembra troppo ingeneroso questo articolo. Fra l’altro non si capisce perché quando vince non è mai merito suo, mentre le sconfitte gli sono addebitate per intero.
    Traspare un sottile (?) disprezzo per un allenatore che ha fatto bene al Milan e alla Juve, portandola a due finali di Champions, di cui almeno una giocata fino alla fine con il Barcellona di Messi e una clamorosa rimonta a Madrid fermata solo da un rigore quantomeno generoso.
    Quest’anno ha fallito, ma addebitargli addirittura la sconfitta con la Juve nell’anno del gol di Muntari mi sembra francamente eccessivo.

    1. Come si può credere sia possibile trionfare nell’incontro più importante del panorama europeo se perennemente disabituati a fare la partita nei novanta minuti con la più scarsa delle provinciali, in casa, in campionato? Si potrebbe obiettare che il merito è, indubbiamente, in ogni caso, arrivare a disputare l’atto conclusivo della più importante manifestazione continentale. E’ necessario però rendersi protagonisti di un’attenta e lucida valutazione analitica per poter intravedere ciò che ha determinato quanto poi accaduto. Favole da bar il percorso relativo alle due finali di Champions League disputate dalla formazione di Allegri, per due motivi fondamentali: il primo è, andando a leggere la formazione bianconera a distanza di anni, che col senno di poi sembra non essere così “sorprendente”, come poteva essere all’epoca, che quell’undici ( a cui probabilmente mancava, per competere con un Barcellona stellare, solo Cristiano Ronaldo, venuto dopo) con Buffon in porta, la “BBC” nel massimo fulgore, un centrocampo riconosciuto fra i più forti del panorama europeo del nuovo secolo, potesse arrivare a Berlino, pur naturalmente partendo mezzo gradino dietro rispetto ai colossi del tempo ( Real, Bayern e appunto Barcellona); secondariamente, pur compiendo l’intero percorso, diventa difficile spuntarla, prevalere se totalmente inadatti a farlo in una gara secca, allorquando si è chiamati, per forza di cose, ad esprimere una propria identità nella proposta ( differentemente, l’unica logica diverrebbe affidarsi alla circostanza di non essere sopraffatti prolungando l’evento magari sino ai calci di rigore). Allegri perse lo scudetto del 2012 pur avendo a disposizione una formazione nettamente superiore nelle individualità: seppure la Juve chiuse imbattuta, gli 80 punti della compagine guidata dal buon Max parvero ai più naturalmente “pochi”, indipendentemente dagli 84 fatti dalla Juve…dissento sull’episodio relativo al gol di Muntari, non perché ovviamente non sia stato eclatante, quanto perché credo non abbia inciso nella lotta per il titolo:quella sera di fine febbraio del 2012 correva la quinta giornata di ritorno (mancavano dunque ancora 14 partite) e rossoneri e bianconeri si tallonavano punto a punto con la Juve che aveva una gara da recuperare. Un mese più tardi il Milan prese il largo (+7) approfittando di una serie di pareggi della Juve, compresa la gara da recuperare. Vantaggio poi depauperato a causa della sconfitta con la Fiorentina, del pareggio di Parma, col Bologna, prima del ko nel derby nel giorno della matematica consegna del titolo alla Juve con una giornata d’anticipo…Anche l’idea del sostenere che la partita sul 2-0 fosse chiusa alla mezz’ora del primo tempo è improponibile come tesi, tant’è che la Juve segnò, ebbe occasioni e le fu annullata una rete regolare per un fuorigioco erroneamente chiamato (episodio che scatenò la famosa lite Boban-Conte, con il primo a sostenere giustamente la diversa portata degli errori sui due gol annullati e l’altro a sottolineare però che in ogni caso trattavasi di una rete ciascuno che avrebbe comunque condotto ad un pari).

  6. “Quando la dea bendata guarderà altrove, le figuracce saranno collezionate in serie.”
    Quello che poteva sembrare l’oracolo di un profeta fuori dal coro, quasi oltraggiato dai suoi stessi “conterranei”, si è invece avverato. Più che una profezia di Cassandra, la tua si è rivelata una lettura lucida e fondata: l’analisi comparata tra il modello sterile e involuto di Allegri e quello di chi ama davvero il calcio, cercando nel gioco idee, coraggio e bellezza trasformate in potenza.
    Complimenti per il pezzo, Andrea, e soprattutto per la lucidità mostrata in questi mesi, mentre molti restavano ancora nella caverna.

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