E SE IL TALENTO NON BRILLASSE IN SUPERFICIE?

In questi giorni ho letto un articolo pubblicato nel dicembre 2025 su Science firmato da Arne Güllich, Michael Barth, David Z. Hambrick e Brooke N. Macnamara. È uno di quegli articoli che, per chi lavora nello sport, obbliga a fermarsi un attimo, perché mette in discussione alcune convinzioni che negli ultimi decenni hanno preso quasi totalmente il sopravvento.

Lo studio analizza i percorsi di sviluppo di quasi 35.000 performer d’eccellenza. Trentaquattromila e ottocentotrentanove, per la precisione. Non soltanto calciatori, ma campioni olimpici, grandi scacchisti, premi Nobel, musicisti di fama internazionale e performer appartenenti a contesti molto diversi tra loro. L’obiettivo era cercare un filocomune nei percorsi di chi, da adulto, raggiunge il vertice assoluto del proprio ambito.

La domanda di fondo era semplice: i migliori da adulti erano già i migliori da bambini?

La risposta emersa dallo studio è molto meno intuitiva di quanto immaginiamo. Ed è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di selezione, sviluppo e accompagnamento del talento. Il 90% dei top performer mondiali adulti non coincideva con i dominatori delle categorie giovanili. Non erano sempre quelli che a dieci o dodici o diciotto anni sembravano inevitabilmente destinati ad arrivare. Nel loro percorso giovanile spesso venivano superati da coetanei più precoci fisicamente, più strutturati, più specializzati, più performanti nell’immediato. Attenzione però: questo non significa che i campioni adulti fossero ragazzi mediocri o invisibili. Molti erano comunque atleti di altissimo livello, spesso già inseriti in percorsi nazionali o internazionali. Ma, nella maggior parte dei casi, non coincidevano con i dominatori precocissimi delle categorie giovanili.

Ed è qui che il tema diventa estremamente interessante.

Per anni abbiamo costruito sistemi orientati soprattutto alla precocità: selezionare presto, accelerare presto, specializzare presto, vincere presto. In molti casi abbiamo finito per considerare il rendimento immediato quasi come una prova definitiva del potenziale futuro.

Ma lo studio suggerisce qualcosa di diverso. Tra i performer d’élite assoluti, la precocità estrema non sembra essere il pattern dominante e su questo vale riflettere ancora un poco. Perché forse il problema non è soltanto che il sistema perda qualche talento lungo il percorso. Forse il problema è ancora più radicale: il sistema rischia di dare importanza soprattutto alle qualità che producono vantaggio immediato, non necessariamente a quelle che permettono all’atleta di continuare ad evolvere nel tempo.

Nel calcio giovanile premiamo quasi inevitabilmente l’efficiente, il pronto, l’ordinato, quello che sbaglia poco e che garantisce subito prestazione. Ma il calcio adulto d’élite richiede anche altro: adattabilità, resilienza, capacità di apprendere, gestione della complessità, identità, leadership emotiva e cognitiva.

E queste qualità emergono molto spesso nei percorsi meno lineari. I sistemi di selezione giovanili amano ciò che è facilmente leggibile. Il talento evolutivo, invece, molto spesso all’inizio è confuso, sregolato, contraddittorio, intermittente, perché sta ancora costruendo sé stesso.Forse è proprio qui che nasce una dei grandi bias della selezione moderna: confondiamo troppo facilmente l’efficacia precoce con il potenziale massimo.

Lo studio non suggerisce che la performance giovanile non conti. Suggerisce piuttosto che il potenziale adulto sia molto più difficile da identificare rispetto alla semplice superiorità in età giovanile.

Un altro aspetto molto interessante riguarda la varietà delle esperienze vissute durante la crescita. Molti performer d’eccellenza hanno attraversato percorsi più ampi e meno rigidamente verticali: più discipline praticate, più esperienze differenti, più adattamenti motori e cognitivi, più esposizione alla complessità. Meno iperspecializzazione precoce.

L’articolo parla di “multidisciplinary practice” e di “learning capital”: una sorta di capitale di apprendimento trasversale che, nel lungo periodo, rende l’individuo più adattabile, creativo, flessibile e capace di evolvere.

Non è un caso che molti dei più autorevoli formatori contemporanei, anche in discipline molto differenti tra loro, abbiano progressivamente spostato l’attenzione dal solo talento tecnico iniziale verso la qualità della struttura motivazionale profonda dell’atleta.

Sempre più spesso il vero discrimine non sembra essere soltanto ciò che il giovane riesce a fare immediatamente, ma la sua capacità di continuare ad apprendere, adattarsi, attraversare la difficoltà, sostenere la frustrazione e mantenere nel tempo una spinta autentica verso il miglioramento.

Chi arriva dopo, molto spesso, deve capire di più, leggere meglio, compensare, trasformarsi continuamente, reggere l’urto della delusione. E questo processo, nel lungo periodo, può costruire risorse adattive chediventano decisive anche ad altissimo livello. Nel calcio questo tema dovrebbe aprire una riflessione non più rinviabile.Perché oggi il sistema è pieno di selezioni precoci, ranking, accelerazioni, etichette, aspettative. E molto spesso il ragazzo, nel tentativo continuo di performare, smette progressivamente di esplorare, di rischiare, di cercare soluzioni personali. Smette, in qualche modo, di costruire davvero sé stesso.

Ma il talento evolutivo ha bisogno esattamente del contrario: spazio, adattamento, errori, esperienze differenti, tempo. Forse quindi il vero compito di chi si occupa di selezione e sviluppo del talento giovanile in tutti i campi è riconoscere chi possiede la struttura umana, cognitiva ed emotiva per continuare ad evolvere anche quando gli altri smettono di crescere.

Perché la precocità performante impressiona. Ma i dati ci dicono che è il talento profondo che alla fine brillerà.

BIO: Nereo Omero è direttore sportivo e responsabile di settore giovanile, con una formazione tecnica maturata grazie all’incontro con veri maestri e un’attenzione costante alla dimensione educativa del calcio.

Affascinato dal metodo, ma convinto che sia solo un mezzo per veicolare contenuti di qualità. Cura i dettagli senza perdere la visione d’insieme. Ama costruire più che vincere — anche perché crede che costruire bene sia il modo più sicuro per vincere con continuità.

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