PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI MARCO CATTANEO: “RAPIRÒ GIANFRANCO ZOLA” – LA VERA STORIA DI FABRIZIO MAIELLO, IL MARADONA DELLE CARCERI”

SINOSSI

Una storia vera di cadute e risalite, di calcio e amicizia, di carcere, follia e redenzione. Di un uomo che ha sfidato tutto e tutti e che, alla fine, ha vinto la partita più importante, quella con se stesso.

Dopo il celebre podcast Il Maradona delle carceri, un memoir potente che unisce la tensione del true crime al grande racconto sportivo e a una straordinaria vicenda umana di caduta e riscatto. Scritto da Marco Cattaneo, una delle voci più autorevoli e amate del giornalismo sportivo italiano, e inframezzato da brani tratti dai diari del protagonista, il libro racconta l’incredibile storia di Fabrizio Maiello.

Promessa del calcio la cui carriera viene stroncata da un infortunio, Fabrizio precipita in una spirale criminale che lo porta a diventare un rapinatore, a subire arresti e ricoveri in ospedale psichiatrico giudiziario. Il culmine della sua carriera criminale è il piano – per fortuna mai portato a compimento – per rapire l’allora stella del Parma Gianfranco Zola. Ma quando tutto sembra perduto, sarà proprio il calcio a offrirgli una seconda possibilità.

Oggi Fabrizio entra nelle scuole per raccontare ai ragazzi ciò che ha vissuto sulla propria pelle: il crimine, il fallimento, il manicomio, ma anche il coraggio di cambiare. Questo libro è il suo campo da gioco, un racconto feroce e commovente sulla fragilità del talento, sull’abisso della disperazione e sulla forza, umanissima, di chi sceglie di rialzarsi.

Prezzo: 18,90

Editore ‏ : ‎ De Agostini

Data di pubblicazione ‏ : ‎ 5 marzo 2026

Lingua ‏ : ‎ Italiano

Lunghezza stampa ‏ : ‎ 288 pagine

Sembra una storia nota quella di Fabrizio Maiello. La trafila è la medesima: oratorio, provini, squadra primavera. Fabrizio ha talento. Per tecnica e virtuosismi lo chiamano il “Brasiliano”. Un giorno gli emissari del Milan vogliono vederlo.  Fa un provino a Linate. Non se ne fa nulla. Sono quelli del Monza a inserirlo nelle giovanili. È un sogno che si realizza. Fabrizio ha speso tutta la sua giovane esistenza ad inseguirlo caparbiamente. Lo nutre con i ricordi dell’infanzia, immagini fatte di calze rotolate e di pomeriggi passati in oratorio. Ha visto giocare Rivera tante volte a San Siro, ma lui si ispira a due calciatori in particolare: il “Poeta” Claudio Sala e il “Barone” Franco Causio. In fondo, non ha nemmeno una squadra di riferimento. Quando in Italia sbarca Maradona, lui nutre una simpatia per il suo Napoli. È sempre stato per i più deboli. Gli fanno capire che è forte e forse si chiede quale soprannome in futuro gli attribuiranno. Egli stesso ha piena consapevolezza dei propri mezzi e se ne approfitta, irridendo i suoi avversari che contraccambiano con le botte. Durante una partita forse esagera più del solito. L’intervento scomposto di un giovane avversario gli è fatale. Si infortuna gravemente al ginocchio e quel sogno si spezza. Deve operarsi, ma lui si oppone. Il salto nel buio dell’incertezza lo spaventa. Era convinto di diventare un campione. Non vuole calcare i campi delle serie minori. Tra il tutto e il niente sceglie la seconda opzione. Anzi sceglie la via dell’autodistruzione, quella della criminalità, fatta di rapine e carceri. Un giorno fugge dall’ospedale psichiatrico giudiziario e assieme ad un complice vuole mettere in atto un piano folle: “Volevamo rapire Zola per poi chiedere il riscatto a Tanzi.” Sono gli occhi innocenti del numero dieci del Parma a farlo desistere dal suo intento criminoso.

Finisce di nuovo in carcere. Nell’opg (ospedale psichiatrico giudiziario) dove è conosciuto come il “Maradona delle Carceri”. Il calcio l’ha sedotto e gli ha dato un soprannome, ma l’ha abbandonato sul più bello, sull’onda dei sogni giovanili. Ma quando l’UISP (Unione Italiana Sport Per tutti) organizza Vivicittà per Fabrizio il pallone torna ad essere un motivo di vita. Lui non è più il “Brasiliano” ma il Maradona delle Carceri ha una scintilla interiore che lo aiuta a realizzarsi. Vuole una sfida: palleggiare senza far cadere la palla. È un modo per riscattarsi. Ma è anche la maniera per aiutare il suo amico Giovanni che, come lui, non ha più gli affetti fondamentali e che vive male la sua esperienza con gli altri detenuti.

In uno spazio di ventiquattro passi si allena palleggiando, cercando di non far cadere il pallone. Con la sfera attaccata ai piedi partecipa a cinque edizioni di Vivicittà. È un circolo virtuoso: la palla non cade, Fabrizio accresce la sua autostima e Giovanni continua a vivere. In ogni edizione il pallone resta attaccato ai piedi e fluttua fino alla testa, senza mai cadere. I giornali iniziano a farci caso a questo “pazzo” che macina palleggi e chilometri con la palla incollata ai piedi. Nel 2002 i magazine gli dedicano addirittura sei pagine a ridosso del Mondiale nippo-coreano. Quella che era una scintilla, ora è un incendio che salva Giovanni, ma soprattutto Fabrizio che riscatta quella vita che definiva schifosa. Iniziano le dirette TV di Telereggio e la presenza alla festa dell’8 settembre. Il suo regime quotidiano è rigido: lavoro, corsa e un mese prima degli eventi si dedica a sessioni di palleggi. Non pranza perchè non ha tempo per farlo. Lo scorso settembre ha compiuto l’ennesima impresa. È salito fin su alla Basilica di Superga palleggiando per oltre 4000 volte. Non so se siete mai saliti su quel colle, ma la pendenza è davvero considerevole. Ma per Maiello nulla sembra impossibile.

È forse nelle scuole che il “Maradona delle Carceri” dà il meglio di sé. La sua è una narrazione di una vita riscattata che va condivisa. Inizia palleggiando prima dei suoi interventi davanti alle alunne e agli alunni. Come un incantatore di serpenti ipnotizza benevolmente i ragazzi che ascoltano la sua storia con estrema attenzione ed empatia. Sì, perché Fabrizio sa parlare ai cuori, a chi come lui ha sofferto per un grave infortunio. È il caso di Sofia, ginnasta agonista che si è rotta il ginocchio. Nel momento degli autografi la ragazza si avvicina per ricevere la firma. Ma lei non vuole solo quella. Vuole condividere quel dolore che Fabrizio ha vissuto tanti anni fa e ricevere parole di conforto ma anche di incoraggiamento.

La sua è una storia potente, una di quelle che mi piacerebbe ascoltare da insegnante nella mia scuola, perché insegna che il cambiamento è sempre possibile e che è importante aiutare il prossimo. Fabrizio ha capito che il vero record è il potere che la sua storia riesce a trasmettere nel cuore di tanti ragazzi. Quando quel giorno i suoi occhi hanno incrociato quelli innocenti di Gianfranco Zola, qualcosa in lui si è fermato. La parabola degli errori può e deve arrestarsi. Quella fiammella interiore, anche quando sembra spenta, può trovare la forza per diventare fuoco che divampa e contagia. Come quel pallone che Fabrizio ha iniziato a palleggiare e che tiene sospeso – per sé stesso, per i giovani e per chiunque lo incontri.

NB: Per coloro che fossero in zona, domani 11 maggio, alle ore 18.00, a Cesano Maderno (Monza e Brianza) presso la Sala Aurora – Palazzo Arese Borromeo, l’autore e il protagonista presenteranno la loro opera.

BIO: VINCENZO PASTORE

Pugliese di nascita, belgradese d’adozione, mi sento cittadino di un’Europa senza confini e senza trattati.

Ho due grandi passioni: il Milan, da quando ero bambino, e la scrittura, che ho scoperto da pochi anni.

Seguire lo sport in generale mi ha insegnato tante cose e ho sperimentato ciò che Nick Hornby riferisce in Febbre a 90°: ”Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte delle mie conoscenze dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive[…]”

Insegno nella scuola primaria, nel tempo libero leggo e scrivo.

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