I SOCIAL E L’ILLUSIONE DEI MODELLI ADULTI  

Negli ultimi anni il modo di allenare è stato influenzato da una nuova fonte di ispirazione, veloce, brillante, affascinante: i social. Scorrendo un telefono si può vedere un allenatore professionista spiegare un concetto tattico, un preparatore atletico discutere di leadership, un tecnico di alto livello mostrare un esercizio complesso.

È tutto immediato, tutto confezionato, tutto coinvolgente. Ed è naturale che molti allenatori dell’attività di base, soprattutto i più giovani o i più curiosi, si sentano attratti da questi contenuti. Il problema non è la fonte in sé, né il desiderio di imparare. Il problema è che quasi tutto ciò che circola riguarda il calcio degli adulti, le dinamiche degli adulti, i bisogni degli adulti. E quando portiamo quei modelli dentro il campo dei bambini, qualcosa non torna. È come indossare un abito elegante ma di tre taglie più grandi: non calza, non segue i movimenti, non appartiene a chi dovrebbe portarlo. Il calcio che vediamo nei reel è un calcio che vive di vittorie, di classifiche, di prestazioni immediate.

È un calcio in cui si parla di leadership riferita a personalità già formate, di comunicazione come strategia per orientare un gruppo adulto, di esercitazioni nate per professionisti che lavorano su dettagli infinitesimali. Tutto affascinante, tutto interessante, ma non appartiene al mondo dei bambini. Il bambino non ha bisogno di concetti pensati per gestire spogliatoi pieni di adulti, ha bisogno di contesti che lo invitino a scoprirsi. Non ha bisogno di schemi raffinati, ma di esperienze che lo facciano sentire dentro il gioco. Non ha bisogno di correzioni complesse, ma di libertà guidata. Portare nel loro spazio contenuti che nascono da un’altra dimensione rischia semplicemente di sovrapporre un linguaggio che non è il loro.

E qui emerge qualcosa che i social, senza volerlo, rendono ancora più evidente: il grande vuoto formativo che ancora circonda l’attività di base. È un vuoto quieto, quasi silenzioso, ma reale.

Abbondiamo di materiali pensati per il calcio degli adulti, per il professionismo, per la performance immediata, mentre mancano contenuti creati davvero per i bambini, per le loro esigenze, per la loro crescita. Manca una cultura specifica, manca un linguaggio, mancano riferimenti chiari per chi lavora ogni giorno con i più piccoli. Manca e serve. Manca e va colmata. Manca e chi allena bambini dovrebbe sentirne la responsabilità.

Perché l’attività di base non è il punto più semplice del percorso: è il punto più delicato. Non può essere trattata come una riduzione in miniatura del calcio dei grandi, ma come un terreno educativo che ha dinamiche proprie e che chiede competenze precise. Se questo vuoto non viene riempito, gli allenatori continueranno a cercare risposte dove non possono trovarle, nei video dei professionisti, nelle idee costruite per chi vive un altro calcio, un altro tempo, un’altra complessità.I social hanno una forza enorme: mostrano, semplificano, convincono. Ma allo stesso tempo nascondono ciò che dà senso alle scelte: il contesto, la gradualità, la storia delle persone coinvolte.

Vediamo un professionista spiegare un principio in pochi secondi, senza sapere quali siano i presupposti, quali competenze sostengano quella proposta, a che tipo di giocatori sia rivolta. Così può accadere che un allenatore dell’attività di base prenda quell’immagine, la estragga dal suo significato originario e la porti nel proprio gruppo, convinto che possa migliorare la qualità dell’allenamento. E invece, senza volerlo, rischia di spostare l’attenzione verso una forma di calcio che non appartiene ai bambini, che non parla la loro lingua, che non tiene conto del loro modo di crescere. I bambini non hanno bisogno di essere gestiti come adulti in miniatura. Hanno bisogno di gioco, di varietà, di errori leggeri, di scoperte che arrivano al ritmo giusto. Hanno bisogno di sbagliare senza sentirsi osservati, di essere protagonisti senza essere caricati, di stare in un gruppo senza essere trattati come un reparto.

Per questo prendere un contenuto pensato per il professionismo e portarlo così com’è nel calcio dei piccoli rischia di creare distanza invece che opportunità. Non c’è nulla di male nel lasciarsi ispirare. La curiosità è un motore prezioso. Ma deve essere una curiosità capace di distinguere. Deve trasformarsi in una domanda semplice e onesta: questo serve ai bambini o serve a me? Parla alla loro età o parla alla mia idea di calcio? Aggiunge qualcosa al loro percorso o introduce un peso inutile?

Sono domande che cambiano il senso di ciò che portiamo in campo. Il punto non è rifiutare i social, né temerli. Il punto è saperli leggere. Capire che non tutto è trasferibile. Ricordare che non tutto ciò che funziona nel mondo dei professionisti ha valore nell’attività di base. E soprattutto riconoscere che la vera competenza dell’allenatore dei bambini non è replicare modelli, ma costruire ambienti in cui ogni bambino possa crescere con i propri tempi, con le proprie scoperte, con la propria meraviglia. I social possono ispirare, certo, ma non devono guidare. Perché il calcio dei piccoli non ha bisogno di diventare più adulto. Ha bisogno, profondamente, di rimanere bambino.

BIO: Gianluca Urgnani, 50 anni, marito e padre, Uefa B. Da oltre 30 anni allenatore nell’Attività di Base; da dieci nel settore giovanile di FC Internazionale, attualmente con incarico di allenatore U9.

2 risposte

  1. Il problema e’ a un livello piu’ alto, investe nella sua interezza il rapporto adulti/bambini.
    Bisogna tornare al significato della scoperta della doppia elica del DNA e cioe’ al principio che ogni individuo e’ unico e irripetibile e agli attuali approdi delle Neuroscienze che attestano inequivocabilmente la presenza negli individui, alla loro nascita, di innatismi, di sapienze innate, di cui gli adulti nella loro affannosa ricerca e affermazione di modelli educativi, devono necessariamente tenere conto.
    L’adulto deve con garbo e delicatezza assistere, non guidare, il percorso del bambino, fatto di scoperte, esplorazioni, creazioni intuitive; lo puo’ fare solo generando un ambiente ” Montessoriano ” in cui autonomia e autodeterminazione del bambino siano al centro di tutto.
    Un tempo i ragazzi approdavano alle scuole calcio intorno agli 11/12 dopo anni di liberta’ espressiva ed erano molto piu’ avanti sia sul piano motorio complessivo che della ” freschezza” nell’apprendere, dei loro coetanei di oggi che vengono da 6/7 anni di attivita’ nelle scuole calcio, per aver iniziato intorno ai cinque anni di eta’, come di prassi.
    Dunque, i modelli educativi e formativi vanno interamente rivisti e affrancati dalla smania di insegnamento che riversa su bambini e ragazzi una dannosissima ” sbornia cognitiva ” in un’eta’ in cui i gradi di liberta’ nel modellare la propria crescita dovrebbero essere elevatissimi.

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