Due autori come Borges e Calvino, ciascuno secondo una linea poetica peculiare, hanno saputo tracciare mondi ramificati e complessi. Si pensi all’Aleph o alle Città invisibili. Entrambi, secondo un’accezione da una parte più ontologica (il tutto mostruoso), dall’altra in un impianto più fenomenologico (le apparizioni non corrispondono a rivelazioni), hanno raccontato delle forme di qualcosa che potremmo chiamare, semplificando assai, nostalgia: la totalità è inattingibile tanto nel gesto mistico, verticale (Borges) che in quello orizzontale e dialogico (Calvino). Tuttavia, se Borges scompone – brucia – Calvino ri-crea. Diciamolo in poche parole: magari le città calviniane non sono altro se non un Aleph abitabile, reso – finalmente e poeticamente – umano.
In questa infinita, meravigliosa tensione, scruto la ricerca artistica (sì, artistica, non me ne vogliano i puristi) di Pep Guardiola. Il Pep borgesiano è probabilmente quello di Barcellona, la casita non solo putativa, dato l’orgoglio catalano sempre esposto e sottolineato. Diventa allenatore della prima squadra quasi per caso, ammesso e non concesso che sia questa forza imperscrutabile a guidare i nostri destini, dopo un’esperienza come coach del Barça B e sotto l’egida di un mentore d’eccezione, l’unico possibile, per lui: Johan Cruyff.
Funziona, funziona come meglio non avrebbe potuto: il Barcellona, con Xavi e Iniesta – ché l’ossessione è sempre e sempre sarà quella per il mediocentro – prima ancora di Messi è la vertigine. Insomma, il capogiro, anche quello esegetico, se si considera che parte da qui la sistematica miscomprensione del “genio”, troppo bravo per essere vero, troppo bravo per essere accettabile (e poi denotato da una certa… chiamiamola umiltà, ma è intelligente senso della caducità, proprio dei filosofi oltre che degli artisti: quindi Guardiola diviene un “paraculo”). Si comincia a parlare, quasi subito con un certo tenore da sberleffo, del cosiddetto tiki-taka. L’artefice di un calcio geometrico, pensatissimo diventa così, per certuni, il cultore dello sterile tocchetto. Pep, come ovvio, rispedisce tutto al mittente, facendo un calcio che è allo stesso tempo bellissimo ed efficace.
Con il Barcellona, infatti, vince e stravince. All’Olimpico di Roma, il 27 maggio 2009, battono per due reti a zero il Manchester United, in una struttura ricorsiva a priori, se così si può dire: chissà se Guardiola in quel momento già pensava al City o se quella stessa vittoria lo ha ispirato a cercare fortuna, dopo la parentesi tedesca, nella perfida Albione.
Due fatti sono rimasti, al di là della bellezza assoluta: la dedica, sincera, non dovuta, a Paolo Maldini, che aveva appena lasciato il calcio, subito dopo il fischio finale, quando ci si aspetta che si parli della propria squadra, di sé, e l’invito a partecipare esteso all’altro grande mentore, Carlo Mazzone. Mazzone stesso rimase stupefatto, quando glielo passarono al telefono: “Peppe, te stai a prepara’ per una finale de Ciempions e pensi a me?”.
Sì, pensò a lui, e c’ha pensato anche all’indomani della scomparsa del Sor Magara, indossando, nel post-partita, la maglietta che ritrae la storica corsa sotto la curva atalantina.
Perché c’è un’altra cosa che confonde di Pep Guardiola: in un mondo, quello calcistico, di frasi fatte e di “dobbiamo fare bene”, opposte a fastidiose sbruffonerie, lui è la pacata e mai doma scintilla di imprevedibilità. Non appagato della sicurezza degli esiti e in grado di cogliere prima degli altri minuzie che diventeranno crepe, il catalano lascia Barcellona all’apice del successo personale: la perfezione divora sé stessa come un Aleph che brucia chi lo guarda. L’artista, perché l’arte sopravviva, ha bisogno di sperimentare.
Si prende allora un anno sabbatico che passa in una città che ha pochissimo a che fare col gioco del pallone e moltissimo con il crocevia tra culture: New York. Di futuro non parla, tanto che in molti resteranno sorpresi della scelta di allenare il Bayern Monaco. Fatto sta che Guardiola arriva in Germania, dove fronteggerà per la prima volta Jürgen Klopp, allenatore del Borussia Dortmund, con una conoscenza più che discreta del tedesco. In questa ostica lingua, almeno per noi che abbiamo una radice latina, condurrà le conferenze stampa: l’idea può essere resa calvinianamente “abitabile” anche attraverso la condivisione linguistica. Vincerà – naturalmente – e lo accuseranno di vincere facile con una squadra attrezzatissima per farlo (le stesse “accuse” non arrivano ad altri, chissà perché…); si dimenticano che la grandezza di Pep Guardiola non è e non sarà mai un’equivalenza rispetto al numero di trofei conquistati in carriera. Perché lui è l’artista e l’artista scava un solco nel quale altri si possono collocare. Così il cosiddetto calcio posizionale, di cui Pep è il principale alfiere, comincia a contaminare gli stilemi classici della Bundesliga, come nota Raphael Honigstein: «la visione era quella della dominazione totale […] come avere 11 centrocampisti per tenere la palla e soffocare l’avversario» (fonte: mancity.com).
I ruoli divengono più fluidi, con gli inverted full-backs – proprio una cifra di stile – che si accentrano per creare superiorità numerica in mezzo al campo e i terzini, quali Lahm, utilizzati da mediano/vertice basso. Il portiere, Neuer, è una specie di regista, tanto che addirittura luccica lo schiribizzo di provarlo a centrocampo! È, in pratica, il modello Guardiola che si espande. Non a tutti piace, ma il linguaggio, anche quella calcistico, si evolve senza bisogno di aspirare all’unanimità.
È poi la volta del Manchester City, il più lungo dei regni, forse, a detta sua, l’ultima esperienza di club. In una città, Manchester, a cui sente di appartenere e che è disseminata della sua carismatica presenza – uno notissimo chef catalano, Paco Pérez, ha fondato “Tast”, ristorante tipico, sito al 20 di King Street – Guardiola porta a maturazione il sogno originario: «In tutti gli sport di squadra, il segreto è sovraccaricare un lato del campo in modo che l’avversario debba inclinare la propria difesa per farcela.» (Fonte: Pep Confidential, Martí Perarnau)
I “piani inclinati” prendono forma nelle costruzioni a rombo, nei centrali che diventano playmaker, nei trequartisti che si allargano per aprire corridoi di gioco interno. Cancelo e Stones non sono più difensori o centrocampisti, ma vere e proprie linee di fuga: vettori che alterano la percezione dello spazio, come se il campo stesso si potesse piegare, in modo escheriano o alla maniera di Dalì, per generare nuove prospettive, difficili da intercettare e da arginare.
È un calcio che non è solo calcio: sposta il baricentro del mondo.
Dopo il fallimento tattico della finale di Champions 2021, contro il Chelsea di Tuchel – la più calviniana delle sue sconfitte, segnata dall’assenza di un mediano e da un “overthinking” che sovente gli viene imputato – Guardiola ha trovato la piena maturità nel 2023, l’anno del tutto: un 3-2-4-1 ibrido, con John Stones mediano aggiunto, accanto a Rodri in costruzione, che è insieme sistema e anti-sistema: l’artista sa che dentro la regola, l’invenzione non è solo prevista, ma necessaria.
Non deve quindi stupire che in questa stagione, a seguito di mesi deludenti e un po’ confusi, Pep abbia chiamato ad assisterlo colui che ha accompagnato Klopp nei suoi successi al Liverpool: Pep Lijnders.
Calcio posizionale e calcio relazionale si mischiano in attesa di imparare a neutralizzare il Leviatano. Perché solo gli sciocchi restano sempre fedeli a sé stessi (a una stagnante idea di sé stessi, per meglio dire). I geni sanno cambiare e lo fanno secondo modalità che all’inizio ci sfuggono.
«Pep, amico mio! Benvenuto nel Club dei 1.000! Non riesco a credere che tu abbia ancora un aspetto così giovane e abbia già raggiunto questo traguardo davvero incredibile.
Probabilmente non serve che ti dica che io ci sono arrivato 81 partite fa, ma… è forse l’unica volta in cui sono arrivato prima di te!
È stato un piacere e un onore affrontarti così spesso nel corso delle nostre carriere. Le partite più difficili, ma anche quelle che ho amato di più, perché sei – e resti – un’ispirazione per tutti noi. Il modo in cui comprendi il calcio è praticamente senza paragoni, e la passione che mostri ogni giorno è davvero straordinaria.
Un altro club leggendario di cui ora fai parte: avanti verso il prossimo traguardo! Ti auguro il meglio, ci sentiamo presto, e goditi una splendida celebrazione, magari con un bicchiere di vino rosso!»
Con una chiusa shakespeariana piuttosto sorprendente (non per il sublime, colto personaggio che è Jürgen Klopp, ma perché quel “red” evoca la sua ex squadra), in questo modo l’amico/rivale di sempre ha voluto celebrare le prime 1000 partite di Pep Guardiola.
Piace celebrarle, nel nostro piccolo, anche a noi: 1000 di questi giorni, Pep.
P.s. Questo pezzo è stato scritto prima della partita del 9 novembre contro il Liverpool. Perché, comunque andrà, non è una gara a fare il percorso, come non è una singola pennellata a fare l’opera d’arte. Se lo mettano in testa quelli che, eventualmente, dovessero scrivere: “Slot ha battuto Guardiola”. A parte che sono diciture sciocche, dato che in campo vanno comunque i giocatori, i cui errori, se ci sono, non si possono sanare dalla panchina. A parte questo, dicevo, non c’è proprio nessun paragone, nemmeno per scherzo, nemmeno per vendere.

BIO: ILARIA MAINARDI
Nasco e risiedo a Pisa anche se, per viaggi mentali, mi sento cosmopolita.
Mi nutro da sempre di calcio, grande passione di origine paterna, e di cinema.
Ho pubblicato alcuni volumi di narrativa, anche per bambini, e saggistica. Gli ultimi lavori, in ordine di tempo, sono il romanzo distopico La gestazione degli elefanti, per Les Flaneurs Edizioni, Milù, la gallina blu, per PubMe – Gli scrittori della porta accanto e “Marco Van Basten. Il Cigno di Utrecht”, con Andrea Rurali, edito da Garrincha Edizioni.
Un sogno (anzi due)? Vincere la Palma d’oro a Cannes per un film sceneggiato a quattro mani con Quentin Tarantino e una chiacchierata con Pep Guardiola!









