LA LEADERSHIP (SPORTIVA E NON)

Non siamo leader per noi stessi, ma per il bene degli altri.” (Simon Sinek)

Nelle società esistono diverse figure di riferimento che devono possedere caratteristiche manageriali. Se prendiamo a riferimento le società sportive, in particolare l’allenatore, egli potrebbe essere definito come colui che ha il compito di allenare, motivare, ascoltare, controllare, consigliare tanti individui che, uniti insieme, costituiscono un Team, un gruppo di lavoro.

Esiste una stretta correlazione tra il legame che si crea tra l’allenatore e la sua squadra, i risultati e gli obiettivi che la società chiede vengano raggiunti.

Come già detto, l’allenatore può essere un buon professionista, in quanto capo nominato da qualcuno (dal presidente, da un dirigente sportivo, etc…), ma potrà anche essere una figura che, mirando all’eccellenza, oltre ad essere un buon professionista, è un Leader, una figura carismatica in grado di trascinare le persone verso l’obiettivo, il traguardo.

Sempre prendendo a riferimento il mondo calcistico, questa considerazione può essere tranquillamente estesa al Presidente, al Direttore Sportivo, al Capitano o a chiunque guidi un Team. E, chiaramente, questa considerazione può essere estesa al mondo del business ed alla vita di tutti i giorni.

Ma che cos’è la leadership?

Nel tentativo di provare a dare risposta a questa domanda, partirei sottoponendo un’altra domanda che sorge spontanea: posto che capo può essere nominato chiunque, tutti i capi sono anche dei Leader?

La risposta è relativamente semplice: no, non tutti i capi sono anche dei Leader. Ed il pensiero si comprende meglio analizzando un po’ più nel dettaglio il concetto di Leadership.

Esistono centinaia di definizioni di Leadership, riporto di seguito quella che per me è la più significativa ed allo stesso tempo la più esplicativa:

“La leadership consiste nell’interazione di coloro che in una struttura di stato occupano la posizione più elevata, altrimenti detti leader, col resto del gruppo. Una delle caratteristiche fondamentali dei membri di un gruppo di stato elevato è quella di proporre idee e attività nel gruppo utilizzando in questo modo dei mezzi per influenzare i membri del gruppo a modificare il loro comportamento. Ma, dal momento che l’influenza sociale è comunque sempre un processo reciproco, quello che caratterizza i leader è che possono influenzare gli altri nel gruppo più di quanto siano influenzati loro stessi”.

Continuando a prendere a riferimento l’allenatore, se vuole elevarsi al livello di Leader, per fare un esempio pratico, a mio avviso, non solo deve essere colui che arriva per primo al campo e preparare delle sessioni di allenamenti, ma deve soprattutto far “sentire la propria presenza”, interfacciandosi e dando valore al tempo trascorso con ciascuno dei membri del Team, I quali, a loro volta, percepiscono nettamente questa cosa e ripagheranno l’attenzione dando il massimo in ciò che sono chiamati a fare. E, sempre nell’ottica della Leadership, deve dimostrare assoluta coerenza tra ciò che dichiara e ciò che fa.

Il Manager, e in tal caso la domanda la estendo anche al mondo non sportivo, per poter aspirare ad essere un Leader, deve essere autoritario o autorevole? Da ragazzo ritenevo che il bravo leader fosse colui che disponesse di un buon livello di mix, equamente ripartito, tra autoritarismo ed autorevolezza. 

Nel corso degli anni mi sono fortemente ricreduto e sono arrivato alla conclusione che il vero Leader è autorevole, non ha necessità di essere autoritario per condurre il proprio gruppo di lavoro al raggiungimento dell’obiettivo. Gli individui di un gruppo di lavoro non hanno la necessità di essere guidati come se fossero una macchinina telecomandata.

Qualche decennio fa, nella stragrande maggioranza delle società, si tendeva ad essere prevalentemente autoritari, con il solo risultato di incutere timore, di creare degli oppositori, oppure ottenere ciò che auspicato solamente da chi caratterialmente si faceva scivolare addosso rimproveri o non dava peso ad atteggiamenti che definirei poco garbati.

Ma i tempi sono cambiati e, tendenzialmente, sto notando un graduale spostamento, con l’avvento delle nuove generazioni di manager, dall’autoritarismo all’autorevolezza.

Leader si nasce o si diventa? 

E’ dai tempi di Aristotele che si tenta di dare una risposta a questa domanda senza, tuttavia, riuscire ad arrivare ad una risposta univoca e condivisa.

Pertanto, partendo dall’assunto che leadership debba essere intesa come un insieme di caratteristiche, provo a sintetizzare il mio pensiero.

Proprio prendendo spunto dal grande filosofo greco, in una delle sue opere sembra suggerire che il potenziale di leadership sia in parte innato. Recenti ricerche sembrano confermare che, mentre alcune persone possono avere una predisposizione naturale a guidare, la leadership è anche una competenza che può essere sviluppata e affinata attraverso l’apprendimento e l’esperienza.

Il carisma, l’assertività e la capacità di comunicazione sono delle caratteristiche innate di alcuni individui che li rendono predisposti alla leadership.

Altri individui, non predisposti dalla nascita, prendendo coscienza della differenza tra essere un capo ed un leader attraverso l’autoriflessione, l’esperienza e la formazione, possono diventare degli ottimi Leader. Ne abbiamo già discusso, ma anche l’abilità di risolvere i problemi, la capacità di ispirare e motivare, la capacità di adattamento, unite all’intelligenza emotiva, possono costituire delle solide basi per poterlo diventare.

Spesso, anche l’ambiente in cui una persona cresce e lavora, unitamente alle esperienze che accumula, può influenzare il suo sviluppo come Leader. 

Insomma, ritengo che Leader si possa anche diventare con l’umiltà, la voglia di imparare, lo spirito di sacrificio e l’impegno.

La Leadership Silenziosa: il Capitano

Si è spesso portati a pensare che il Leader metta in atto atteggiamenti plateali: non è così. Al contrario, tornando al pensiero iniziale, i veri Leader tendono a non spettacolarizzare la propria figura, anzi, al contrario, ad utilizzare il proprio carisma per guidare ed influenzare gli altri. Parlando di Leadership silenziosa ed autorevole mi soffermerei su una figura che ha certamente influenzato la mia infanzia e mi ha fatto affascinare al concetto ed alle figure dotate di Leadership. Sto parlando di Franco Baresi, “il Capitano”.

Non sono un giornalista e sono già stati spesi fiumi di inchiostro dai professionisti per raccontare la sua vita e le sue gesta sportive, ma ritengo “il Capitano” Franco Baresi, un calciatore in grado di vincere 6 Scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 3 Supercoppe UEFA e 4 Supercoppe Italiane con il Milan, un autentico Leader silenzioso.  Baresi, in campo, è stato letteralmente un fenomeno. Capitano rossonero e comandante della difesa del Milan, era dotato di una tecnica calcistica fuori dal comune, una tenacia ed una personalità unici nel suo ruolo, che contribuivano a dare sicurezza ai propri compagni di squadra, incutendo timore e soggezione agli avversari, tanto che, a distanza di tanti anni dal suo abbandono al Calcio, Baresi è ancora identificato dai tifosi come “il Capitano”. 

Ho il ricordo di lui ai tempi in cui era giocatore, benché apparisse costantemente sui media, come una persona di poche parole, ma estremamente determinata e concreta.  Per ovvie ragioni non ho frequentato lo spogliatoio del Milan, ma la sensazione è che non avesse bisogno di parlare per trascinare i compagni di squadra verso i successi. Era in grado di utilizzare il proprio linguaggio non verbale per trasferire agli altri i messaggi necessari e la propria autorevolezza.

A tal proposito, ho sentito il racconto di un aneddoto che aiuta a rendere l’idea di quanto fosse riconosciuto dagli altri come Leader. Durante un pasto vi erano diverse tavolate ed era capitato che qualcuno assumesse un atteggiamento un po’ goliardico. Baresi, ritenendo che non fosse il momento per esserlo, probabilmente perché a ridosso di una partita o di un evento importante in quanto ciò poteva compromettere il livello di concentrazione in preparazione allo stesso e, non avendo nemmeno bisogno di utilizzare le parole, aveva semplicemente rivolto uno sguardo ai componenti del tavolo, i quali, riconoscendo in lui il leader della squadra, avevano immediatamente smesso di scherzare ed avevano ripreso un atteggiamento serio e concentrato.

Questo è un chiaro esempio di come alle volte non sia nemmeno necessario comunicare verbalmente qualora i componenti del Team comprendano la forma di comunicazione del loro Leader e lo riconoscano in quanto tale.

Un Manager, Leader sportivo: Filippo Galli

In uno dei precedenti paragrafi ho toccato l’argomento “Leader si nasce o si diventa?”. Se questa domanda viene posta a numerose persone, probabilmente, si otterranno numerose risposte, la maggior parte delle quali tutte differenti le une dalle altre. Ciò che però mi sento di dire, con ragionevole certezza è che chi è leader tende a rimanere tale. Il contesto e le competenze giocano comunque un ruolo chiave ma, indipendentemente dal settore in cui opererà o dal ruolo che andrà a ricoprire egli tenderà comunque a mettere in atto i tratti che lo contraddistinguono tipici della leadership.

E qui mi sento di introdurre il secondo personaggio che ritengo sia un vero esempio in tal senso. Si tratta di una persona che ho avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino. Parlo di Filippo Galli, giocatore del Milan di Sacchi e Capello, che ha vinto 5 scudetti, 3 Coppe dei Campioni/Champions League, 2 Coppe Intercontinentali, 3 Supercoppe Europee e 4 Supercoppe Italiane. Un altro Palmares da far venire i brividi ad ogni appassionato di Calcio.

Recentemente, ho avuto modo di confrontarmi con un grande amico, sin dall’infanzia, conoscitore di Calcio e super tifoso del Milan (il suo nome è Marco Cigognini) e, pensando al Filippo calciatore di quando eravamo bambini, abbiamo il ricordo di lui come un Leader in campo, tra altri Leader, sempre educato, una persona tranquilla, mai sopra le righe, ma allo stesso tempo estremamente decisa nelle giocate e dotata di grande carisma. Riusciva a fermare e mettere in difficoltà giocatori come Maradona, Platini e Zico grazie alla sua spiccata intelligenza tattica nonché alla sua capacità di lettura, in anticipo, delle situazioni di gioco, tutto per merito della sua grande umiltà unita al suo spirito di sacrificio per la squadra. Un vero fenomeno della difesa.

Ma Filippo non è stato solo un campione da calciatore, è stato anche un eccellente manager sportivo (tra i vari ruoli ricoperti, Direttore del settore giovanile del Milan per quasi un decennio) che grazie alle proprie doti manageriali, alla convinzione delle proprie idee tecniche, al suo stile di leadership ed al coinvolgimento dei propri collaboratori, è riuscito a raggiungere dei risultati incredibili tra i quali la formazione di giocatori che sono diventati professionisti, quali Donnarumma, Calabria, Bellanova, Gabbia, Locatelli, Cristante, Pobega, Brescianini, Cutrone, Cristante, Petagna, solo per citarne alcuni, ed in un momento storico in cui il calcio italiano era, ma in realtà lo è tuttora, accusato di non creare valore.

Ho il piacere di conoscere personalmente Filippo e la cosa che più piacevolmente mi ha colpito in lui è che nonostante fino a qualche tempo fa non ci conoscessimo, ha deciso di dare spazio alla mia voce riguardo la promozione del mio sport, il Futsal, e non solo, avendo compreso il potenziale di questa disciplina, benché sia ancora ignota al grande pubblico, dandone spazio all’interno del suo blog “La Complessità del Calcio”. Non voglio dire che il mio pensiero sia qualcosa di rivoluzionario, al contrario, ma con ciò voglio enfatizzare il fatto che mi ha dato un insegnamento importante: i grandi Leader hanno visione.

Bio: Luca Innocenti

Manager, Coach e Mentor. Ex giocatore di Calcio a 5 in campionati nazionali. Da ragazzo, nella stagione 2002/2003, ha vinto insieme al Seregno calcio a 5 uno storico scudetto Juniores, laureandosi Campione d’Italia. Ha collezionato alcune presenze con la Nazionale Italiana di calcio a 5 (Under 18 ed Under 21). 

Istruttore qualificato di scuola calcio, é ideatore da diversi anni di progetti calcistici (aventi un taglio “Futsal”) giovanili, anche collaborando con professionisti provenienti da altre nazioni europee. Tra le esperienze sportive, allenatore dell’attività di base dei Saints Milano (Serie A2 Élite Calcio a 5).

Ha scritto il libro “L’allenatore di Futsal nelle categorie giovanili”, è autore nel blog betterfutsalcoaching.wordpress.com e scrive per il blog “La complessità del calcio”, di Filippo Galli. 

Da decenni è attivo nel sostenere l’importanza dell’insegnamento del Futsal anche nei settori giovanili delle società calcistiche.

4 risposte

  1. Mi compiaccio Luca per la semplicità e chiarezza della tua scrittura. Sono certo che questa nuova disciplina del Futsal, data la sua semplicità , otterrà sempre più consensi sia tra i giovani quanto dagli “anta in su!“
    Nella parte finale del tuo articolo parli eloquentemente del nostro Filippo Galli. Non aggiungo che una frase nel merito: mi rammarico, vivendo a Roma, di essere così distante da Monza per poter così scambiare di persona due sane chiacchiere con un autentico monumento del Calcio, e quello inteso con la C maiuscola!
    Buona serata.
    Massimo 48

    1. Ciao Massimo, ti ringrazio di cuore per i complimenti. Mi auguro che il mio sport trovi il giusto spazio anche in Italia. Hai colto pienamente e so per certo che c’è tanto interesse da parte dei giovani, il che mi da speranza per il futuro.
      Per quanto riguarda il riferimento a Filippo posso solo confermare il pensiero espresso nell’articolo ed il tuo commento: è un autentico Leader e fuoriclasse anche al di fuori del campo.
      Un caro saluto
      Buona serata
      Luca

  2. Buongiorno Luca, anche io come Massimo, ho trovato l’articolo scritto in modo chiaro e lo condivido appieno.
    Parlando di Franco Baresi e Filippo Galli, ho avuto il piacere di vederli giocare tante volte a San Siro. Galli, giocatore molto pratico ed elegante, era in grado di giocare in diversi ruoli, sempre di “interdizione”, ma conservando l’efficacia, tanto è che il signor Liedholm lo utilizzò per neutralizzare centrocampisti mondiali. Risultato: non si monto’ la testa per nulla e non fece valere il suo valore (scusate il gioco di parole), per andare a battere cassa.
    Franco Baresi: beh, è stato detto già tutto di lui, resta ben poco da aggiungere. Per un ventennio, ci siamo “aggrappati” a lui: abbiamo vissuto anni “terribili”, ma la presenza di Baresi, ci dava quel senso di appartenenza, che solo con Rivera ho provato allo stesso modo. Due leader molto diversi: Baresi parlava poco, Rivera (suo malgrado) un pochino di più. Ma entrambi, come primo obiettivo avevano il bene del Milan: infatti loro si dovevano allenare bene, per poter rendere bene in campo; in gioco c’era, più che il risultato, il rispetto dei tifosi che spendevano i soldi per loro…

    1. Ciao Gian Paolo,

      ringrazio anche te di cuore per i complimenti e per aver condiviso i tuoi ricordi di Franco Baresi e Filippo come giocatori. Sono ricordi di un calcio fantastico, che aveva un grande fascino e a mio avviso era in grado di trasmettere dei valori importanti anche agli appassionati.

      Un caro saluto
      Buona serata

      Luca

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