MAX, CESC PLUS FACILE

Difficile trovare ulteriormente le parole, per quanto mi riguarda, dopo millanta articoli inequivocabilmente volti a sottolineare le incontrovertibili evidenze.

Evidentemente soltanto adesso, ai più, evidenti.

Difficile dire più di quanto già sciorinato nell’ormai apposita, enciclopedica, collezione sulla specifica tematica.

Onestamente non c’è niente da aggiungere.

Anzi.

Ora che ci penso.

Vi racconto una storia.

C’era una volta un uomo che intascava cinque milioni all’anno per presentarsi ai microfoni e sostenere candidamente , senza arrossire, di voler raccogliere dieci punti (in otto gare) nel girone iniziale della più importante manifestazione continentale.

Quale obiettivo massimale (massimale) per agguantare eventualmente e felicemente il ventiquattresimo (ventiquattresimo) posto in graduatoria.

Perché del resto “giocare contro il Manchester city è proibitivo” e bisogna “costruire” la propria qualificazione “nelle gare più abbordabili”.

Nelle quali tentare di racimolare sette punti.

Così, mentre l’Europa regala spettacolo e proposte identitarie indipendentemente dallo spessore qualitativo delle compagini, un uomo profutamente stipendiato evidentemente per fare qualcosa di più che perdere contro chi si può perdere, forse (forse) pareggiare contro chi si può pareggiare e forse (forse) vincere contro chi si può vincere, afferma (senza lasciare intravedere tracce riconducibili ad esposizioni fisiognomiche rimarchevoli di inconscia vergogna) di  considerare “proibitive” le gare più difficili (neanche fosse seduto sulla panchina del Sabah) e alla portata scontri infinitamente alla portata.

Vedete, il punto, come da me ribadito dalla notte dei tempi, non è esclusivamente lo scempio d’approssimazione perenne esposto continuativamente all’interno del manto erboso, non è la straordinaria pochezza di contenuti ed idee puntualmente, ogni volta, di volta in volta, “regalati” al globo calcistico terracqueo in una sorta di Sindrome di Stendhal capovolta, il punto è che una figura dedita al pressappochismo e all’immobilismo, che altresì per autoproclamazione sancisce questo di sé medesimo urbi et orbi, è ancora “protagonista” su di una panchina fra le più importanti del panorama nazionale.

Per affermare di perdere le partite che si possono perdere.

A questo punto, una semplice domanda: se una guida tecnica ritiene normale perdere quando si può perdere e raccogliere il minimo indispensabile quale bastevole per proseguire imperterrito verso la conquista minimalista di obiettivi ridotti, perché mai dovrebbe essere stipendiata con una cifra spropositata?

Diviene una questione di pura logica: perché pagare cinque milioni all’anno chi afferma di puntare a fare il minimo indispensabile sempre e comunque, ridimensionando progetti e giocatori, sminuendo i contesti, affermando e accettando preliminarmente di perdere contro chi si può perdere?

A questo punto basterebbe un allenatore qualunque a cui dare un riconoscimento economico minimo se tanto si può perdere contro chi si può perdere, forse pareggiare contro chi si può pareggiare e forse vincere contro chi si può vincere, senza il dovere di apportare nulla.

Mi sembra un sillogismo.

Mi pare una tautologia.

Tutto questo mentre una squadra italiana segna nove gol in trasferta scrivendo una delle pagine nostrane più belle nella storia della competizione.

Suggellando il record del trionfo più ampio in trasferta.

Del trionfo più ampio di sempre, per distacco numerico equivalente ai due 8-0 perpetrati dal Real Madrid al Malmoe e dal Liverpool al Besiktas.

Rendendo Liberali prima e Papaccioli poi i più giovani marcatori nella storia del nostro paese in Champions League, alle spalle di un primordiale Balotelli.

Rendendo Douvikas capocannoniere dell’edizione corrente.

Siglando diciannove reti in quattro incontri.

Alla prima esperienza a questi livelli.

Sarà mai che in riva al Lago a qualcuno sia venuto in mente di vincere anche contro chi non si può vincere?

Eresia.

Giocando un calcio spettacolare?

Giammai.

Onorando il calcio e la sua essenza?

Rivestendosi di quella mentalità che altrove avrebbe dovuto essere propria?

 Gratificando tifosi e spettatori?

Saranno sicuramente dei matti per pensare e dispensare tutto ciò di cui sopra.

Pensa te.

Profanatori della semplicità.

Sì, caspita.

Il calcio è semplice: perdi contro chi puoi perdere, forse pareggi contro chi puoi pareggiare e forse vinci contro chi dovresti vincere.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

3 risposte

  1. Chapeau! Concordo sino all’ultima sillaba.

    Due cose: il Como è il Foggia di Zemanlandia 4.0, con uno spessore ancora maggiore, e incanta quindi anche in Europa.

    Liberali resta un mio cruccio. Avevo visto in lui le stigmate del Gianni Rivera del nuovo millennio. È la sua perdita, non quella di Leão, a bruciarmi, e non poco. Sbaglierò.

    Per quanto sia felice dell’arrivo di Cissé, vorrei sapere chi lo ha colpevolmente lasciato sfuggire. Anche questa perdita frutto delle scelte dell’allenatore che punta solo al minimo indispensabile? Il Milan avrebbe potuto avere entrambi.

    Che ne pensi?

    1. In effetti il Milan poteva benissimo avere entrambi e non capisco perché nella mente striminzita di tanti milanisti invece sembra che poteva avere solo o l’uno o l’altro.
      Direi che sono i soliti milanisti acciecati dal tifo. Ho sentito un tifoso dire “che c’è frega di Liberali, abbiamo Cisse” come se nella sua mente non fosse possibile puntare su entrambi. Questo è il livello…

  2. La serata di ieri sarà forse il vero punto di svolta del movimento calcistico italiano.
    Perché nel calcio cosi come nella vita a volte per far cambiare veramente le cose c’è bisogno di un grande evento simbolico (o di una serie di diversi eventi successivi).
    Fino a ieri pomeriggio c’era ancora in Italia una gran parte di opinionisti e dirigenti che si rifiutava di vedere che certi allenatori non sono più adatti al contesto.
    Come De Laurentiis abbia preferito Allegri a Vincenzo Italiano rimane per me un mistero…

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