Successivamente alla roboante (e a questo punto doverosamente da catalogare quale ennesima) vittoria sull’Inter nel derby, è doveroso soffermarsi, focalizzare l’attenzione, su alcuni aspetti che, oltre alla disquisizione puramente narrativa e concettualmente evolutiva riguardante l’andamento cronologico della gara contro i nerazzurri, possano meglio delineare ed identificare pregi e difetti della compagine di Amorim.
Prima che Milan e Inter scendessero in campo lo scorso sabato per onorare San Siro di un’altra tappa da consegnare alla storia del mitico impianto meneghino, gli uomini di Chivu erano stati capaci di sciorinare, nelle prime nove giornate di campionato, sostanzialmente il doppio dei tiri rispetto a Modric (ancora una volta colossale e titanico) e compagni: 201 a 113.
C’è un dato, però, che ribalta una prospettiva che effettivamente sembra declassare nei numeri la produzione offensiva del Milan (quattordicesimo in Serie A quanto a stoccate): se è vero che mediamente nel nostro campionato si conclude 132 volte verso la porta avversaria (or dunque, ribadisco, il Milan naviga nelle zone medio-basse della graduatoria relativamente a questo aspetto) le conclusioni effettuate dagli uomini di Amorim valgono 0,15 gol attesi, un dato che consente a Pulisic e compagni di primeggiare in questo senso.
A fronte di settemila tocchi effettuati negli incontri sino a questo momento svoltisi in calendario (il 13% dei quali nell’ultimo terzo di campo), il Milan è riuscito a concentrare quasi l’ottanta per cento delle conclusioni all’interno dell’area di rigore (65% la media del torneo).
Su 43 tiri quasi la metà sono stati tramutati in gol (21).
Nel derby, l’Inter, nonostante incongruenze di natura tattica che a mio modo di vedere non sono state semplicemente determinate dalla scelta forzata di dover abbandonare la consueta disposizione del sistema di gioco a causa dell’indisponibilità degli attaccanti (con il medesimo schieramento Chivu avrebbe potuto optare per un possesso su più linee garantendo una densità che avrebbe ridotto gli spazi vitali allo sviluppo delle accelerazioni rossonere, benché c’è comunque da sottolineare il fatto che la partita, nel suo spartito, è stata sicuramente viziata dall’immediato doppio vantaggio e blindata nel momento cruciale da uno straordinario Maignan), ha confermato le statistiche che avevano accompagnato le due squadre al vicendevole cospetto: i tiri dei nerazzurri sono stati 19 contro i 7 dei rossoneri che, altresì, hanno dovuto respingere 31 cross nella propria area di rigore.
Con nove conclusioni da palla inattiva e con altrettanti tentativi derivanti da colpi di testa, l’Inter ha prodotto un’aspettativa di 1,77 reti contro le sole 0,43 dei cugini.
La qualità dei rossoneri in fase realizzativa è conseguentemente impressionante.
Nel momento in cui una certa discontinuità venisse accantonata a favore di una maggiore regolarità d’espressione e verosimilmente, in virtù di ciò, di produzione e risultati, il Milan potrebbe realmente compiere quel salto di qualità che potrebbe consentirgli di veleggiare verso traguardi più prestigiosi.
Nella gara contro i nerazzurri, altresì, è stato palese osservare una maggiore malleabilità nella disposizione dei giocatori relativamente all’occupazione degli spazi, un fattore che ha contribuito a creare lo scompiglio iniziale.
Maggiori rotazioni e interpretazioni più solide sotto l’aspetto mentale garantiscono una più elevata percezione dell’affidabilità individuale e collettiva.
Musah è l’emblema di quanto la complessità del gioco e la ritrovata consapevolezza delle proprie capacità, grazie all’altrui investimento, suggeriscano di non delineare in assoluto potenzialità e margini di qualsivoglia profilo.
È uno sport complesso: calare le prerogative di un’individualità e della sua complessità umana e professionale all’interno di una collettività esponenzialmente complessa in sé e in virtù della somma di complessità individuali, è notevolmente difficile.
Per infiniti fattori: umani, sociologici, comportamentali, tattici, tecnici, metodologici, aziendali, ambientali.
E molti altri.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










