SPECIALE HALLOWEEN: LE MALEDIZIONI DEL CALCIO, DA BÉLA GUTTMANN A RENATO POZZETTO

Esistono due categorie di mostri, quelli reali, ai quali appartengono gli assassini, i pedofili, gli stupratori e i sequestratori, e quelli immaginari, di cui fanno parte le creature nate dalla suggestione di uomini che, davanti a un fatto apparentemente inspiegabile, non avevano gli strumenti per darsi una risposta razionale. È il caso, per esempio, del vampiro, figura del folklore slavo che nel 1725 si fece conoscere ben oltre i Balcani. A renderlo noto fu il rapporto nel quale un funzionario austriaco, Ernst Frombald, descrisse ciò che aveva visto a Kisilova, un villaggio della Serbia allora sotto il dominio asburgico, dove un’epidemia, nel giro di pochi giorni, aveva stroncato nove persone; queste, condizionate da una credenza popolare secondo cui i defunti possono tornare dall’oltretomba, prima di spirare avevano raccontato di essere state aggredite da Peter Plogojowitz, un contadino deceduto da una decina di settimane. Sospettando che fosse un vampiro, gli abitanti ne riesumarono il corpo alla presenza del funzionario e, poiché presentava tracce di sangue attorno alla bocca, si convinsero che fosse davvero un non-morto ematofago; allora trafissero il cadavere con un paletto, ignari che quei segni fossero soltanto l’effetto della decomposizione.

La paura dei vampiri si radicò così nell’immaginario collettivo, alimentando un filone letterario al quale contribuirono poeti come Johann Wolfgang von Goethe e Lord Byron e scrittori come John Polidori e Joseph Sheridan Le Fanu. Fu però Bram Stoker con Dracula, romanzo horror gotico pubblicato nel 1897, a consacrare definitivamente il vampiro come una delle figure più celebri della letteratura mondiale.

Dalle pagine dei libri al grande schermo il passo fu breve, e con il cinema, un’arte che, come avrebbe detto Mario Monicelli, «non morirà mai», il vampiro conquistò davvero l’immortalità che la tradizione gli attribuiva. Tra i primi lungometraggi con protagonista un vampiro ci fu Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau, uscito nel 1922 e liberamente ispirato al romanzo di Stoker, la cui vedova intentò una causa per violazione dei diritti d’autore contro la casa produttrice Prana-Film, fallita dopo quest’unica produzione.

Per la piccola casa cinematografica tedesca, il Conte transilvano si rivelò così una maledizione, foriera di quella che da lì a poco si sarebbe abbattuta anche sull’uomo che, nella prima trasposizione autorizzata del romanzo, gli diede un volto e un corpo: Béla Lugosi. L’attore ungherese interpretò Dracula prima a Broadway e poi a Hollywood, dove sotto la regia di Tod Browning diventò una star della settima arte. Da quel momento, però, i produttori lo relegarono per lo più a ruoli da cattivo nei film dell’orrore, e la sua carriera conobbe un lento declino, fatto di pellicole a basso costo e di una parodia del suo stesso Dracula, fino agli ultimi film girati con Ed Wood, spesso considerato il peggior regista di tutti i tempi. Inevitabilmente, con il passare degli anni, il confine tra l’attore e il conte interpretato per quasi trent’anni si assottigliò fino a rendere l’uno indistinguibile dall’altro. Non per nulla, quando nel 1956 si spense, Lugosi fu sepolto con il mantello di scena, come se nemmeno la morte potesse sciogliere quel legame. Un macabro epilogo per un’esistenza che Fabio Genovesi, su la Lettura del Corriere della Sera, ha racchiuso in un titolo, «la maledizione di essere (troppo) Dracula».

Sei anni dopo la sua scomparsa, a oltre novemila chilometri da Hollywood, un altro ungherese di nome Béla, per una singolare coincidenza, legò il proprio destino a una maledizione. Parliamo, ovviamente, di Béla Guttmann, l’allenatore a cui il Benfica deve i suoi trionfi più grandi e, secondo la leggenda, anche l’anatema che lo perseguita da oltre sessant’anni. Tutto ebbe inizio all’indomani della conquista della seconda Coppa dei Campioni consecutiva, quando il tecnico,dopo essersi visto negare un aumento di ingaggio che riteneva doveroso, se ne andò profetizzando che, senza di lui, la squadra non avrebbe più vinto una coppa europea per almeno cento anni. Per quanto possa sembrare incredibile, da quel giorno la prima squadra del Benfica non ha più vinto un trofeo ufficiale fuori dai confini portoghesi. Non che siano mancate le occasioni, visto che il club ha raggiunto altre cinque finali di Coppa dei Campioni, una di Coppa UEFA e due di Europa League, ma ogni volta il titolo è finito nelle mani degli avversari. Così, con il moltiplicarsi dei rimpianti, la maledizione finì per essere presa sul serio, al punto che nel 1990, alla vigilia della finale di Vienna contro il Milan, perfino Eusébio, il più grande giocatore ad aver mai vestito la maglia del “Glorioso”, si raccolse in preghiera sulla tomba del suo vecchio allenatore, senza però ottenere la grazia sperata.

Diversa, e ben più cupa, è la storia di un altro anatema, legato al Racing Club di Avellaneda e a un rito macabro. Le sue origini vengono fatte risalire al 1967, quando l’Academia, battendo il Celtic con un gol di Juan Carlos Cárdenas nello spareggio di Montevideo, divenne la prima squadra argentina a conquistare la Coppa Intercontinentale. Dopo quel trionfo, il Racing dovette attendere quasi ventuno anni prima di sollevare un altro trofeo ufficiale, un digiuno che molti, ancora oggi, attribuiscono a un sortilegio.

Secondo la leggenda, alcuni tifosi dell’Independiente, reduci da due finali intercontinentali perse contro l’Inter, erano così frustrati dal successo dei rivali da rivolgersi a una strega, la quale consigliò loro di gettare una maledizione sui cugini seppellendo sette gatti neri sotto il manto erboso dello stadio El Cilindro. Il 17 dicembre dello stesso anno, l’Independiente vinse il campionato travolgendo proprio il Racing per 4-0 all’ultima giornata. Negli anni successivi, agli occhi della tifoseria biancoceleste, ogni delusione sembrò confermare la maledizione. La riprova più amara arrivò il 22 dicembre 1983, quando l’Independiente si impose nel derby per 2-0 e conquistò il titolo davanti a un Racing da poco retrocesso per la prima volta. Nel corso degli anni, né la ricerca delle carcasse dei gatti sotterrati né la benedizione del terreno di gioco bastarono a spezzare l’anatema. Il club arrivò perfino a rischiare la scomparsa e ancora oggi, pur essendo tornato a vincere titoli nazionali e continentali, guarda ai fasti del 1967 come a un miraggio.

Dal macabro, per chiudere, si passa al comico, con una maledizione molto singolare ma non per questo meno incisiva. A darle origine fu Renato Pozzetto, che nel film del 1979 Agenzia Riccardo Finzi… praticamente detective se ne uscì con una battuta destinata a tormentare i sogni dei tifosi del Monza per decenni: «Io sono del Monza, non riusciremo mai a venire in Serie A». Pensata come un ironico riferimento alle tante promozioni sfiorate dai biancorossi, negli anni a venire la boutade avrebbe finito con l’assumere i contorni di una maledizione, alimentata da delusioni sempre più cocenti.

La maledizione resistette per oltre quarant’anni, finché sulla strada del Monza non arrivò Silvio Berlusconi. Dopo aver costruito un impero televisivo partendo da una piccola emittente locale e portato sul tetto del mondo un Milan rilevato in grave crisi finanziaria, il Cavaliere aveva trovato nel Monza una nuova sfida, l’ennesima di una vita trascorsa a trasformare metalli vili in oro. Per vincere anche questa partita gli bastarono appena quattro stagioni, al termine delle quali, il 29 maggio 2022, la piccola squadra brianzola superò il Pisa e conquistò finalmente la Serie A.

L’anatema, una volta sconfitto, non tornò a tormentare il Monza nemmeno dopo la scomparsa del Cavaliere. Alla retrocessione del 2025 seguì infatti l’immediato ritorno in Serie A sotto la nuova proprietà americana. A suggellare la definitiva sconfitta della maledizione, la promozione arrivò il 29 maggio 2026, quattro anni esatti dopo la prima. Una coincidenza singolare, quasi un ultimo scherzo del destino nei confronti di un anatema che aveva ormai perso ogni potere.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, elenco pubblicisti, dal giugno 2026, ha manifestato fin da giovanissimo un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura. Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali. Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi. Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”. Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.

Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.

Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello. Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’. Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”. Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti. Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo. Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport, e dal 2025 anche per The Daily Cage, portale specializzato negli sport da combattimento.

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