C’è una frase che nel calcio italiano è diventata un leitmotiv da anni: il ragazzo deve farsi le ossa. La si tira fuori per spiegare quasi tutto. Il giovane è bravo, ma non ancora pronto. Ha talento, però gli manca esperienza. Deve trovare confidenza con il calcio che conta. In prima squadra avrebbe poco spazio, dunque meglio mandarlo a giocare. E pazienza se quel “giocare” significa spesso finire in Serie C, lontano dai riflettori, dalle grandi partite e soprattutto dal livello al quale, teoricamente, dovrebbe prepararsi.
E poi c’è la situazione Lulli, un’eccezione che speriamo rappresenti una scintilla verso un’inversione di tendenza.
L’esterno della Roma era praticamente con un piede sull’aereo per Avellino, destinazione Serie C, a titolo definitivo. Oggi, invece, sta partendo titolare nella Roma di Gian Piero Gasperini. Non sta facendo la comparsa, non viene messo in campo a risultato acquisito: per adesso viene preferito a Molina nell’undici titolare. E se un ragazzo che stava per essere ceduto definitivamente a una squadra di serie cadetta finisce pochi mesi dopo nell’undici titolare di una delle squadre più importanti d’Italia, ritenuta una seria candidata al titolo, qualche domanda sul magnifico principio del farsi le ossa sarebbe il caso di porsela.
Lulli, sia chiaro, non dimostra che tutti i giovani della florida Primavera giallorossa debbano necessariamente giocare nella Roma. Il suo inserimento nell’undici titolare dimostra che a volte un giocatore non ha bisogno di andare da qualche parte per diventare forte ma che un allenatore gli permetta di dimostrare quanto è già pronto o forte.
La regola, nel nostro calcio, almeno fino ad oggi, fatte salve poche eccezioni, è diversa. Il ragazzo viene aggregato alla prima squadra, gli si fanno i complimenti, gli si pronostica un futuro luminoso e poi, quando arriva il momento di decidere, si scopre che deve “fare esperienza”. Così prende la valigia e scende di categoria. Qualcuno finisce in Serie B, molti in Serie C. E tutti, naturalmente, lo fanno per il suo bene. È una delle più eleganti forme di rimozione del problema che il calcio italiano abbia inventato.
Se un ragazzo è considerato abbastanza bravo da integrare una rosa, ma non abbastanza pronto da giocare, la soluzione più facile è sempre quella di mandarlo altrove. Lì potrà crescere, maturare, irrobustirsi, imparare. E fra un anno, magari, tornerà più pronto. Solo che spesso quell’anno diventa due, poi tre, in una girandola di prestiti. Nel frattempo il ragazzo cambia squadra, allenatore, ruolo, ambiente e prospettiva. Quando finalmente è pronto, ammesso che lo sia ancora, spesso non c’è più posto per lui.
Lulli ci mette invece davanti all’ipotesi più elementare: e se avessero semplicemente sbagliato valutazione? E se un ragazzo che sembrava dover “farsi le ossa” in Serie C oppure, nel caso in questione, sembrava dovesse essere venduto a titolo definitivo all’Avellino, avesse avuto bisogno soltanto di un allenatore disposto a guardarlo davvero?
La storia di Lulli è dunque bella, ma non deve diventare la solita favola consolatoria del giovane che ce l’ha fatta. Al contrario, dovrebbe essere una storia che mette in imbarazzo il sistema. Perché mentre lui è riuscito a passare dalla porta principale, altri ragazzi che sembravano destinati a entrare nelle rispettive prime squadre sono stati spediti in Serie C a farsi quelle benedette ossa che, evidentemente, nel calcio italiano devono sempre appartenere a qualcun altro.
E infatti basta allargare lo sguardo oltre Roma per accorgersi che Lulli non è un caso isolato. È soltanto il caso che, per una combinazione di circostanze e di fortuna, oggi abbiamo davanti agli occhi. A Napoli, per esempio, durante il ritiro si è parlato molto bene di tre ragazzi che sembravano destinati a entrare, almeno gradualmente, nel calcio dei grandi. C’è Garofalo, centrale classe 2007, finito in prestito alle Dolomiti Bellunesi. Ci sono Prisco ed Esposito, due centrocampisti appena diciottenni, entrambi considerati assai promettenti, il primo approdato al Bari in Serie B insieme al secondo. Nessuno, naturalmente, li confonde con Cubarsí, Yamal o Bernal. Non siamo davanti a fenomeni generazionali per i quali l’unica domanda sia quando e non se debbano giocare. Ma secondo alcuni tecnici dall’occhio clinico si tratta comunque di ragazzi già sufficientemente pronti per misurarsi da protagonisti almeno in Serie B, entrare in una rosa di Serie A e crescere gradualmente, oppure essere mandati in prestito direttamente in A.
Poi c’è Adin Ličina, il fantasista tedesco che la Juventus ha mandato in Serie B alla Cremonese. Anche qui, senza scomodare i paragoni con i predestinati, sono bastate le prime prestazioni fra campionato e Coppa Italia perché si diffondesse la convinzione che il quasi ventenne di origini bosgnacche e montenegrine non c’entri nulla con la serie cadetta.
Naturalmente i più conservatori hanno già pronta la risposta, che in parte non è nemmeno fuori dal mondo. Prendono il caso Camarda e lo mettono sul tavolo: a Lecce, dicono, il ragazzo ha perso un anno; il salto per un classe 2008 era forse troppo grande; sarebbe stato meglio fargli disputare una stagione da protagonista in Serie B o addirittura in Serie C, lontano da Milano, per consentirgli di misurarsi con il calcio degli adulti senza essere schiacciato dal peso delle aspettative.
Ma proprio Camarda dimostra quanto sia pericoloso trasformare un caso in una regola. Ogni calciatore è una storia diversa e a ogni calciatore dovrebbe essere disegnata una traiettoria diversa. C’è quello che ha bisogno di giocare quaranta partite in Serie C, quello che deve andare in B, quello che può stare in una rosa di Serie A e quello che, se trova l’allenatore disposto a scommetterci, può persino diventare titolare prima del previsto. Dall’oggi al domani, come successo a Lulli.
l calcio, del resto, è pieno di programmi saltati per aria. E qui entra in gioco il fattore fortuna. Lulli, senza Gian Piero Gasperini, quasi sicuramente oggi non sarebbe un titolare della Roma. Con un altro allenatore, magari altrettanto bravo e vincente come Antonio Conte o Massimiliano Allegri, avrebbe potuto essere semplicemente accompagnato alla porta e ceduto all’Avellino. Non perché questi due non sappiano valorizzare i giovani, ma perché ogni tecnico guarda il calcio attraverso una propria lente, ha esigenze diverse, costruisce gerarchie diverse e soprattutto vede nei giocatori cose diverse.
Può accadere persino il contrario. Se Gasperini avesse trovato in casa un Esposito, magari oggi parleremmo di un altro giovane esploso anzitempo. È quello che, in altri contesti, stanno provando a fare Cesc Fàbregas con Liberali e Rúben Amorim con Cissé: non spedire automaticamente il ragazzo da qualche parte perché “deve farsi le ossa”, ma chiedersi prima se quelle ossa non possano farselo proprio in casa.
Il caso Lulli deve far riflettere al calcio italiano non sul dove mandare un giovane, ma dove un ragazzo può diventare davvero un calciatore. La Serie C può essere una palestra, ma una palestra non è necessariamente il posto migliore per tutti. E soprattutto non dovrebbe diventare il parcheggio nel quale mandiamo un ragazzo quando non abbiamo avuto il coraggio, il tempo o l’allenatore giusto per capire che cosa potesse diventare. Dal nulla non spunta nessuno. Qualcuno, semplicemente, deve avere il coraggio di guardare, puntare su un determinato ragazzo e rischiare.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










