IL VALORE DI UN GRUPPO: QUANDO L’ALLENATORE SCEGLIE L’EQUILIBRIO INVECE DEL TALENTO

Ci sono dei “no” che valgono più di molti “sì”.

Quello pronunciato da Gennaro Gattuso davanti alla possibilità di aggiungere Mauro Icardi alla su Lazio appartiene a questa categoria. Non perché Icardi non sia un giocatore di valore. Al contrario: lo stesso Gattuso lo ha riconosciuto senza esitazioni, ricordando il suo straordinario curriculum e i suoi oltre 250 gol. Il punto, dunque, non è stabilire chi sia più forte tra Icardi, Pinamonti oGudmundsson.

Il punto è un altro: quanto vale una squadra quando smette di essere semplicemente la somma dei suoi giocatori? Gattuso ha spiegato il suo no facendo riferimento alle scelte già compiute: Pinamonti e Gudmundsson erano arrivati dopo determinate parole, determinate aspettative e determinati equilibri. Inserire un altro attaccante avrebbe significato, inevitabilmente, lasciare qualcuno fuori. «Quando si spendono delle parole con i giocatori non ti puoi incartare», ha detto il tecnico.È una frase apparentemente semplice. In realtà contiene una precisa idea di leadership. Il calcio, come cita lo stesso nome di questo meraviglioso blog, è uno sport complesso. Anzi è nettamente il più complesso tra gli sport. Per questo è, per me, corretto affermare che il talento non è mai soltanto individuale.

Nel calcio siamo abituati a misurare il valore attraverso ciò che è più facilmente quantificabile: gol, assist, presenze, mercato, curriculum. È comprensibile. Ma una squadra non è un foglio Excel.

Un grande giocatore può aumentare il valore di una squadra. Ma può anche accadere il contrario: un gruppo organizzato, fiducioso e coeso può aumentare il valore dei singoli. È questo il punto psicologico più interessante della vicenda. La psicologia dei gruppi ci ha insegnato che il comportamento di una persona cambia quando quella persona entra a far parte di un sistema collettivo. Non siamo esattamente gli stessi individui quando agiamo da soli e quando agiamo come membri di un gruppo al quale sentiamo di appartenere.

Come sapete, per chi non lo sapesse lo scopre ora, dal 2021 ho creato una mia scuola di metodologia, la AMC FOOTBALL ACADEMY, e alla base della metodologia deve esserci, come fondamenta su cui si regge il tutto, un metodo. Ecco il mio metodo si basa su tre imprescindibili pilastri: neuroscienze, emotional learning e approccio sistemico. Proprio quest’ultimo è importante per capire il singolo dentro l’ambiente e l’ambiente come elemento condizionabile e condizionato a sua volta dal singolo stesso. Vasco Rossi, il poeta Blasco, diceva “è tutto un equilibrio sopra la follia”. Il calcio, nella sua intricata complessità in un certo qual senso è in fondo follia in purezza e stare sopra, o meglio dentro, al calcio occorre equilibrio. Occorre saper capire il non detto e leggere in non scritto e vedere il non visibile.

La teoria dell’identità sociale, sviluppata da Henri Tajfel e John Turner, parte proprio da questa intuizione: una parte della nostra identità nasce dall’appartenenza ai gruppi. Sentirsi parte di un “noi” modifica il modo in cui interpretiamo il nostro ruolo, gli altri e gli obiettivi comuni. Nel calcio questo “noi” è tutt’altro che un dettaglio, è ciò che permette a un giocatore di correre qualche metro in più per il compagno, a un difensore di coprire un errore altrui, a un attaccante diaccettare una panchina senza viverla come un’umiliazione, a un titolare di capire che il proprio valore non dipende esclusivamente dal numero di minuti giocati.

Il gruppo, quando funziona, produce qualcosa che nessun singolo giocatore possiede da solo.

La squadra, appunto come concetto di un singolo che cede il suo ego per diventare parte di un noi, è un moltiplicatore. Possiamo immaginare il valore di una squadra non come una semplice somma: A + B + C + D = squadra. La realtà dello sport è più vicina a qualcosa di diverso:A + B + C + D + relazioni = prestazione.

Le relazioni non sono un elemento decorativo. Sono parte della prestazione. È qui che il concetto di “equilibrio” utilizzato da Gattuso assume un significato molto più ampio della semplice gestione della rosa. Un gruppo coeso può diventare un moltiplicatore, al contrario un gruppo disgregato può diventare un divisore. Ecco perché, paradossalmente, qualche volta aggiungere un giocatore forte può rendere una squadra meno forte.

Non perché quel giocatore sia negativo, bensì perché ogni nuovo elemento modifica il sistema. Cambiano gerarchie, aspettative, minuti, responsabilità, percezioni. Cambiano le domande che ciascun giocatore si pone: “Quanto conto?”, “Perché lui gioca?”, “Cosa devo fare per giocare?”, “Le parole che mi sono state dette erano sincere?”. Le domande silenziose, quelle non fatte, o proposte solo nella mente o sussurrate a denti stretti, nello spogliatoio hanno un peso enorme. Ecco quindi che la promessa diventa strumento di leadership. Esiste poi un aspetto ancora più interessante nella scelta di Gattuso: la coerenza. Un allenatore non gestisce soltanto tattiche e allenamenti, ma è chiamato a gestire qualcosa di ancora più importante perché riguarda la parte psicologica ed emozionale, ossia le aspettative.

Quando una società acquista un calciatore e gli comunica che sarà parte importante del progetto, costruisce un patto psicologico. Non è un contratto scritto nei dettagli, ma una forma di aspettativa reciproca: “Io mi impegno per te, tu ti impegni per noi”.

Rompere continuamente queste aspettative può avere un costo. Per questo il “no” a Icardi può essere letto come un gesto di coerenza prima ancora che come una scelta tecnica. Gattuso avrebbe potuto dire: abbiamo l’occasione di prendere un campione, prendiamolo. Dimostrando ancora una volta, aspetto che di Gennaro Gattuso capiscono troppo pochi, una intelligenza raffinata e una fine sensibilità, ha scelto invece di chiedersi: che cosa succede a quello che abbiamo già costruito? Si è posto non una domanda da allenatore, ma soprattutto da leader. Da capogruppo, anzi meglio da capobranco. Per me che sono certo che per fare bene calcio sia meglio leggere molti testi che non parlano di calcio, in questo caso specifico vedo venirmi incontro un vecchio caro amico: Aristotele e l’idea di amicizia.

Qui per qualcuno, forse per molti, stiamo uscendo dal calcio. Io credo invece che usciamo dalla porta della tribuna per rientrare in campo dal tunnel che collega gli spogliatoi al prato verde. Aristotele, parlando della philia, l’amicizia, non pensava soltanto al rapporto affettivo tra due persone. La considerava anche come una delle condizioni fondamentali della vita associata.

Una comunità funziona quando esiste qualcosa che tiene insieme gli individui oltre il semplice interesse personale.Trasportato nel calcio, il concetto è sorprendentemente attuale. Una squadra non può vivere soltanto di convenienze individuali. Se ogni giocatore pensa esclusivamente alla propria posizione, ai propri minuti, alle proprie statistiche e al proprio contratto, abbiamo undici professionisti in campo. Spesso anche nei miei corsi e nelle chiacchierate con i miei allenatori o negli spogliatoi, parlando di alcuni “talenti” di che sono tennisti che giocano a calcio. Quando invece emerge un interesse comune, abbiamo una squadra; questa differenza, spesso, si vede proprio nei momenti difficili.

Scorgo in lontananza venire incontro a me e ad Aristostele un altro amico. Si tratta Durkheim: è lui a parlarci di quella strana energia che nasce dal “noi”. Il sociologo Émile Durkheim, studiando i fenomeni collettivi, aveva osservato come i gruppi possano generare una particolare energia condivisa, una sorta di forza che nasce dall’essere insieme. Questo fenomeno, nel calcio, lo vediamo continuamente.

Una squadra che crede nella propria idea sembra correre più di quanto dovrebbe. Un giocatore sembra arrivare su un pallone impossibile. Un compagno sbaglia e gli altri lo aiutano immediatamente. Dopo un gol, non esulta soltanto chi ha segnato: esulta una struttura intera. Questa cosa la potremmo chiamare energia collettiva. Non è magia. Non significa che la psicologia sostituisca la qualità tecnica, ma significa che la qualità tecnica ha bisogno di un ambiente nel quale possa esprimersi.

Nemmeno il talento più luminescente della storia del calcio, ossia Leo Messi, da solo sarebbe stato in grado di fare ciò che ha fatto e che continua a fare alla soglia dei quarantanni. Anzi è grazie a questa alchimia del gruppo, che lui ha saputo alimentare con atteggiamenti molto positivi, che ha potuto scrivere la storia. Può sembrare un paradosso: per valorizzare il singolo bisogna qualche volta rinunciare al singolo.

Questa è forse la parte più affascinante della vicenda Icardi. Per costruire una grande squadra bisogna mettere insieme grandi giocatori. Nello stesso tempo, però, per costruire una grande squadra bisogna anche accettare che non tutto ciò che aumenta il talento individuale aumenta automaticamente il valore collettivo.

Eh si, avete ragione, è un paradosso. Però è la verità e fa parte di quell’invisibile che fa la differenza nella complessità. Il singolo ha bisogno del gruppo per esprimere pienamente il proprio valore. Ma il gruppo, per funzionare, deve talvolta porre dei limiti al protagonismo del singolo.

In altre parole: la squadra deve essere abbastanza forte da valorizzare l’individuo, ma abbastanza solida da non dipendere dall’individuo. È qui che la leadership diventa decisiva. Il vero capitale di una squadra non è soltanto quello economico, perché esiste un capitale tecnico, esiste un capitale atletico ed esiste un capitale tattico. Però attenzione, esiste anche un capitale invisibile e molto più importante perché aumenta come un volano gli altri capitali: la fiducia.

Fiducia nell’allenatore.

Fiducia nel compagno.

Fiducia nel proprio ruolo.

Fiducia nelle regole.

Fiducia nel fatto che le parole pronunciate oggi avranno ancora un significato domani.Ed è forse proprio questo che Gattuso ha difeso dicendo no a Icardi. Il no ad Icardi ha sancito dentro il gruppo “Lazio” un principio secondo cui le parole di un allenatore hanno un valore e che gli equilibri di uno spogliatoio non possono essere trattati come una variabile secondaria. In fondo, da sempre, il calcio vale come metafora della vita. Hanno speso sul calcio e sul suo ruolo centrale nella vita e come, appunto, metafora della stessa, autori del calibro di Pasolini e Galeano. Bisogna ammettere, sinceramente e serenamente, che il calcio ci offre continuamente una lezione che vale ben oltre il campo.

Nella scuola, nel lavoro, nelle amicizie, nelle organizzazioni, nelle famiglie, ci troviamo davanti allo stesso problema: quanto conta il talento individuale e quanto conta il sistema nel quale quel talento viene inserito?

La risposta non è scegliere uno dei due. Il talento conta, eccome. Negarlo è un ipocrita follia. Però conta anche il contesto che riesce a trasformarlo in qualcosa di utile per tutti. Per questo il vero valore di una squadra non si misura soltanto da quanti campioni riesce a mettere insieme. Si misura dalla capacità di farli diventare una cosa sola. Allora, se abbiamo seguito il ragionamento che ci ha portati fino a qui, il no di Gattuso a Icardi assume un significato più grande di quello di una semplice scelta di mercato.

È la scelta di chi dice che un gruppo che funziona è un patrimonio che non si può mettere a rischio soltanto perché sul mercato è comparsa un’occasione apparentemente irresistibile. Perché nel calcio, come nella vita, esistono valori che non finiscono nelle statistiche.

La fiducia non compare nel tabellino.

La coerenza non ha un voto.

L’appartenenza non ha un prezzo di mercato.

E l’unità di un gruppo non si compra.

Si costruisce.

Poi, quando esiste, può fare una cosa straordinaria: trasformare undici valori individuali in un valore collettivo molto più grande della loro semplice somma.

BIO: Alessandro Mazzarello. Sono nato a Genova il tre agosto del 1977.

Sono laureato in giurisprudenza. Di professione, da quattro anni, sono un Docente Scolastico, dopo aver fatto per venti anni consulenza a privati ed imprese in campo finanziario e di strategie commerciali.

La mia vera e assoluta passione è, da sempre, il calcio. Per diciotto anni ho praticato il futsal a buoni livelli, dove ho avuto anche il doppio ruolo di allenatore – giocatore in serie C/1, perdendo la finale per l’accesso in serie B B con una piccola realtà e dove ho allenato inoltre la Rappresentativa Ligure, portandola, unica volta nella storia, alle semifinali nazionali.

Smesso di giocare, a trentacinque anni, in possesso della LICENZA UEFA B e LICENZA ALLENATORE CALCIO A 5, ho iniziato ad allenare nei settori giovanili, togliendomi, da subito, enormi soddisfazioni. Alcuni dei ragazzi che ho avuto la fortuna di allenare sono oggi dei professionisti o protagonisti assoluti nel campionato di serie D. Nei miei anni da allenatore ho avuto modo di iniziare a sperimentare la mia metodologia, un misto tra artigiano nel suo laboratorio e alchimista. La più bella esperienza quella come Responsabile Tecnico, dove ho appunto affinato quello che poi sarebbe diventato il mio presente e, ne sono certo, il mio futuro, il percorso di formazione e approfondimento metodologico con la AMC FOOTBALL ACADEMY.

AMC FOOTBALL ACADEMY nasce dopo il molto studio che ho parallelamente portato avanti alla sperimentazione sul campo e grazie anche ad importanti collaborazioni e constanti e continui confronti con importanti esperti del settore. Ho deciso di studiare la realtà del gioco e la sua costante e continua evoluzione, partendo sempre da perchè di un cosa.

Determinante la creazione della P&M COACHING e PM SOCCER LAB di cui sono co-founder insieme la collega mister Pasquale Palermo. Insieme abbiamo organizzato più di trenta incontri di formazione on line, con, adggi, oltre duecentomila visualizzazioni.

Sono sempre più convinto che possedere una LICENZA UEFA, quale essa sia, debba essere un punto di partenza e non di arrivo.

Costanti e aggiornamenti e approfondimenti sono la sola ed unica via per poter pensare di trasmettere delle conoscenze ai propri giocatori e alle proprie giocatrici.

Volersi sempre migliorare arricchendo il bagaglio delle conoscenze sia la sola ed unica strada per elevare il livello del proprio lavoro sul campo.

Una risposta

  1. Condivido pienamente
    Ma tantissima gente pensa che le squadre siano come dei fagotti in cui piu’ giocatori anche forti hai più la squadra e’ forte
    Invece non e’ così

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