Una rete incassata in ogni partita di campionato, undici in tutto — quasi un terzo dei trentotto gol che Kosta Runjaić vorrebbe subire nell’intera stagione, in meno di un settimo del calendario, con un avvio che vede i friulani al tredicesimo posto in classifica, dopo tre sconfitte di fila contro Lazio, Inter e Cagliari, precedute da una vittoria a Monza e da un pareggio a Como. Un anno fa questa rubrica parlava di «inedita consuetudine» e descriveva una squadra «granitica in certi tratti, pachidermica in altri»; il percorso che la proprietà, con lo staff tecnico, volevaintraprendere era evidentemente costruire, sulla base solida di un’impostazione pluridecennale con la difesa a tre, un gioco più spregiudicato, in modo da far valere anche nel terzo offensivo le qualità fisiche del parco giocatori bianconero. Quell’impostazione discende ancora da Guidolin e dal suo 3-5-2 fatto di tigna, inserimenti, potenza e fisicità, e Runjaić ne aveva portato all’estremo i punti di forza: chili e centimetri sommati, «in assoluto la squadra più fisica d’Europa» si scriveva — tre dietro, esterni di spinta, un blocco medio ostinato, il centravanti come sponda da cui far partire la risalita. Era un calcio che reggeva la compressione: i duelli, le seconde palle, le partite sporche. E ha pagato: decimo posto con cinquanta punti, il miglior piazzamento dal 2012/13, la vittoria a San Siro sull’Inter alla seconda giornata — quella che qui fu chiamata «l’investitura di inizio anno» — e un 3-0 al Milan, nello stesso stadio, ad aprile. Anche la notizi che allora suonava come un fatto compiuto — il passaggio della maggioranza a un fondo statunitense per 150 milioni, con i Pozzo già definiti «gli ormai ex proprietari» — a un anno di distanza non risulta conclusa: a guidare il club c’è ancora la famiglia Pozzo, e la continuità resta il prodotto principale.
Un avvio più soft dunque si può perdonare, soprattutto a una squadra che statisticamente performa bene nelle primissime giornate; ciò che si può evidenziare invece sono alcuni limiti strutturali per i quali una potenziale risalita non sarà coronata da niente più della consueta metà classifica, e il 5-3 lo ha mostrato nei primi tre gol dell’Inter: Unai Gomez, aggredito da Bastoni, perde un pallone che diventa il tiro di Carlos Augusto; Miller impiega un tempo di troppo a liberarsi del pallone e consegna a Barella il pareggio; Ebosse non tiene la linea del fuorigioco, Diouf crossa e Thuram segna. Non sono gli errori di una squadra schiacciata: sono quelli di una squadra che, quando la pressione sale, non ha una via d’uscita intermedia fra il lancio e il rischio — l’alternativa secca fra il gioco lungo e la conduzione estemporanea. Non è un’impressione: nell’ultima stagione l’Udinese è stata la terza squadra di Serie A per tiri concessi da situazioni di pressing alto, una squadra che quindi soffre parecchio quando deve costruire dal basso; con il Cagliari è successo di nuovo, a parti invertite: una partita dominata, occasioni a ripetizione per Zaniolo, Davis, Gueye e Kabasele, quasi tutte respinte da Caprile, e il gol decisivo che nasce da un retropassaggio sbagliato da Miller e Kabasele. Almeno quattrodei sei gol incassati nelle ultime due partite nascono da un errore dell’Udinese — un pallone perso in uscita, una linea tenuta male, un retropassaggio — più che da un’azione costruitadall’avversario. Lo riconosce lo stesso Kabasele: «Gli errori ci hanno penalizzato». L’Udinese è una squadra che collassa quasi sempre su pochi deficit strutturali, primariamente tecnici, i quali penalizzano globalmente l’ascesa da quell’aurea mediocritas che ha contraddistinto il clubdurante i lunghi decenni di permanenza in A: comprare, valorizzare e rivendere, in ogni caso, rimangono i vincoli principali ai quali bisogna badare; perciò il talento tecnico, ovvero ciò che permette di uscire dalla pressione, che dà la pausa, che offre soluzioni alternative, è la parte della rosa che il mercato premia, e dunque la prima a partire. Thauvin, ad esempio, una delle individualità più rigogliose dal punto di vista qualitativo della squadra, è finito al Lens nell’agosto 2025; con Atta se n’è andata un’altra delle poche valvole di sfogo in uscita palla della squadra, il giocatore a cui affidare i palloni che scottano. Resta ciò che resiste: i corpi, i duelli, la corsa. Non è un incidente del player trading, ne è il prodotto naturale.
Oltre a questo aspetto, l’inizio di stagione dell’Udinese è un elenco di assenze, anche di giocatori chiave, come Zaniolo, fermo per un infortunio muscolare; Piotrowski e Solet escono nel primo tempo con la Lazio, e Runjaić ha spiegato di aver pagato a caro prezzo quelle due sostituzioni forzate, che hanno bruciato due dei cinque cambi; a San Siro mancano tutti e tre, più Palma, e Kabasele subisce una botta alla testa; con il Cagliari Davis lascia il campo al 37′ per uno dei recidivi problemi muscolari, dopo che già con la Lazio l’allenatore aveva ammesso di non avere un’alternativa naturale a lui e di non volerlo rischiare: insomma, una struttura che nei suoi punti cardine e di maggior valore appare pericolante; i risultati dipenderanno quindi dai recuperi a pieno regime, soprattutto di Davis, Solet e Zaniolo. Il dato che fa sorridere invece sono gli otto gol in cinque partite, con sei marcatori diversi — Kamara, Ekkelenkamp, Piotrowski, Karlström, Abankwah, Gueye — e nessuno porta la firma di Davis, che l’anno scorso ne aveva segnati dieci; una squadra che per ora riesce a riciclare in zona gol anche interpreti non abituati a concludere a rete.
Il colossale punto di domanda, però, porta il nome di David Alaba, presentato il 6 ottobre da svincolato dopo cinque stagioni al Real Madrid: un acquisto da leggere per ciò che è e non per ciò che sembra, onde non divenire preda di facili entusiasmi. Il giocatore è reduce da infortuni ricorrenti, spesso lesivi, e in un’età in cui il recupero non è certo facilitato; la componente tecnica senza quella atletica vale zero, e questo rimane quindi il principale interrogativo, di cui tutti, dirigenti dell’Udinese in primis, sono consapevoli; fatto salvo l’aspetto degli infortuni, il giocatore ha in sé e per sé pochi rivali in Serie A, classe allo stato puro nel reparto arretrato, un raggio d’azione che, seppur ridotto, può coprire tutta la catena di sinistra, un piede da battitore libero d’altri tempi, un palmarès monumentale e, nel suo caso, tutt’altro che decorativo.
Alaba nella sua carriera ha sempre rappresentato certezza, un porto sicuro su cui costruire le fortune di club illustri (quattro Champions League tra Bayern Monaco e Real Madrid); purtroppo quella certezza risulta ora intaccata dall’unico aspetto che all’interno di un campo da calcio non si può controllare, quello legato all’usura fisica; non sarebbe stato possibile in qualsiasi altro caso un suo approdo a Udine, e proprio per questo proprietà e dirigenti hanno deciso di accogliere la scommessa e regalare uno dei pochi sussulti di mercato della sua storia: speriamo che il gioco valga la candela.Soddisfatta con Alaba l’esigenza del centrale mancino, la retroguardia friulana può contare anche sull’emersione del talento di Matteo Palma, tra i giovani sicuramente il profilo più interessante, che attende solamente di vedere il suo impiego aumentare. Con l’arrivo di Vojvoda, la fascia di destra potrà vantare un’alternanza proficua tra il kosovaro arrivato da Como e Zanoli, anche lui al rientro dal grave infortunio.
Ekkelenkamp continua ad accrescere invece la sua importanza tattica, giocatore fondamentale per dare sbocchi al possesso, occupare i mezzi spazi con costanti inserimenti e dare sostanza alla prima pressione di gruppo.
Se di Ekkelenkamp si può parlare di certezza, l’incognita più immediata, per quanto riguarda l’altro dei due trequartisti, porta il nome di Zaniolo. Un anno fa questa rubrica ne accoglieva l’arrivo con «troppi punti di domanda», tra cui i «dubbi di tenuta» e un dubbio tattico riassunto in una riga: «troppo ingombrante per scaldare la panchina ma troppo irrisolto per brillare». Quest’ultimo si è sciolto: il sistema di Runjaić lo esalta, gli concede spazi ampi e libertà di inventare, e nello scorso campionato ha chiuso con trentadue presenze, cinque gol e sei assist. I primi, invece, sono tornati con una puntualità quasi beffarda: infortunio al bicipite femorale a Como alla prima giornata, rientro a Cagliari per un solo tempo, ricaduta nello stesso muscolo una settimana più tardi, a Coverciano, dove la Nazionale di Mancini — secondo la Gazzetta — pensava di schierarlo titolare già contro il Belgio. Per il comunicato dell’Udinese si tratta di una lesione da tre-quattro settimane. Il punto, in ogni caso, è la sproporzione fra il peso del ruolo e la continuità con cui lo si può impiegare: l’Udinese ha legato fino al 2029 — dopo un’estate di tensioni sul rinnovo, con l’ammissione «io ho sbagliato» dello stesso Zaniolo — un giocatore, finora disponibile a intermittenza, attorno al quale occorre costruire l’imprevedibilità del proprio attacco.
Nell’insieme, il percorso verso un calcio leggermente più a trazione anteriore — alzare il baricentro di un’identità nata sulla difesa a tre, per portare la fisicità del gruppo fin dentro l’area avversaria — è coerente con la rosa e a tratti promettente: tre degli otto gol segnati sono arrivati nell’ultimo quarto d’ora del primo tempo, primato condiviso con il Frosinone. Ma il conto arriva dall’altra parte: undici gol subiti, tre dei quali nel primo quarto d’ora della ripresa, e nessuna squadra ha lasciato per strada più punti dell’Udinese, nei secondi tempi, rispetto al risultato dell’intervallo: cinque. Il dirigente Gianluca Nani, per allontanare le preoccupazioni, ha evocato la squadra di Guidolin che nel 2011 conquistò i preliminari di Champions dopo quattro sconfitte iniziali: suggestione legittima, più auspicio che precedente, perché quell’Udinese partì con Di Natale e Sánchez davanti, quaranta gol in due, mentre questa si ritrova con Zaniolo fermo, Gueye operato alla caviglia e Davis ancora a secco, con la tenuta da verificare. Alaba, Zaniolo e Davis sono, per quanto top player se presi in assoluto, altrettante scommesse se rapportati alla salute. Le prossime cinque partite — contro Torino, Lecce, Milan, Parma e Roma, da giocare in diciannove giorni — diranno se il tentativo ha le gambe, nel senso più letterale del termine: per ora le ombre sono troppe per parlare di svolta, le luci abbastanza per non smettere di guardare.
GIANMARCO COMAI










