WORLD CUP ’26 – LA FINALE : SPAGNA – ARGENTINA, L’IMPORTANZA DEL CT

Siamo arrivati all’ultimo capitolo di questo Mondiale. A contendersi la Coppa saranno Spagna e Argentina, protagoniste di una finale destinata a entrare nella storia anche per una curiosità linguistica: è la prima volta che due nazionali composte interamente da calciatori accomunati dalla stessa lingua si giocano il titolo iridato.

Roja e Albiceleste hanno conquistato la finale imponendosi soprattutto nel gioco. La Spagna ha avuto la meglio su una Francia ricca di talento ma meno armoniosa; l’Argentina ha fatto lo stesso contro l’Inghilterra, confermando ancora una volta quanto, in un torneo breve come il Mondiale, la forza del collettivo finisca quasi sempre per prevalere sulla semplice somma delle individualità. Non a caso avevo pronosticato proprio queste due finaliste. Nelle competizioni di un mese i fuoriclasse aiutano, talvolta decidono, ma sono l’organizzazione, i principi di gioco e la solidità del gruppo a fare la differenza.

L’esempio più evidente, in negativo, è arrivato dalla Germania. Una rosa costruita attorno al blocco del Bayern Monaco, impreziosita da calciatori protagonisti in Premier League, eppure incapace di trasformare tanto talento in una squadra riconoscibile. L’eliminazione contro il Paraguay ha certificato il fallimento di un progetto tecnico culminato con l’esonero di Nagelsmann e l’arrivo di Klopp. Ancora una volta il calcio ha ricordato che i grandi giocatori, da soli, non bastano.

A giocarsi il titolo saranno invece Luis de la Fuente e Lionel Scaloni, due commissari tecnici profondamente diversi nelle idee e nell’interpretazione del gioco, ma accomunati dalla capacità di dare un’identità alla propria squadra. Entrambi hanno costruito gruppi solidi, hanno collocato ogni giocatore nel ruolo più congeniale e hanno saputo adattarsi agli imprevisti senza snaturare il proprio calcio.

I risultati parlano da soli. Scaloni ha riportato l’Argentina sul tetto del mondo, conquistando anche due Coppe America e trasformando una nazionale fragile e divisa in una squadra consapevole della propria forza. De la Fuente ha restituito continuità al calcio spagnolo vincendo Nations League ed Europeo, raccogliendo l’eredità di una generazione che sembrava aver esaurito il proprio ciclo. Entrambi hanno preso in mano nazionali attraversate da dubbi e da critiche, nelle quali perfino i giocatori simbolo erano finiti sul banco degli imputati. Ancora una volta il contesto è stato confuso con il valore dei singoli. E ancora una volta il campo ha dimostrato che il calcio è una questione di equilibrio, di organizzazione e di idee condivise. In fondo, ritorna il leitmotiv della complessità.

Il Mondiale dura poco più di un mese. Sarebbe però superficiale ridurre il giudizio su un commissario tecnico a sette partite, magari decise da un episodio o da una lotteria ai rigori. Le fasi finali si costruiscono nell’arco di anni. Ed è proprio qui che si incontrano i percorsi di Lionel Scaloni e Luis de la Fuente.

Il tecnico spagnolo non apparteneva certo alla ristretta cerchia degli allenatori più celebrati d’Europa. Da calciatore aveva vissuto una carriera più che dignitosa, soprattutto con la maglia dell’Athletic Bilbao, conquistando diversi trofei. Da allenatore di club, invece, aveva accumulato un’esperienza limitata, trascorsa interamente nelle categorie inferiori. La Federazione spagnola, però, scelse una strada diversa da quella abituale. Anziché inseguire il nome di grido, gli affidò prima l‘Under 19, poi l’Under 21 e, infine, tra lo scetticismo generale, la Nazionale maggiore. Una scelta che molti giudicarono incomprensibile. Col senno di poi, si è rivelata una delle intuizioni più brillanti del calcio europeo degli ultimi anni.

Anche Lionel Scaloni percorse una strada tutt’altro che convenzionale. Da calciatore legò gran parte della propria carriera al Deportivo La Coruña, prima di chiudere il percorso agonistico in Italia. Da allenatore, però, il curriculum era ancora più esile: non aveva mai guidato una prima squadra quando, ad appena quarant’anni, nel 2018, l’Argentina decise di affidargli la panchina più pesante del proprio calcio. Anche in quel caso prevalsero ironia e diffidenza. Per molti sarebbe stato poco più di un traghettatore, in attesa del grande nome destinato a raccoglierne l’eredità.

Il filo che unisce Scaloni e De la Fuente è evidente. Nessuno dei due arrivava sulla panchina della propria nazionale con il blasone di un Ancelotti, di un Guardiola o di un Mourinho. Entrambi furono accolti da un misto di perplessità e scetticismo, figlio di un’abitudine tutta calcistica a confondere il curriculum con la competenza. Eppure sono stati proprio loro a rimettere in piedi due delle nazionali più prestigiose del pianeta. E lo hanno fatto senza inseguire il fascino delle figurine, ma costruendo un’idea di calcio nella quale il gruppo viene prima del singolo e il contesto finisce per esaltare qualità che, altrove, sembravano essersi smarrite.

L’Argentina finalista del Mondiale 2014 non era molto diversa da quella attuale per qualità complessiva della rosa. Anzi, una differenza sostanziale c’era: Lionel Messi aveva dodici anni in meno. Eppure la Pulga di oggi, ormai trentanovenne, è riuscita a vivere una seconda, forse addirittura una terza giovinezza calcistica. Sarebbe profondamente ingeneroso attribuire questo miracolo soltanto al suo talento. Dopo la pesantissima sconfitta del Barcellona contro il Bayern Monaco nel 2020, in molti lo consideravano un campione avviato sul viale del tramonto. La scelta di trasferirsi in MLS sembrava quasi certificare quella sentenza. Invece Messi è stato il miglior giocatore del Mondiale del 2022 e, quattro anni più tardi, continua a determinare le partite con una naturalezza disarmante. Una rinascita che porta inevitabilmente anche la firma di Lionel Scaloni.

Il commissario tecnico argentino ha costruito un sistema, evitando di puntare esclusivamente sui nomi più altisonanti. Paredes, che in Italia aveva lasciato ricordi tutt’altro che memorabili e oggi, a trentadue anni, sembrava destinato alla fase discendente della carriera, è diventato uno dei riferimenti della manovra. De Paul, mai realmente dominante nel nostro campionato e approdato anch’egli in MLS, continua a rappresentare uno dei motori della squadra. In difesa agiscono due terzini lontanissimi dallo status di fuoriclasse, mentre la coppia centrale formata dal Cuti Romero e Lisandro Martínez vive un curioso paradosso: spesso criticata per alcune prestazioni offerte in Premier League, diventa quasi insuperabile quando indossa la maglia dell’Albiceleste. È il contesto a cambiare il rendimento, non il valore intrinseco dei giocatori. È il gruppo ad aver trasformato questi calciatori in una squadra straordinaria.

Sul versante opposto Luis de la Fuente ha compiuto un’opera diversa, ma altrettanto significativa. Ha restituito concretezza a una Spagna che negli ultimi anni, pur producendo un calcio di alto livello, aveva spesso dato l’impressione di specchiarsi nel proprio possesso palla. Con Luis Enrique, oggi giustamente celebrato per il lavoro svolto al Paris Saint-Germain, la Roja palleggiava magnificamente ma, nei momenti decisivi, faticava a trovare il colpo risolutore e quella cattiveria agonistica che distingue le grandi vincitrici. De la Fuente ha corretto proprio questo difetto. Dani Olmo è diventato il fulcro offensivo del sistema, spesso preferito a compagni di straordinario talento come Pedri e Gavi quando la partita richiedeva caratteristiche differenti. Álex Baena svolge un lavoro oscuro ma preziosissimo, garantendo equilibrio senza rinunciare alla qualità. La Spagna finora ha incassato appena una rete, quella realizzata da De Ketelaere, confermando una solidità che nasce dall’organizzazione collettiva molto prima che dai singoli interpreti.

Se l’Argentina fonda la propria forza sulla personalità del gruppo, sulla feroce competitività e sul genio senza tempo di Messi, la Spagna ha evitato l’errore di trasformare Lamine Yamal in un uomo solo al comando. Il talento del Barcellona rappresenta uno degli ingranaggi di un meccanismo molto più grande di lui. È una squadra che si muove con la precisione di un orologio svizzero e che ha trovato in Oyarzabal, ventinovenne mai realmente celebrato come una superstar, un finalizzatore quasi implacabile, capace di viaggiare a una media prossima a un gol per partita sotto la gestione De la Fuente. La dimostrazione più evidente di una verità che il calcio continua a ripetere e che troppo spesso ci ostiniamo a ignorare: i grandi allenatori sono quelli che riescono a far rendere ogni giocatore meglio di quanto faccia altrove.

È una lezione che il calcio continua a impartire con ostinazione e che, puntualmente, molti si ostinano a ignorare. Un grande CT è colui che sa costruire un gruppo, creare fiducia, scegliere gli uomini giusti e dare un’identità riconoscibile a una squadra che si ritrova insieme poche volte all’anno. In una Nazionale conta molto meno la lavagna tattica e molto di più la capacità di trasformare le individualità in un organismo unico. Scaloni e De la Fuente ci sono riusciti. Ed è anche per questo che sono loro a giocarsi il titolo mondiale.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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