Per oltre mezzo secolo la Germania ha rappresentato una certezza del calcio mondiale. Non sempre disponeva dei calciatori più talentuosi, ma arrivava quasi sempre fino in fondo. Esisteva perfino un vecchio luogo comune: i tedeschi li si poteva mettere in difficoltà, perfino dominare, ma alla fine trovavano sempre il modo di vincere. Quel luogo comune, oggi, rimane un ricordo sbiadito.
Il trionfo mondiale del 2014 sembrava destinato ad aprire una nuova egemonia. Dopo aver demolito il Brasile con uno storico 7-1 e conquistato la Coppa del Mondo, diversi commentatori immaginavano che la Mannschaft avrebbe dominato il decennio successivo. I radiocronisti italiani parlavano di un modello destinato a durare nel tempo, alimentato da academy d’avanguardia, da una Bundesliga economicamente solida e da una generazione che sembrava inesauribile.
È accaduto esattamente il contrario. Dal 2018 in poi la Germania ha collezionato delusioni in serie. Due eliminazioni consecutive nella fase a gironi dei Mondiali, una progressiva perdita di identità e, quest’anno, un’altra clamorosa battuta d’arresto ai sedicesimi contro un Paraguay certamente organizzato, ma lontano dall’essere una delle grandi potenze del calcio internazionale.
Ed è proprio quest’ultima eliminazione a sorprendere più delle precedenti. Dopo le prime due gare del torneo, infatti, la squadra di Julian Nagelsmann aveva offerto sensazioni molto incoraggianti. Il passo falso contro l’Ecuador era stato interpretato quasi unanimemente come una sconfitta fisiologica: la Germania era già qualificata, certa del primo posto e comprensibilmente meno brillante sul piano delle motivazioni. I sette gol rifilati a Curaçao, nazionale non così disprezzabile come veniva dipinta e capace persino di conquistare un punto nella competizione, avevano ulteriormente rafforzato l’idea di una squadra pronta ad arrivare fino in fondo.
Poi, improvvisamente, il buio. L’eliminazione ai rigori contro il Paraguay ha riportato a galla interrogativi che il calcio tedesco si trascina da un decennio. Al danno si è aggiunta anche la beffa. La Germania è uscita, appunto, ai rigori, un epilogo quasi sacrilego per una Nazionale che aveva costruito parte della propria leggenda proprio dagli undici metri. Prima della sfida di Boston, la Mannschaft aveva eliminato ai rigori la Francia nella semifinale del Mondiale del 1982, il Messico nel 1986, l’Inghilterra sia a Italia ’90 sia agli Europei del 1996 e l’Argentina nei quarti del Mondiale del 2006. Per decenni il dischetto è stato considerato un’estensione della proverbiale solidità mentale dei teutonici.
L’unico precedente realmente doloroso risaliva agli Europei del 1976, quando Antonín Panenka inventò, ai danni di Sepp Maier, quel cucchiaio destinato a entrare nella storia del calcio. Da allora la Germania aveva costruito una reputazione quasi intimidatoria nelle lotterie finali. Non stupisce, quindi, che gli errori di Havertz, Woltemade e Tah abbiano assunto un valore simbolico. Prima di questa eliminazione, ai Mondiali soltanto Uli Stielike, nel 1982, aveva fallito un rigore durante una serie conclusiva. Naturalmente, I rigori raccontano il finale di una storia, non le ragioni che l’hanno prodotta.
Per comprenderle bisogna tornare indietro di oltre vent’anni. All’inizio degli anni Duemila il calcio tedesco attraversava una crisi profonda. La DFB reagì con un’autentica rivoluzione, passata alla storia come Reboot. I club professionistici furono obbligati a investire nei vivai, nacquero centri federali distribuiti su tutto il territorio e la formazione dei giovani divenne finalmente una priorità nazionale. Per decenni la Germania era stata identificata con un calcio pragmatico, fatto di solidità difensiva, contropiede e forza mentale. Da quel momento la Federazione decise di cambiare pelle, scegliendo un modello più propositivo, fondato sul possesso, sulla tecnica e sull’aggressione alta. Da quella rivoluzione nacque la generazione di Lahm, Schweinsteiger, Kroos, Özil, Müller e Neuer, culminata nel trionfo mondiale del 2014.
Come è possibile che una nazionale costruita attorno al blocco del Bayern Monaco e impreziosita da diversi calciatori protagonisti in Premier League continui a fallire gli appuntamenti decisivi? Come può un movimento che resta tra i più ricchi, organizzati e produttivi d’Europa aver smarrito proprio quella qualità che per decenni ne aveva fatto la principale forza: la capacità di trasformare il talento in una squadra? Proviamo ad addentrarci nei meandri di questo paradosso.
Il sistema che aveva riportato la Germania sul tetto del mondo continua ancora oggi a produrre calciatori di ottimo livello. Il Bayern Monaco resta una delle grandi potenze europee, numerosi tedeschi sono protagonisti in Premier League e il movimento mantiene strutture tra le più avanzate del continente. Eppure la Nazionale non riesce più a trasformare questo patrimonio in una squadra realmente competitiva.
Naturalmente Julian Nagelsmann non è esente da responsabilità. In questo Mondiale alcune sue scelte hanno alimentato più di una perplessità: la continua insistenza su Joshua Kimmich nel ruolo di terzino anziché in mezzo al campo (ruolo ricoperto egregiamente al Bayern in coppia con Pavlovic), l’utilizzo quasi sistematico di Leroy Sané nonostante un rendimento altalenante, una gestione dei cambi non sempre convincente e la decisione di affidarsi ancora al quarantenne Manuel Neuer.
Sarebbe troppo facile attribuire questa eliminazione a un presunto impoverimento del movimento. I fatti raccontano l’esatto contrario. L’ossatura della Mannschaft è costituita dal blocco Bayern Monaco, una squadra che negli ultimi anni ha dominato in patria e in Europa, arrendendosi soltanto al Paris Saint-Germain, uscito vincente dopo due sfide equilibratissime. Wirtz è stato acquistato dal Liverpool per una cifra vicina ai 150 milioni di euro. Havertz continua a essere un protagonista della Premier League, dopo aver già deciso una finale di Champions League e averne disputata un’altra. Woltemade è stato valutato circa novanta milioni dal Newcastle. A centrocampo agisce Felix Nmecha, autentico trattore del Borussia Dortmund, seguito da diversi top club inglesi. Il problema della Germania non è la qualità dei singoli.
È qui che il calcio torna a ricordarci la sua parola più importante: complessità. In Italia siamo spesso portati a giudicare un calciatore esclusivamente dal rendimento nel club, salvo poi dimenticare che il contesto modifica profondamente il valore delle prestazioni. La Francia campione del mondo e finalista delle ultime grandi competizioni schiera stabilmente tre giocatori provenienti dalla tanto vituperata Serie A: Maignan, Rabiot e Koné. Eppure le squadre italiane vengono spesso travolte dalle grandi potenze europee. Significa forse che quei tre sono improvvisamente diventati più forti quando indossano la maglia della nazionale? Naturalmente no. Significa che un contesto organizzato, idee condivise, meccanismi consolidati e una condizione atletica ottimale riescono a esaltare qualità che, altrove, emergono soltanto a intermittenza.
Alla Germania è accaduto l’esatto contrario: il possesso palla, da marchio di fabbrica, si è progressivamente trasformato in un esercizio sterile, incapace di produrre superiorità e occasioni. La squadra è sembrata prigioniera del proprio modello di gioco, come se il controllo del pallone fosse diventato il fine e non più il mezzo. Eppure Julian Nagelsmann, dopo l’eliminazione ai quarti dell’Europeo di due anni fa contro la Spagna, accompagnata dalle proteste per un fallo di mano di Cucurella non sanzionato, era stato categorico: “Vinceremo il Mondiale.” Una dichiarazione che oggi assume quasi il sapore dell’ironia.
Da Wirtz a Musiala, da Havertz a Kimmich, fino a Nmecha, il talento abbonda ma, da solo, non basta. Musiala non ha ancora ritrovato la brillantezza precedente al grave infortunio. Wirtz ha pagato un impatto più complicato del previsto con il Liverpool. Manuel Neuer, tornato a quarant’anni per vivere un ultimo Mondiale, non è più il portiere capace di cancellare gli errori della propria difesa: cinque reti incassate in quattro partite e nessun clean sheet, nemmeno nel largo successo contro Curaçao, sono statistiche eloquenti.
Havertz ha provato a caricarsi la squadra sulle spalle, ma il rigore fallito ha restituito l’immagine di un calciatore schiacciato dalla pressione. E nemmeno i cosiddetti gregari possono essere considerati un limite. Chiamarli così, del resto, è quasi offensivo: Pavlovic è titolare nel Bayern Monaco, Nmecha lo è nel Borussia Dortmund, Undav aveva sorpreso finché rappresentava una variabile inattesa, salvo poi perdere efficacia una volta diventato un riferimento stabile.
Nagelsmann non è stato aiutato dagliinfortuni di Gnabry, Karl e, durante il torneo, di Schlotterbeck. Tuttavia alcune scelte pesano inevitabilmente nel bilancio finale. L’ostinazione nel proporre Kimmich da terzino, quando nel Bayern rappresenta uno dei migliori registi d’Europa, ha privato la Germania del proprio principale organizzatore di gioco. La correzione nel finale contro il Paraguay è arrivata troppo tardi. Così come discutibile è apparsa la decisione di schierare una formazione quasi titolare contro l’Ecuador, con il primo posto nel girone già matematicamente acquisito: una scelta che ha inevitabilmente presentato il conto sul piano delle energie.
Se fosse arrivata l’eliminazione contro la Francia, Nagelsmann, proverbialmente restio ad assumersi le responsabilità, avrebbe probabilmente potuto trincerarsi dietro l’alibi della superiorità dell’avversario, come accadde due anni fa con la Spagna. Invece la Germania esce contro il Paraguay, quarantunesima nazionale del ranking FIFA. Ed è proprio questo il dato più inquietante. Una selezione zeppa di campioni non è riuscita a trasformarsi in una squadra: un vero e proprio leitmotiv nella storia di questo sport che si ripete puntualmente a ogni Mondiale.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










